Alternative al liberismo: il Piano Rehn-Meidner

Old buildings and architecture in Stockholm, Sweden at dawn
Old buildings and architecture in Stockholm, Sweden at dawn

 

“Il capitalismo è una pecora che va tosata periodicamente, ma non ammazzata.”

Olof Palme, ex primo ministro svedese

 

La Svezia viene spesso citata come modello vincente delle politiche socialdemocratiche europee: un welfare state “globale” che segue l’individuo “dalla culla alla tomba”, garantendo, pur dietro una pressione fiscale elevata, un gran numero di servizi efficienti, infrastrutture all’avanguardia e un sistema d’istruzione solido, ben finanziato (con una quota importante del Pil, pari al 6,6%) e gratuito. Non ci si deve perciò stupire di trovare la Svezia nella parte alta delle classifiche annualmente diffuse da parte dell’OCSE. Leggendo i dati e le tabelle non si può fare a meno di rimanere colpiti e insieme affascinati dai risultati di una nazione così piccola: quarta nazione per competitività secondo il World Economic Forum, decima posizione nell’ISU (indice di sviluppo umano), tra le prime come creatività economica, capacità tecnologica  e dove il reddito familiare è distribuito più equamente. Risultati del genere non si ottengono in poco tempo, ma sono sempre il frutto di decenni di precise scelte politiche da parte dei governi che si sono susseguiti nel tempo.

Il contesto storico è di importanza vitale per comprendere come abbia potuto raggiungere dei risultati così ragguardevoli e uno dei momenti di svolta delle politiche svedesi è rintracciabile nel 1970, nel bel mezzo di quella che viene comunemente definita come stagflazione, un insieme di rallentamento dell’economia e forte inflazione conseguenti all’aumento dei costi e dei prezzi, conseguenza della crisi petrolifera mondiale. Le elezioni parlamentari di quell’anno in Svezia consegnarono un’ampia maggioranza al Partito Socialdemocratico dei Lavoratori e un forte mandato nella mani del primo ministro Olof Palme, da sempre favorevole ad un’economia pianificata in un contesto di socialismo democratico, cogestione delle grandi imprese e sostegno del sindacalismo. Per rispondere alle richieste dell’elettorato e a tendenze in atto nella società svedese, analoghe a quelle di gran parte dell’occidente, il governo Palme intervenne a largo spettro nel campo dei diritti del lavoro, permettendo ai rappresentanti dei lavoratori di accedere ai cda e disciplinando i licenziamenti con una legislazione specifica. Oltre a questa intensa attività legislativa, l’azione parlamentare, su spinta del governo, si concentrò sulla necessità di una ridefinizione dei rapporti tra Stato, industrie e sindacati. Fu proprio uno dei principali esponenti del mondo sindacale svedese, Rudolf Meidner che in collaborazione con Gostha Rehn, che può essere considerato il co-architetto della proposta, mise mano ad un possibile modello alternativo alle proposte già presentate da altri economisti.

La base teorica del Sistema Rehn-Meidner è facilmente comprensibile e dal sapore keynesiano: se il sistema lavorativo interno al capitalismo ha intenzione di funzionare a beneficio dei più le retribuzioni delle classi sociali più povere devono crescere più in fretta di quelle dei ricchi. Partendo da questo assunto lo Stato si impegna a garantire da un lato investimenti importanti nelle politiche attive del lavoro (con accentuata mobilità dei salariati) dall’altro nel continuo supporto a tecnologie e pratiche innovative nel mercato del lavoro stesso. L’incremento dei salari bassi crea, inevitabilmente, una situazione di maggior equilibrio tra i redditi della popolazione nazionale. E questo sistema può essere garantito solo da un costante e cospicuo flusso d’investimenti nel mondo del lavoro. Oltre a questa necessità di diversificazione e mantenimento degli investimenti esso doveva combattere la tendenza di una piccola nazione con grandi aziende, come quella svedese, verso la concentrazione del capitale.

Fondato su queste premesse, quello che è comunemente conosciuto come piano Meidner (anche se sarebbe meglio chiamarlo Fondi dei salariati, che è la diretta traduzione dello svedese Löntagarfonderna) venne elaborato e illustrato da Meidner, che apparteneva all’LO, il Sindacato degli Operai, nel 1976  e fu senza dubbio uno dei progetti più audaci del socialismo riformista europeo. Alcuni tratti salienti: il 20% dei profitti delle aziende sarebbe stato prelevato forzosamente e immenso in un fondo gestito dai sindacati operai (tra i quali LO) con limitazione relativa all’acquisto di azioni emesse appositamente sul mercato dalle stesse aziende. I proventi sarebbero stati investiti in ricerca e sviluppo e affini. Questo meccanismo in un tempo stimato tra i 20 e i 30 anni avrebbe dovuto portare ad un cambio di proprietà delle industrie a favore delle organizzazioni operaie. Durante la presentazione Meidner parlò di “Terza Via” in riferimento alla sua proposta.

Termine entrato in voga grazie a Tony Blair, la terza via di Meidner possiamo considerarla l’antitesi  rispetto a quella del vecchio leader del New Labour. Scrive Robin Balckburn, professore di economia politica a Bristol “Where Blair is vague and rhetorical, Meidner was precise and institutionally specific. Where Blair encourages the privatization and commodification of everything, Meidner was dedicated to the ‘de-commodification’ of welfare, education and research.” La popolarità dei Fondi dei salariati fu sempre molto bassa. Larghissima parte delle formazioni politiche svedesi si opposero apertamente al progetto e anche tra l’elettorato della sinistra socialdemocratica e tra le formazioni operaie non c’era una maggioranza netta a suo favore. Esso appariva come eccessivamente improntato ad una svolta troppo radicale e le classi lavoratrici avrebbero di gran lunga preferito pluralismo economico e un maggior peso nelle scelte di fabbrica e non l’espropriazione sindacale delle aziende.

Gli sviluppi successivi al sostanziale fallimento della proposta Renh-Meidner sono piuttosto interessanti. Rigettato da più parti, il piano venne rivisitato nel 1978, in direzione di un maggiore pluralismo: due fondi anziché uno e valido solo per aziende che oggi sarebbe medio-grandi (500 addetti). Nel corso del 1981 la proposta subì altre modifiche su spinta del governo e si decise a perseguire l’obiettivo di aumento delle tutele dei posti di lavoro  fino a quel momento poco considerato nel dibattito sui Fondi dei salariati. Olof Palme, pur condividendo l’idea di fondo, riteneva che fosse necessario apportare apportare importanti correzioni al sistema in esame; non solo fondi dei salariati ma di tutti i cittadini svedesi, limitando l’inevitabile eccesso di potere delle confederazioni sindacali, che era uno degli obiettivi manifesti di Meidner, e cercando una stabilizzazione tra lavoro e capitale. Solo sul finire del 1983 i fondi, che erano diventati 5, furono approvati dal parlamento. Essi si caratterizzavano per un differente tipo di composizione finanziaria (una porzione fornita dalle imposte pubbliche e la restante dalla tassazione dei profitti aziendali) e con un tetto all’acquisizione azionaria pari ad un massimo dell’8% di ogni azienda. La revisione delle iniziali proposte di Meidner rimase in vigore per tutti gli anni ’80 e solo successivamente venne abolita. Questo ci può condurre ad alcune riflessioni di carattere generale.

Il Fondo dei salariati permette di interrogarci sull’enorme problema egemonico insito nelle relazioni tra capitalismo e stato: il capitalismo deve influenzare gli stati tanto da esercitare su di essi una vera forma di controllo o sono questi ultimi che devono avere il potere e gli strumenti per decidere come e quanto il sistema economico dominante del libero mercato possa influenzare le decisioni della politica e il benessere dei cittadini? Il Piano Rehn-Meidner permette inoltre di affrontare con un approccio alternativo il grande tema della riformabilità o meno del capitalismo. Un’annosa questione che ha diviso e continua a dividere la sinistra in tutto il mondo e che affonda le sue radici storiche nelle teorie marxiste nate dalle riflessioni a seguito delle analisi sia nel Capitale che nel Manifesto del Partito Comunista e che si trova ancora oggi al centro di numerose diatribe tra economisti; basti pensare a quella, recentissima, tra David Harvey e Thomas Piketty. Con il passare del tempo si andò consolidando, a partire dalle tesi di Bernstein in Germania del 1899, una via  riformista al socialismo, secondo cui il percorso verso la socializzazione dei mezzi di produzione sarebbe stato possibile attraverso un graduale processo di progressive azioni che escludessero la dittatura del proletariato, della rivoluzione e di altre forme sterilmente ribellistiche, ma la convinzione di una incisiva e coerente iniziativa per vie democratiche. D’altronde, ritengono alcuni, Marx stesso avrebbe posto le basi del riformismo. Nel primo libro del Capitale (di cui non si può fare altro che consigliarne la lettura) sottolinea infatti l’importanza decisiva di alcune conquiste legislative a vantaggio della classe operaia, prime fra tutte la riduzione dell’orario di lavoro alle 10 ore e l’avanzamento progressivo dell’importanza politica delle Trade Union seppur “non lottando contro la legge del salario”.

Marx non andrebbe mitizzato. Per molti è una sorta di profeta i cui scritti hanno una valenza coranica ma credo che Marx stesso inorridirebbe ad essere definito tale. Non aveva la sfera di cristallo e non era in grado di leggere il futuro. Proprio a questo dibattito il modello svedese offre qualche prospettiva interessante. La possibilità di un’organica e netta critica alle storture e ai difetti del libero mercato (all’epoca la concentrazione del capitale a livello nazionale oggi il predominio della finanza a livello globale)  attraverso un percorso riformista di chiara impronta socialdemocratica senza cadere nei vecchi slogan extraparlamentari e pulsioni anarcoidi e senza cedere nulla alle tendenze centriste è qualcosa da prendere in esame e di cui tenere in conto, soprattutto alla luce dei rivolgimenti in atto nei partiti che si richiamano ai valori del socialismo europeo.

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