Tutti perdenti alle amministrative

amministrative

In attesa dei ballottaggi, lasciamoci andare a voli pindarici, congetture frutto di asfissia sulfurea da Pizie delfiche e alcune personali osservazioni.
Da quello che si può vedere, rimane un astensionismo forte ma non sorprendente. Dunque non ha “vinto l’astensionismo”, che da anni ci viene riproposto come una specie di Generale Inverno causa di ogni insoddisfazione politica.
Eppure ad avere perso sono in molti, oserei dire quasi tutti. Queste amministrative portano con sé potenzialità inespresse, confermano tendenze fisionomiche e rimarcano ovvietà. Andiamo ad esaminarle, partito per partito.

 

M5s

“Il vento sta cambiando” tuona da Roma la candidata Virginia Raggi, affermazione vera solo per la capitale, ma che il Movimento interpreta guardando a tutta la situazione nazionale. Più che un vento, quella che mi ha sfiorato è stata una sottile brezza. Perché quella che pretende di essere la prima forza politica nazionale ha espresso candidati in 252 comuni su 1342 e di questi solo 4 comuni minori non hanno retto all’assalto pentastellato. Per il resto, il M5s va al ballottaggio in 17 comuni “medi” e 3 capoluoghi.
E se è probabile che riesca a prendersi la capitale (e forse, in questo caso, sarebbe anche dovuto), non altrettanto si può dire di Torino, dove il ballottaggio è molto aperto ma il candidato PD Piero Fassino comunque parte in vantaggio di quasi 45 mila voti.
Dal mio punto di vista, dunque, questa tornata elettorale rimane del tutto insoddisfacente per il Movimento Cinque Stelle, che risalta solo per essersi accaparrato il centro mediatico dello scontro (insieme a Milano), ovvero Roma.
Saranno pure in crescita, ma essa prende movimenti talmente elefantiaci da far pensare alle condizioni con le quali si presenteranno al referendum che tra pochi mesi potrebbe seriamente vedere la caduta del Governo Renzi. In caso contrario, l’appuntamento elettorale del 2018 rimane comunque uno scoglio vicino, troppo vicino per un Movimento forte al Nazionale ma così poco rappresentativo territorialmente. Se in sette anni così esiguo è il numero di candidati amministrativi espresso, in pochi mesi difficilmente potrà cambiare qualcosa.

 

PD

Il partito che esprime il Governo è in calo e dopo tre anni è condizione naturale in qualsiasi democrazia. Sbaglia chi fa e le critiche vanno a chi sbaglia (o pare lo faccia), in un circolo ovvio e che, dunque, poteva far presagire tranquillamente un calo del Partito Democratico, che rimane in ogni caso saldamente ancorato a mille comuni e che se la gioca – spesso in vantaggio – nelle maggiori città.
Guardando con maggiore attenzione la situazione proprio delle città maggiori, però, vediamo come a Cagliari il “Partito della Nazione” vinca al primo turno con un candidato “ex arancione” e di Sel, pure.
A Salerno trionfa con il 60% un candidato forte dell’influenza di De Luca, mentre a Napoli affonda la Valente, viene persa Cosenza, a Roma comunque arranca (e già si sente odore di miracolo e santità) Giachetti, Torino rimane salda al primo turno con un candidato certamente poco renziano, ma è molto scoperta per il ballottaggio, e a Milano il “supercandidato” Sala, che avrebbe dovuto passare il primo turno pure correndo con le gambe in un sacco, la testa in un secchio e le mani legate, porta a casa un ottimo risultato, pari, però, a quello del candidato della destra, Parisi.
Si può parlare di una sconfitta dei candidati renziani? Sì, si può e si deve. Per il bene del partito qualcuno dovrebbe farlo e riconoscere che a Roma Giachetti perde tutte le periferie (ma proprio tutte) dove vince invece la Raggi, e si tiene stretti i due quartieri del centro. Paradosso, per un candidato di sinistra.
Bisogna ammettere che hanno fatto meglio i candidati non direttamente renziani, che a Milano è stato presentato un esponente con un trascorso più a destra del candidato della destra stessa. Perché la strategia renziana di andare a pescare voti da bacini non convenzionali si è rivelata dirompente fintanto che a destra era presente solo un enorme buco nero; come ipotizzato da Stephen Hawking, però, ai margini di ogni buco nero potrebbe rimanere traccia di ciò che da esso è stato inghiottito. Tracce di materia riconducibili a qualcosa, e a Milano il “qualcosa” era proprio la Destra, che appena ha presentato un candidato credibile ha dimostrato di potersi riprendere gli elettori confluiti al PD ed uscire dal gorgo.
Potrebbe essere ora di ridiscutere la composizione socio-antropologica degli elettori del partito e magari ammettere che per una riorganizzazione interna serva un segretario non gravato dall’oneroso compito di Capo del Governo.

 

FI

Si levano strali minacciosi contro chiunque osi ribadire la limpidezza di un dato: Berlusconi sempre più si fa terra bruciata intorno, sempre meno possibilità politiche gli rimangono. I candidati forzisti perdono, sempre e violentemente, con l’eccezione di Cosenza. Ad esempio Osvaldo Napoli, tanto influente nell’era berlusconiana, quanto insignificante nelle elezioni torinesi, dove racimola uno stentato 5%. Qualcuno addita il risultato milanese, ma Parisi imbarca diverse compagini di destra, tra cui la Lega. E comunque vantarsi di stare giocando una partita in rincorsa nella città che sempre è stata il simbolo della destra capitalista è compiere un harakiri semantico e concettuale di proporzioni storiche.

 

FDI/LEGA

Si ritorna alle potenzialità inespresse, Salvini avrebbe dovuto approfittare dell’arretramento del PD e invece trasecola, annaspa, rimane escluso a Roma, corre una battaglia persa in partenza a Bologna (da ammettere, però, con un importante 20% della Borgonzoni), investe in prima persona a Torino su un Morano che non arriva al 10%.
La Meloni subisce una sconfitta lacerante. Sono sicuro che in Italia rischieremo di dimenticarlo o semplicemente di non accorgercene, ma in un altro paese un capo di partito che si gioca la carta personale e nemmeno arriva al ballottaggio sarebbe mediamente finito. Ballottaggio perso, poi, contro un candidato di un partito appena uscito dal più grosso scandalo della storia recente della Capitale.
Si potrebbe sostenere che la destra unita a Roma sarebbe arrivata al secondo turno e da lì, chissà, la partita sarebbe stata ben più aperta per la Raggi contro la Meloni che contro Giachetti.
Si potrebbe, certo; e la tendenza tutta della Destra degli ultimi vent’anni lo confermerebbe, dove la Sinistra si frantuma dall’altra parte ci si unisce e si trionfa con maggioranze bulgare. Quello che penso, è che ci si unisca perché non si hanno programmi, e quindi tutti sono compatibili nel nulla. Quando l’elettore medio “destrorso” inizierà a indignarsi per questa commistione che prostituisce ideologie e concetti per una manciata di voti, forse l’Italia tornerà ad avere una Destra meno imbarazzante e più confacente ad un passato storico glorioso.
Concludo ricordando che, comunque, lo sgarbo non l’ha fatto tutto Berlusconi alla destra romana ma lo scivolone vero l’ha combinato Giorgia Meloni, rifiutando prima la candidatura e accentandola quando ormai si era ripiegato su un candidato alternativo, poi affossato (Bertolaso). E Berlusconi si è (forse giustamente) vendicato della scortesia, appoggiando Marchini e affossando pure lui. Una strage, insomma.

 

 

A TORINO intanto l’aria che si respira è pesante, la candidata 5s è forte e carismatica e il Movimento ha dato ben prova di saper valorizzare le figure femminili… Le figure femminili di destra, perché quella sembra essere l’estrazione ideologica di Chiara Appendino, connotato che certamente le porterà i voti di Morano e potrebbe richiamare quelli di Rosso (e in contrasto quelli di Airaudo, ma tacciamo sulle scelte di un candidato politico appoggiato davanti a tutti dai sindacati, la cosa è già controversa così com’è).

Osvaldo Napoli invece potrebbe confluire verso Fassino, andandosi comunque ad accodare a un carrozzone che, di nuovo, della Sinistra molto non ha (i Moderati per Fassino, tanto per cominciare).
Al netto del mio fallace giudizio, comunque, mi sembra che l’exploit dell’M5s torinese non dipenda dall’amministrazione Fassino, che giudico, tra l’altro, positivamente. O meglio, si pensa sia così, ma nella maggioranza dei casi i malumori che hanno portato la Roccaforte Rossa d’Italia (titolo condiviso con diversi centri emiliani) ad abbandonare il PD dipendono dal Nazionale e il sostegno alla candidata pentastellata pure in larga misura dipende esclusivamente dal consenso parlamentare del Movimento, più che dalla reale e viva adesione ai temi proposti da Chiara Appendino.
Temi che spesso e volentieri abbracciano la condizione delle periferie, situazione, però, debitamente tenuta da conto dalle liste fassiniane. Non è un caso che siano circa una decina i ragazzi dei Giovani Democratici ascesi alla ribalta delle Circoscrizioni torinesi proprio con lo slogan #vivalaperiferiaviva e con altri due candidati al Consiglio Comunale. Una squadra di ragazzi con una media d’età fortemente sotto i trent’anni, giovani alla prima esperienza che sono arrivati spesso e volentieri primi nelle circoscrizioni di appartenenza e che hanno raccolto, in diversi casi, molti più voti dei candidati M5s al Consiglio Comunale: vivido l’esempio di Francesco Daniele, che ha preso 991 voti alla Circoscrizione 3 a fronte del primo candidato 5s in Comune, Damiano Carretto, che porta a casa solo 810 preferenze.
E forse per il Movimento potrebbero, in caso di vittoria, aprirsi scenari di legittimità della rappresentanza, tenendo conto delle poche preferenze ricevute dai propri candidati e che non dipenderebbero solo dal non essere radicati, molti, sul territorio (non lo erano nemmeno i ragazzi GD).
La sfida finale, sulla quale non riesco a formulare pronostici ai quali io stesso possa credere, si giocherà su una manciata di voti, forse cinquemila, con una forbice del 3% tra un candidato e l’altra.
Hanno votato circa in quattrocentomila al primo turno, centocinquantamila per Fassino, centosettemila per la Appendino. Dunque rimangono centoquarantamila votanti che, come tali, potrebbero decidere di partecipare anche al secondo turno per “minimizzare le perdite” e confluire per il candidato per loro meno doloroso. Dall’altra parte, i circa quattrocentomila astenuti rimarranno sostanzialmente tali, forse cinquantamila di essi si smuoveranno per il secondo turno e andranno comunque a compensare le perdite di chi ha votato al primo e non intende sprecarsi oltremodo.

In sostanza, aspettiamo il 19 giugno, che tanto l’appuntamento vero sarà il referendum e forse la tattica mediatica messa in campo dal PD Nazionale, ovvero parlare il meno possibile delle amministrative e cercare di condizionarle per induzione attraverso il dibattito già sul referendum, potrebbe non solo influire negativamente su quest’ultimo, per la personalizzazione fattane dal Presidente del Consiglio, ma potrebbe essere stato un boomerang e aver portato i cittadini ad un voto di protesta già a queste amministrative.
Se così fosse, saggio sarebbe prendere sul serio il voto espresso da tredici milioni di italiani nei Comuni e intendere che potrebbe facilmente ripetersi una simile dinamica ad ottobre. Amplificata.

Vota i nostri posts