Destinazione paradiso

Holiday Paradise
Holiday Paradise

Bahamas, Barbados, Seychelles e Antille Olandesi … queste sono solo alcune di quelle che a tutti gli effetti possono definirsi destinazioni paradisiache: spiagge sterminate dalla sabbia finissima, mare cristallino e tassazione pressoché assente costituiscono infatti notevoli incentivi per il turismo balneare e, non ultimo, fiscale. Tuttavia, se non basta una rondine a far primavera, non è nemmeno sufficiente il mare a rendere uno Stato un paradiso fiscale: basti pensare che nella “lista nera” stilata dell’OCSE compaiono anche la Svizzera e il Liechtenstein, ben lontani dalle coste.

Se non sono mari e monti a far la differenza, cosa rende un paradiso fiscale tale?
Come suggerisce il nome stesso, la prima caratteristica chiave è un’imposizione fiscale bassa o, talvolta, addirittura nulla; seguono poi l’assenza di trasparenza delle transazioni effettuate, il segreto bancario che impedisce di scambiare informazioni con altri paesi e, infine, il cosiddetto “ring-fenced” ovvero un sistema di tassazione con ampia disparità tra i redditi generati all’interno e all’esterno del paese.

Chi ne trae beneficio?
Jeffrey Sachs, direttore dell’Earth Institute alla Columbia University e consigliere del segretario generale dell’Onu Ban Ki-Moon, in un’intervista alla BBC ha affermato: “I paradisi fiscali sono semplicemente strumenti per corruzione, evasione, illegalità di massa e altre frodi”. I maggiori beneficiari di questo sistema decisamente morbido di imposte sono infatti le multinazionali e le organizzazioni criminali che grazie a un tale escamotage si sottraggono ai prelievi fiscali dei propri paesi e riciclano denaro. Sono invece le Agenzie delle Entrate a rimetterci: ogni anno, nella sola Europa (doveroso precisare che nel computo rientrano anche i dati dell’Inghilterra) tra evasione ed elusione fiscale si perde l’astronomica cifra di 1.000 miliardi di euro.

Immaginiamo che una società spenda 1.000 dollari per preparare un container pieno di caffè in Brasile e lo venda per 3.000 dollari ad un supermercato italiano. In quale paese pagare le tasse sui ricavi conseguiti è la società stessa a deciderlo. La multinazionale potrebbe ad esempio aprire tre società: BrazilEnterprise in Brasile, ItaliyEnterprise in Italia e una società off-shore, fittizia, HavenEnterprise in un paradiso fiscale. BrazilEnterprise vende ad HavenEnterprise il container per esattamente 1.000 dollari, guadagni nulli e dunque niente tasse. Similmente ItaliyEnterprise compra il container per 3.000 dollari e lo vende alla cifra equivalente in euro: di nuovo niente guadagni e perciò niente tasse. Il ruolo chiave è giocato da HavenEnterprise che avendo comprato a 1.000 e venduto a 3.000 ha guadagnato 2.000 dollari su cui però non paga le tasse perché ha sede in un paradiso fiscale. Il risultato? Profitti extra per la multinazionale e gettito fiscale inferiore per Italia e Brasile.

Come si crea una società off-shore?
Aprire una società off-shore, ovvero un’organizzazione che ha la propria sede legale in un paese diverso da quello nel quale sviluppa i suoi affari principali, è nettamente più semplice di quanto si possa immaginare. Accendete il vostro computer e cercate su un qualsiasi motore di ricerca “off-shore company”; selezionate il sito Internet da cui creare la società(magari seguendo i consigli di colleghi esperti), decidete il nome e il paradiso fiscale in cui costituirla e successivamente nominate il direttore esecutivo della vostra compagnia, il tutto per poco meno di 4.000 dollari a cui si aggiungerà lo stipendio annuale del direttore fittizio. Fornite infine un documento d’identità, scegliendo a piacere tra il vostro e quello di un prestanome, memorizzate i dati del conto corrente che vi viene assegnato e sarete operativi in meno di 48 ore.

La road map per contrastare l’evasione fiscale
Secondo le stime dell’Ocse, tra il 4 e il 10 per cento del gettito globale relativo all’imposizione societaria sfugge al Fisco per queste pratiche. Anche per tale motivo a partire dal 2013, è stato avviato il progetto “Base erosion and profit shifting” (BEPS) che si è concluso recentemente e le cui proposte finali sono state discusse dai ministri delle Finanze del G20 nella riunione l’8 ottobre, a Lima, Perù. La nuova strategia si basa su tre pilastri fondamentali: maggiore coerenza nelle norme nazionali inerenti le attività transfrontaliere; rafforzamento dei requisiti sostanziali nella legislazione internazionale congiuntamente ad una maggiore trasparenza e, infine, l’adozione di misure dirette a rafforzare il rapporto fiduciario con le imprese che non adottano schemi di pianificazione fiscale.

offshore

Al fine di razionalizzare la dicotomia tra il luogo in cui il bene è consumato e quello in cui esso è prodotto nel caso dell’IVA, ad esempio, le regole proposte prevedono che l’imposta sia riscossa nel paese in cui il bene è consumato. Dopo aver esaminato le controllate estere, si è verificato un rafforzamento della disciplina con l’obiettivo di limitare le transazioni infragruppo e l’eccessiva deducibilità delle componenti negative di reddito. É stato inoltre messo a punto un nuovo schema finalizzato ad allocare esattamente i diritti di proprietà intellettuale tra i diversi paesi così da tassare le attività nel paese in cui vengono effettuate.

C’è ancora molta strada da percorrere per combattere l’evasione fiscale. La collaborazione tra i 31 Paesi firmatari del BEPS continuerà fino al 2020 per completare le diverse linee di attività che nel corso dei prossimi quattro anni verranno costantemente monitorate.
Al momento, sfortunatamente, l’unica certezza è, come sosteneva J.M. Keynes “Sfuggire alle tasse è l’unica impresa che offra ancora un premio”.

FONTI

www.oecd.org/tax/beps/

www.oecd.org/ctp/beps/

www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/00941275.pdf

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