Il realismo che serve all’Europa

Non è necessario dilungarsi in analisi approfondite sul momento storico che l’Europa sta vivendo: basta richiamare alla memoria la serie di attentati di matrice islamista e i diversi atti di , come son stati definiti in maniera frettolosa, “pazzi isolati”, che, in queste settimane, hanno colpito Francia e Germania per riportarci alla memoria la grave tensione che si respira nel Vecchio Continente.

Inutile girarci intorno, magari ostentando indifferenza dinanzi al tetro flusso mediatico a cui siamo sottoposti, volenti o nolenti: ognuno di noi ha pensato almeno una volta al pericolo costante che ci accompagna quando, nei nostri spostamenti quotidiani, ci troviamo in luoghi più o meno affollati, lontani dalla sicurezza (almeno così percepita) delle quattro mura domestiche.

Come reagire a questo ‘stress-test’ senza indulgere in psicosi collettive, estremismi e radicalizzazioni, (quasi) sempre fondate sul nulla cosmico che accompagna le argomentazioni a riguardo? Ognuno di noi, anche in base alla propria personalità e ai propri valori di riferimento, avrà reagito in maniera diversa.

Quel che qui voglio tentare di fare è cercare di tracciare una via che, a mio parere, le istituzioni europee dovrebbero seguire affinché questo scenario di tensione non sfoci in un circolo vizioso, alla luce del già complicato e nebuloso panorama che ci accompagna dopo la Brexit. Il pericolo principale è che la politica europea si radicalizzi come specchio delle paure e della diffidenza dei suoi cittadini. Per evitare questo, ritengo non ci sia nulla di meglio che dotarsi di un sano realismo rispetto ad alcuni ‘mantra’ che, ad oggi, hanno accompagnato il processo di integrazione europea che, a chi qui scrive, appare, ora come mai in precedenza, completamente fermo e, in alcuni casi, pericolosamente ripiegante su se stesso, con una velocità inversamente proporzionale a quella che accompagna, invece, la politica ‘step by step’ – fin qui adottata – dell’integrazione ai vari livelli.

Ora basta. In Europa l’epoca degli eccessi ideologici e dei ‘capricci’ punitivi di alcuni, incuranti dello sviluppo economico, dell’acuirsi delle tensioni sociali e quindi del crescente antieuropeismo, deve avere un termine. Alcuni segnali, in tal senso, sembrano arrivare dagli stessi che, non un secolo fa, erano gli alfieri del moralismo punitivo.

“Le regole del patto di stabilità vanno applicate con buon senso”. A dirlo è stato, qualche giorno fa, Valdis Dombrovskis, attuale Vicepresidente della Commissione ed ex primo ministro lettone che, per chi fosse a digiuno di politica europea, ricordiamo che nel 2008 inflisse al suo Paese una cura draconiana che, in tre anni, ebbe come effetto collaterale il taglio del Pil del 25%. Più facile ricordarsi di Wolfgang Schäuble, uomo chiave del governo Merkel in qualità di Ministro delle Finanze il quale, se fino all’anno scorso era intenzionato a espellere la Grecia dall’area euro nonostante gli evidenti errori commessi nella gestione della crisi ellenica, secondo il quotidiano ‘Handelsblatt’ avrebbe ultimamente invitato Bruxelles a non usare il pugno di ferro contro Spagna e Portogallo, ree di aver disatteso i rispettivi impegni di riduzione del deficit eccessivo.

Alla luce quindi di un quadro quanto mai insolitamente “rilassato” rispetto ai precedenti, i giudici di Bruxelles, pur constatando le violazioni, di Madrid e Lisbona, hanno deciso di non punire i Paesi con la multa prevista in questi casi: il blocco dell’erogazione dei fondi strutturali (su cui, comunque il Parlamento si pronuncerà a settembre alla luce delle misure che i due governi presenteranno per invertire il trend). Di più, hanno concesso alla Spagna il 2018 come termine ultimo per rientrare sotto la fatidica soglia del 3% prevista dal Patto di Stabilità (dal 5,1% del 2015) e al Portogallo ancora un altro anno per arrivare al 2,5%.

A mio parere, due sono i principali motivi che hanno spinto Bruxelles a chiudere due occhi: da un lato, il terremoto Brexit, che rallenterà la già languida ripresa europea e che, ancora, costituisce un vuoto prospettico rispetto al futuro; dall’altro, le crescenti tensioni nello scenario geopolitico, con il “caso” Turchia e le misure urgentissime da adottare per fronteggiare la minaccia dello Stato Islamico, per cui si rende necessaria la massima cooperazione fra gli Stati membri (in materia di scambio di informazioni, sostegno nelle indagini, ad esempio) che, nel caso in cui si adottassero misure invise ai singoli Paesi, potrebbe venir meno, con conseguenze disastrose e facilmente prevedibili.

Mi piace quindi leggere la “piccola svolta” a cui abbiamo assistito in questi giorni come la volontà delle istituzioni comunitarie di imboccare una nuova strada, fondata sul pragmatismo politico, per riscrivere un nuovo patto europeo. Dovrà passare la lunga stagione di elezioni (anche americane) e referendum prima di sapere se questi segnali incoraggianti saranno convogliati verso la costruzione di un nuovo corso.

Gran parte dipenderà dalla serietà di tutti i protagonisti chiamati in gioco in questo difficile passaggio storico fortemente bipolarizzato: da un lato, il totale tramonto del sogno europeo; dall’altro, basi più solide per l’accelerazione del progetto comunitario.

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