Intervista a Massimo Cacciari

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Professore emerito di Filosofia presso l’Università Vita-Salute San Raffaele, già sindaco di Venezia, Massimo Cacciari è un attento osservatore degli sviluppi politici nazionali e non. Con lui abbiamo parlato di Brexit, elezioni americane e referendum costituzionale.

Professore, nel 2015 Cameron promise un referendum sella permanenza della Gran Bretagna nell’Unione Europea nella convinzione che gli esiti delle elezioni politiche lo avrebbero costretto a governare con i liberal-democratici e che questi non gli avrebbero quindi consentito di indire il quesito. Invece Cameron stravinse e, governando da solo, quella promessa la deve ora mantenere. Un azzardo per convenienze elettorali che poteva essere evitato? Più in generale, che opinione ha circa l’utilizzo dell’istituto referendario su questioni così importanti?

Penso che Cameron non avesse alternative. Indire un referendum sulla permanenza della Gran Bretagna visti i sempre più crescenti malumori nel Paese era ormai assolutamente necessario, soprattutto dopo averlo promesso. Non poteva certo venir meno all’impegno preso. Il malcontento dei cittadini britannici nei confronti di questa Unione era ed è troppo forte per fare marcia indietro su un aspetto così importante.

Per quanto riguarda l’opportunità di consultare il popolo in queste occasioni, ritengo che si debba porre un distinguo. Per quesiti come quello in questione, non tecnico ma politico e su un tema fondamentale come fu per noi la consultazione sul divorzio o sulla scelta fra repubblica e monarchia, l’istituto referendario è un valido strumento. In altri casi, quando invece il quesito contiene aspetti tecnici come quelli su questioni energetiche, penso che il referendum sia meno opportuno, proprio perché la difficolta di questi aspetti tecnici renderebbe poco consapevole il voto.

Alesina e Giavazzi sul Corriere hanno in qualche modo rassicurato circa le conseguenze economiche di una possibile uscita della Gran Bretagna dall’Unione. La partita è quindi riconosciuta essere principalmente politica e le conseguenze su questo fronte potrebbero essere gravi. Se uscire dall’Europa diventa così facile, ogni Paese potrebbe cominciare a considerarla come valida alternativa…

Guardi, fino ad oggi gli economisti hanno sbagliato la gran parte delle previsioni quindi senza nulla togliere a Giavazzi penso che ci sia ben poco di cui fidarsi. Le conseguenze economiche della Brexit sarebbero importanti e soprattutto non è assolutamente possibile separare il piano politico da quello economico. L’uscita della Gran Bretagna sarebbe una catastrofe in tutti i suoi aspetti. E questo anche e soprattutto perché senza dubbio altri Paesi potrebbero decidere di seguire il suo esempio. Il malcontento verso l’Unione, per molti versi giustificato, è infatti presente in diversi Stati.

Ma secondo lei cosa non ha funzionato nel processo di costruzione dell’Unione? Se guardiamo solo all’eurozona, nel 1998 l’86 per cento degli italiani e il 71 per cento dei francesi era favorevole alla moneta unica. Oggi i numeri sono molto diversi…

Tutto non ha funzionato. Quell’entusiasmo iniziale per la costruzione di un’Europa comune che poteva certo essere presente nella maggior parte dei cittadini era dettata dalla speranza che l’Europa avrebbe portato maggior benessere. Quella convinzione è venuta meno non appena si sono potute toccare con mano le debolezze strutturali dell’integrazione.
Manca completamente una visione politica e questa carenza non ha fatto altro che accrescere il malcontento verso un’istituzione percepita come lontana e completamente incapace di agire sulle questioni fondamentali. La gestione europea della crisi è stata esclusivamente nel segno dell’austerità e questo, oltre ad aver aggravato ancora di più la situazione, ha allontanato, come dicevo, i cittadini dalle istituzioni e suscitato un diffuso sentimento di sfiducia verso l’Unione.

Spostando lo sguardo oltre oceano, a novembre si terranno le elezioni presidenziali negli Stati Uniti. I due aspetti, quello della Brexit e quello delle elezioni americane sono stati legati da Angelo Panebianco, secondo il quale l’elezione di Trump non farebbe altro che aggravare i problemi politici dell’Unione. Lei cosa si aspetta dalle elezioni americane e quali pensa possano essere per noi europei le ripercussioni politiche, soprattutto nel caso vincesse il candidato repubblicano.

Penso che questi problemi non si porranno affatto in quanto la Clinton vincerà agevolmente le elezioni e la nuova amministrazione opererà in sostanziale continuità con quella attutale. Per noi europei non ci saranno quindi conseguenze politiche significanti derivanti dal voto americano. Questi continueranno a non ostacolare l’integrazione politica, a patto che l’Europa rimanga però una sorta di costola degli Stati Uniti, che non intacchi o metta in dubbio al loro supremazia, prima di tutto politica.

Le elezioni americane si terranno l’8 novembre, data in cui noi qui in Italia ci saremo finalmente lasciati alle spalle il referendum sulla riforma costituzionale. Salvini a questo riguardo ha più volte detto che voterà NO perché è contro un’Europa delle banche e della finanza; diversi esponenti di Forza Italia invece voteranno NO con lo scopo di mandare a casa Renzi. Ritiene che impostare una campagna elettorale per il NO che prescinde dai contenuti della riforma sia politicamente producente per chi la porta avanti? Lei che opinione ha della riforma?

È certamente così, il referendum è diventato un quesito sulla permanenza o meno di Renzi a Palazzo Chigi e questo, però, è stato cercato e voluto prima di tutto dal Presidente del Consiglio stesso. Stando così le cose è naturale che l’attenzione per il contenuto del referendum sia marginale. Con questo non voglio dire che sia un bene ma è del tutto evidente che le opposizioni decidano di impostare in questo modo la partita.

Per quanto riguarda invece la riforma, la giudico nel complesso in modo negativo, soprattutto se prendiamo in considerazione il suo combinato disposto con la legge elettorale. È una riforma però, che sebbene sgrammaticata, sicuramente non può essere ritenuta dannosa rispetto al passato. La valuto quindi come un mezzo passo avanti; non peggiora sicuramente la situazione ma ha delle evidenti criticità.

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