To leave or not to leave, that is the question

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Dopo il voto per la Brexit, sono ora numerose le multinazionali il cui quartier generale si trova proprio nella City a dover rispondere alla fatidica domanda: “Leave or remain?”

Il ruolo di Londra era infatti quello di capitale finanziaria europea; tuttavia, dopo la dipartita inglese dall’Unione, la successione è aperta e sono numerose le città che aspirano a conquistare questo prestigioso titolo. Tra coloro che stendono il tappeto rosso in vista dei potenziali traslochi c’è il presidente dell’Ile-de-France, Valérie Pécresse, la quale ha detto di essere «pronta ad accogliere tutti coloro che vogliono tornare in Europa». Il Wall Street Jornal riporta che la Frankfurt Main Finance, associazione di lobbisti della città tedesca, ha attivato una hotline per attrarre gli investitori che intendono lasciare la City e, secondo le stime di Martin Hellmich, professore della Frankfurt’s School of Finance and Management, vi è la concreta possibilità che fino a 10.000 banchieri di base a Londra si trasferiscano in Germania nei prossimi mesi. Tra le concorrenti figura inoltre l’Irlanda a cui guarda, ad esempio, la banca Morgan Stanley che ha intenzione di delocalizzare 2.000 dipendenti. È doveroso citare anche il timido tentativo del neosindaco Sala, il quale ha candidato la città di Milano come possibile nuova sede per i transfughi da Londra assicurando che “si potranno creare condizioni favorevoli per chi vorrà stabilire la propria sede a Milano, costituendo un’occasione di crescita, lavoro e sviluppo per la città.”.

Per evitare il trasferimento dei quartier generali delle maggiori istituzioni finanziarie, le autorità del governo inglese sarebbero già pronte ad aprire un tavolo con le grandi banche d’affari estere offrendo un piano di vantaggiosi incentivi fiscali e benefici. Il rischio per l’Inghilterra è infatti concreto: il 50% dell’export del Regno Unito è verso l’Unione europea e di questa percentuale il 20% è costituito da servizi finanziari. In totale, PwC stima che Brexit potrebbe costare dai 70.000 ai 100.000 posti di lavoro nel settore dei servizi finanziari entro il 2020; la capitale britannica sarà la città più colpita in quanto circa un quinto delle transazioni finanziarie globali avvenivano negli uffici dei suoi grattacieli. “Sostituire Londra non sarà facile” afferma Chris Skinner, presidente del Financial Services Club che aveva precedentemente detto “Londra è per il mondo finanziario quello che Madonna è per la musica pop”.

 
A febbraio, due delle più grandi banche del mondo, HSBC e Goldman Sachs (che ha investito $500000 nella campagna per il remain), avevano lasciato intendere che in caso di uscita dall’Unione Europea avrebbero dovuto trasferire parte del personale: ora non resta che vedere se il loro era un bluff per condizionare l’elettorato oppure se queste minacce si concretizzeranno. La statunitense Jp Morgan, che nel Regno Unito impiega 16.000 persone, potrebbe spostare circa 1.000 dipendenti. L’avvertimento della società è contenuto in una mail interna in cui il presidente, Jamie Dimon, non esclude che a breve possano essere attuati dei cambiamenti a livello organizzativo.

 
Sembra che anche la Deutsche Bank sia pronta a fare le valigie per tornare a casa: il colosso bancario tedesco, che conta 9.000 impiegati nel Regno Unito, aveva istituito già alcuni mesi fa un gruppo di lavoro per prendere in considerazione il rimpatrio delle attività in Germania.
L’uscita dall’Unione Europea si ripercuote anche sul settore automobilistico: da un lato ci sono Rolls Royce e Jaguar Land Rover che, per il momento, hanno promesso fedeltà al loro paese; dall’altro Toyota e Nissan che rallenteranno invece gli investimenti nel territorio britannico. Ed è proprio della Nissan lo stabilimento in Sunderland che dà lavoro a 7.000 dipendenti e che ora rischia la chiusura. Se i vertici BMW hanno rilasciato dichiarazioni poco rassicuranti “Si apre un futuro incerto per gli operai inglesi del nostro brand.”, al contrario Fca, che ha a Londra il proprio quartier generale finanziario e in Gran Bretagna la sede fiscale, afferma invece che la Brexit non modificherà le prospettive del gruppo.

 
Le multinazionali hanno scoperto le loro carte, ora la mossa spetta al governo inglese: la partita è appena iniziata e i governi europei sono pronti a scendere in campo. Come cantava Billy Ocean “when the going gets though, the though get going” (quando il gioco si fa duro, i duri iniziano a giocare).

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