Il benessere è un’addizione

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Per tutti gli appassionati, come il sottoscritto, non solo del sito dell’Ansa, ma anche e soprattutto delle perle lasciate dagli acuti ed esperti commentatori poco sotto gli articoli, ci sono particolari notizie che lasciano presagire una serie di meravigliosi quanto innovativi interventi: quelle riguardanti le stime del PIL. Periodicamente, infatti, l’ISTAT pubblica le proprie previsioni sull’andamento del Prodotto Interno Lordo, di cui dopo cercheremo di capire bene il significato, con vari aggiornamenti nel corso dell’anno; talvolta, come qualche giorno fa, si aggiunge il Fondo Monetario Internazionale, con le proprie analisi. La reazione degli utenti del sito sopracitato, negli ultimi tempi, è stata sempre molto originale: se la stima era al rialzo, l’ISTAT era al servizio di Renzi verso la dittatura, se era al ribasso lo stesso istituto era un paladino della giustizia, pronto a smascherare l’operato fallimentare del governo. A onor del vero, lo stesso Presidente del Consiglio aveva approfittato dell’occasione favorevole; chi non ricorda l’ormai celebre frase “Basta con la crescita zero virgola!”?. Pertanto, vista l’importanza che questo indice ora riveste, non solo per la politica, ma anche per il sempre più instabile mondo finanziario, è bene capire qual è il suo scopo e se riesce a perseguirlo pienamente. Una nota prima di proseguire: questo non è da intendersi come un rigoroso articolo di Macroeconomia, sicuramente all’autore mancherebbero le conoscenze e i titoli necessari, bensì vuole sottolineare come spesso i numeri siano infidi e non rappresentano quello che noi vogliamo, ma semplicemente il calcolo che si è fatto per ottenerli.

Il PIL, a livello intuitivo, vuole misurare il benessere della nazione, inteso come il totale di beni e servizi prodotti da uno Stato espresso in valuta; quindi, Prodotto perché riguarda, appunto, la produzione, destinata al consumo, alle esportazioni o a investimenti pubblici e privati, Interno perché è relativo a un singolo Paese e Lordo perché include gli ammortamenti, ovvero la perdita di valore dei beni nel corso degli anni, nel tentativo di “fotografare” al meglio la situazione economica in un dato momento. A prima vista non sembra nulla di troppo complicato, d’altronde tutte le famiglie sommano le proprie entrate per capire quanto sono ricche, ma in questo caso si configura una somma quasi infinita, in cui non tutti gli addendi, purtroppo, sono noti. Immaginiamo, infatti, di essere padri molto meticolosi e di voler inserire nel reddito familiare anche le ore di babysitter del figlio e quelle di ripetizioni della figlia; non essendo in grado di stabilire con certezza le ore dedicate e il pagamento ricevuto, le possiamo stimare con leggerezza, sapendo che non saranno quelle a determinare la povertà o la ricchezza del nucleo. Ecco, i tecnici dell’Istat sono dei genitori con circa sessanta milioni di figli molto ribelli e menzogneri, i quali, con l’evasione fiscale e con il commercio illecito, per esempio, di sostanze stupefacenti, abbassano il calcolo dell’indice di vari punti; al contrario dell’esempio di prima, la stima dovrà essere molto accurata e inciderà non poco sul risultato finale. Supponiamo, tuttavia, di riuscire a eliminare questo problema, resta da avere tutti i dati ed eseguire il calcolo: lungi dall’essere una cosa semplice, considerato che l’ultimo manuale, stilato sulla base di criteri internazionali, è lungo 700 pagine, questo richiede che siano raccolti milioni di bilanci di imprese, siano controllati e incrociati miliardi di dati economici e fiscali, pertanto è necessario circa un anno e mezzo per il calcolo definitivo del PIL italiano annuale, distante qualche decimo di punto dalle varie stime pubblicate. Esatto, le stesse stime, ragionevolmente imprecise, su cui si dibatte tanto brillantemente.

Supponiamo, altresì, di aver superato questo stadio, e di avere il numero pulito e preciso: quanto è significativo? E’ possibile confrontare efficacemente Paesi diversi con questo indice? Innanzitutto ci sono delle problematiche più tecniche: in primo luogo la differenza fra i prezzi nei diversi paesi, cioè il potere della moneta, inteso come quantità necessaria per usufruire di un bene o un paniere di beni o servizi, che può rendere difficile il confronto, in secondo luogo la conversione in una valuta comune, necessaria per paragonare diversi Paesi, che può sottostimare (o sovrastimare) il prodotto totale dell’uno rispetto all’altro. Nondimeno, ci sono due particolari questioni che stridono particolarmente con quanto affermato sopra, cioè che il PIL è una misura del benessere: prima di tutto, come si fa a considerare il livello della sanità, della difesa o delle infrastrutture pubbliche? Sembrano difficilmente quantificabili, ma sicuramente determinanti del benessere, almeno intuitivamente. Inoltre, il PIL non tiene conto della salute, dell’educazione, della vivacità artistica di un Paese, eppure, per quanto mi riguarda, sarebbero elementi molto significativi; come viene spesso sottolineato, se le famiglie spendono di più per cassette di sicurezza o allarmi elettronici, il PIL registra un aumento, senza tener conto che segnala una crescita dell’insicurezza.

Questo significa che il PIL è inutile? Che non va considerato? Ovviamente no, banalmente da solo non riesce a catturare tutte le sfaccettature che compongono la vita di una nazione, avrà bisogno di altri indicatori che lo completino, riempiendo le lacune derivanti dalla formula con cui è calcolato; per esempio l’Istat elabora il BES (“Benessere Equo e Sostenibile”), che comprende oltre 130 indicatori diversi. Senza contare che più indici potrebbero stuzzicare la fantasia dei commentatori dell’Ansa.

 

SITOGRAFIA:

http://www.istat.it/it/misure-del-benessere http://www.wallstreetitalia.com/trend/pil/

http://www.economicsonline.co.uk/Global_economics/Limitations_of_GDP_statistics.html

http://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2016/07/19/fmi-lima-ribasso-pil-italia-con-brexit-09-in- 2016_22a65622-f47d-46f4-92ea-8913325ef6e2.html

http://www.slow-journalism.com/vital-statistics

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