Qui est Emmanuel Macron?

Macron

In un periodo di repentini rivolgimenti geopolitici come la Brexit, il golpe (finto?) ad Erdogan in Turchia, gli attacchi terroristici a Nizza e a Monaco, potrebbe sembrare poco opportuno occuparsi di argomenti che esulino dalle riflessioni in merito alle prospettive per l’economia dell’Eurozona , alla democratizzazione del Medioriente o su come fronteggiare al meglio il pericolo del  fondamentalismo islamico.

Se questi sono -giustamente- i temi prioritari, non ci si deve dimenticare di tutti quei rivoli tipici della complessità del quadro globale che possono dare vita con estrema rapidità a cambiamenti importanti e significativi.

Un esempio è la situazione della politica interna difficile da decifrare di una Francia sempre più ferita e debole.

Proprio qui la vera, praticamente unica, novità della stagione politica pare sia il giovane Emmanuel Macron.

Classe 1977, personalità carismatica e affabile, un passato da brillante studente sia di economia che di filosofia, tanto da essere stato allievo del famosissimo Paul Ricoeur, vari premi vinti come pianista -cosa che gli è valsa il soprannome di Mozart dell’Eliseo- una laurea alla prestigiosa École nationale d’administration e un periodo come banchiere d’affari sotto la direzione dei Rothschild, la potente e ricchissima famiglia più in voga tra i complottisti di ogni sorta.

Nel 2014, durante il rimpasto dell’esecutivo fortemente voluto da François Hollande, diventa Ministro dell’Economia, dell’Industria e del Digitale del secondo governo Valls. E di questo governo pare essere l’unico in grado di essere una sfida ostica sia per Les Repubblicains, lo schieramento di centrodestra riunito intorno a Nicolas Sarkozy, che per l’estrema destra del Front National, mentre tanto Hollande quanto Valls sarebbero fuori dai giochi, in una riedizione del disastro di Lionel Jospin del 2002.

Durante gli anni giovanili i suoi interessi si rivolsero lontani dalla politica e solo per tre anni è risultato iscritto al Partito socialista prima di abbandonarlo e assumere il suo ruolo al ministero come indipendente.

Commentatori e analisti politici faticano ad inquadrarlo all’interno degli schemi tradizionali; criticato dall’ala più radicale per le sue posizioni in materia economica, viene spesso definito come socio-liberale, forse più vicino alla terza via di blairiana memoria che alle posizioni classiche della socialdemocrazia tradizionale.

Pochi giorni fa ha presentato, durante una grande kermesse nel cuore di Parigi, “En Marche!”, un movimento politico che ha l’esplicito compito di rinnovare la classe dirigente francese e la Francia stessa.

Per farsi rapidamente un’idea di quali siano le idee alla base di questa nuova formazione basta guardare i due minuti del video di presentazione presentato sul sito del movimento.

Più volte viene ripetuta e sottolineata la parola “Blocagé”.

Chi segue i quotidiani francesi non resterà certo stupito della sua ridondanza.

Con questo termine si indicano tutti quei lacci e lacciuoli che tengono imbrigliate le potenzialità del sistema produttivo francese, quell’insieme di fattori che stringono l’econimia in una snervante sequela di ritardi, veti, lungaggini burocratiche e che si concretizzano in ostacoli trasversalmente ritenuti la causa dell’inerzia di tanta parte dell’industria e della manifattura.

“En Marche!” nasce quindi come tentativo di risposta ad una domanda chiara: come sbloccare il paese?

Ma con quali ricette si propone questo ambizioso obiettivo?

Per comprendere meglio il suo posizionamento ideologico è bene rifarsi alle parole del deputato socialista bretone Richard Ferrand, tra i fondatori di “En Marche!”, il quale, alla domanda se Macron fosse o meno di sinistra risponde «Lo è eccome, sulle tematiche sociali molto più di Manuel Valls. Sull’economia, invece, i due si ritrovano. Ma c’è una fondamentale differenza d’approccio: il primo ministro ha una chiara angolosità. Macron è fluido.»

Interessante è anche l’opinione di Jean-Marc Daniel, professore di economia all’école supérieure de commerce de Paris e autore di numerose pubblicazioni di argomento politico tra cui “Valls, Macron: Le socialisme de l’excellence à la française”, il quale ritene che Macron abbia tutte le carte in regole per ritagliarsi un ampio spazio tra coloro che si ritrovano a condividere le proposte di Marine Le Pen e la “gauche de la indignation”, strutturatisi con le manifestazioni di piazza contro la Loi Travail, la riforma del lavoro del governo a guida socialista fortemente voluta dal primo ministro.

I suoi detrattori lo accusano di essere un uomo di destra infiltrato a sinistra e un feroce individualista egocentrico. Macron in un’intervista rilasciata al Nouvel Observateur ha dichiarato che «Essere di sinistra vuol dire essere efficaci per sbloccare quel che paralizza l’economia. Stare sul fronte, lottare per difendere le aziende, l’artigianato, l’economia sociale e solidale.»

Così come sul posizionamento politico, anche sui temi caldi e di primo piano Macron ha posizioni nette e definite: critico con il pugno duro contro l’immigrazione e sulla politica dei rifugiati deciso da Valls (in particolare sulla proposta, che ha fatto molto scalpore, della decadenza della cittadinanza per coloro che si macchiano di atti di terrorismo) è da sempre ostile alle 35 ore, il regime orario istituito dalla riforma del lavoro voluta ad inizio anni ’90 dagli stessi socialisti che ha arrecato non pochi problemi alle piccole imprese, in quanto la maggior parte di esse non è stata in grado di reclutare del personale supplementare per compensare la diminuzione d’orario lavorativo.

Per prendere le distanze dall’avanzata delle posizioni antieuropeiste che iniziano a diffondersi a sinistra (tanto che Arnaud Montebourg, leader in pectore della sinistra del PS, ha dichiarato durante un’intervista del quotidiano Le Monde «Per venti anni, ogni volta che le persone sono state consultate, hanno espresso il loro rifiuto della costruzione europea che vorrebbe essere imposta a loro. L’Unione europea è costruita contro il popolo.») dopo aver costituito il principale cavallo di battaglia della destra populista, Macron ha dato il via ad una serie di iniziative pubbliche a favore di una riforma dell’Europa, di una unione monetaria e fiscale che sia davvero funzionante e non la somma di meri interessi economici nazionali.

Un altro elemento degno di nota sono le dichiarazioni fulminanti di Marcon, a volte irriverenti, mai banali, capaci di creare stupore, scandalo o meraviglia a seconda dell’ascoltatore, tanto che per indicarle, tra gli esperti, è ormai di normale utilizzo il neologismo “macronades”, in un senso analogo a quello di spacconate.

Una rapida selezione di queste macronades è più che sufficiente per capire cosa si intenda.

«Il liberalismo è un valore di sinistra.»

«La vita di un imprenditori è più difficile di quella di un dipendente.»

«Credo che ciascun giovane dovrebbe accettare qualsiasi tipo di lavoro gli venga proposto.»

«Vorrei che più giovani francesi diventassero miliardari.»

«Credo sia più facile trovare un cliente che un datore di lavoro»

«La sinistra un tempo credeva che la Francia potesse vivere meglio lavorando meno. Era un’idea falsa.»

In politica, soprattutto ad alti livelli, ben poco viene lasciato al caso e credo si possa azzardare senza troppa paura di compiere un errore che si tratti di una studiata strategia di comunicazione personale utile a sondare il terreno dell’opinione pubblica su determinati argomenti.

E date queste premesse ritengo sia inevitabile un suo ruolo di primo piano nelle presidenziali francesi del 2017.

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