La rottamazione dei giovani

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“Non è un paese per vecchi” è un film dei fratelli Coen del 2007 che narra la storia di un vecchio sceriffo texano prossimo alla pensione, Ed Tom Bell, che cerca disperatamente di salvare il protagonista della storia dalla spietata vena assassina del killer Anton Chigurgh, invano.
Lo sceriffo, sconfortato dal fallimento, va in pensione. Neanche questo però lo risolleva dall’amarezza di sentirsi totalmente inadeguato ai tempi.

Fosse stato in Italia, un po’ più sollevato lo sarebbe stato sicuramente.

È di qualche giorno fa il rapporto Caritas 2016 che riporta un dato inquietante, ma che non fa altro che confermare un trend che ormai l’Italia si porta avanti da almeno un decennio: la crisi del lavoro (che si è riaccesa, com’era prevedibile, con la fine degli incentivi previsti dal Jobs Act) colpisce particolarmente giovani e giovanissimi. Sono loro che chiedono più aiuto ai Centri di Ascolto della Caritas, con una percentuale maggiore di stranieri ma che, per la prima volta, registra un’inversione di tendenza al Sud.
Se a livello nazionale il peso degli stranieri continua a essere maggioritario (57,2%), nel Mezzogiorno gli italiani hanno fatto il ‘sorpasso’ e sono al 66,6%.

Il workmonitor dell’agenzia per il lavoro ‘Randstad’ ha pubblicato uno studio svolto in 34 Paesi del mondo, in cui risulta che in Italia il 91% dei lavoratori teme che l’età media sempre più alta nel mondo del lavoro possa far diminuire la popolazione attiva.
Questi risultati mostrano di fatto una certa tensione nel rapporto tra le diverse generazioni nel mercato del lavoro italiano.
L’invecchiamento è visto soprattutto come una permanenza forzata nel mondo del lavoro che penalizza l’occupazione dei più giovani e condiziona in negativo le performance aziendali, in un mercato del lavoro ormai che non può prescindere dalla competitività anche in termini di tempi di produzione, senza contare innovazione creativa e disponibilità agli spostamenti. È facile pensare, inoltre, che il settore che più risente del mancato ricambio generazionale sia quello tecnologico, specialmente nel settore dell’automazione.
Inoltre, per quanto riguarda il divario delle competenze, lo studio attesta che il 58% degli italiani pensa che ridurre il gap generazionale sia la priorità numero uno per qualsiasi datore di lavoro.

Ma se fosse solo un problema legato al mercato del lavoro la questione assumerebbe, per alcuni – ma non per chi scrive – dimensioni forse accettabili.
In realtà ulteriori dati dimostrano come anche le cosiddette ‘politiche per la famiglia’ si siano rivelate, in Italia, un totale fallimento, che mette in luce non solo la totale mancanza di adeguatezza della classe politica, ignara di quali siano le migliori soluzioni adottabili, ma in generale il fallimento su larga scala del modello di Stato paternalistico, che ‘tutto sa’ e ‘a tutto provvede’.
È l’Istat che, nel rapporto “Noi Italia 2016”, conferma il trend per cui in Italia continuano ad esserci pochi matrimoni, ancor meno figli, e tanti, tantissimi anziani.

Al 1 gennaio 2015 c’erano 157,7 anziani ogni 100 giovani. A fronte di ciò, secondo le prime stime relative al 2015, per la prima volta negli ultimi 10 anni, la speranza di vita alla nascita arretra, con un decremento di 0,2 punti per gli uomini (80,1) e 0,3 per le donne (84,7).
Nel Mezzogiorno i valori della speranza di vita si confermano al di sotto della media nazionale.
Con 3,2 matrimoni ogni mille abitanti, l’Italia rimane poi uno dei Paesi dell’Unione Europea in cui ci si sposa di meno.
La fotografia scattata dall’Istat mostra, infine, una scarsa propensione ad allargare la famiglia. Continua, infatti, a diminuire il numero medio di figli per donna: nel 2014 si attesta a 1,37 mentre occorrerebbero circa 2,1 figli per garantire il ricambio generazionale.

Questi dati e tanti altri che purtroppo, per motivi di spazio, non posso qui elencare, avrebbero fatto fischiare le orecchie a qualsiasi Governo – presumibilmente – formato da politici di professione o esponenti della società civile del più alto livello.
Questo però, sembra che in Italia non sia ancora successo, se consideriamo i provvedimenti approvati dal Governo Renzi nei giorni scorsi e che andranno a finire nella legge di bilancio 2017 (in via di approvazione da parte dell’Unione Europea).

Si stima che la legge di bilancio 2017 produrrà un aumento della spesa previdenziale di 7 miliardi (in tre anni) per la quattordicesima per le pensioni più basse e per l’anticipo pensionistico.
Come è facile pensare, alla luce di un vetusto costume italiano che il Governo Renzi ha continuato a perpetrare come tradizione, queste uscite non verranno finanziate con una riduzione delle pensioni più alte o (sarebbe bello) con un taglio della spesa pubblica improduttiva, ma ricorrendo al deficit spending.

Considerando la vicinanza della scadenza referendaria, a pensar male si fa peccato, ma difficilmente ci si sbaglia.
Questo succede in Italia, un Paese che spende in pensioni il 15,8% del PIL, contro il 10,6% della Germania e il 7,9% della media OCSE.
In Italia dove il debito pubblico è un macigno (mentre scrivo, il contatore del debito pubblico dell’Istituto Bruno Leoni segna 2259 miliardi) e ogni anno spendiamo oltre il 4% del PIL in interessi su di esso, risorse come queste avrebbero potuto essere usate per abbassare la pressione fiscale su imprese e lavoratori, investire in ricerca, cultura e innovazione in maniera continuativa e progressiva.

Sarebbe un atto di vera giustizia sociale. Non quella fondata sugli scatti di anzianità, ma sul merito.

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