Intervista a Giacomo Vaciago

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Docente di Economia Monetaria presso l’Università Cattolica di Milano, già consigliere della Presidenza del Consiglio, dal giugno 2014 Giacomo Vaciago è consigliere Economico del Ministero del Lavoro. Con lui abbiamo analizzato il risultato e le conseguenze del referendum britannico che ha portato all’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea.

Professore, alla fine è stata Brexit. In economia gli shock che fanno più paura sono quelli imprevisti e, benché altamente probabile un risultato di questo tipo, negli ultimi giorni i mercati sembravano scommettere in un’altra direzione. Invece ci siamo risvegliati con le dimissioni di Cameron, le borse europee a picco, la sterlina che crolla ai livelli di 31 anni fa e con lo spread italiano che torna ad avvicinarsi a quota 200. Che lettura dà al risultato e al suo effetto d’impatto? È stato un voto di pancia poco razionale o le motivazioni sono più profonde?

Nelle note conclusive della sua Teoria Generale (1936), Keynes sottolinea due caratteristiche negative  della società economica nella quale viviamo: distribuzione arbitraria ed iniqua del reddito e della ricchezza; disoccupazione di massa.

È stato in questi anni più vero di allora. Ma l’Europa non se ne è neppure accorta ed ha finito col sembrare colpevole di ciò, forse ancor più di quanto vero. I cittadini – soprattutto quelli che avevano un miglior passato davanti a loro (l’age divide è stato molto importante, nel voto su Brexit) si sono sentiti ignorati ed hanno reagito con risentimento. Non è la prima volta e non sarà l’ultima (la stessa logica del referendum favorisce ciò). Ma dove erano i tanti politologi di cui disponiamo?  Possibile che al diminuire del numero dei politici che sanno cos’è una  leadership e riescono quindi a guidare i loro popoli, oggi abbondino i follower, che leggono i sondaggi e, quando li capiscono, cercano di adeguarsi?

Venendo all’economia, sappiamo che le banche centrali sono intervenute massicciamente sui mercati dando liquidità. Sono pagati per evitare il peggio e lo hanno fatto su tutti i mercati del mondo, in tempo reale e in modo coordinato.  Ma se contengono le fluttuazioni delle valute e dei titoli pubblici, non possono operare direttamente sulle borse (sarebbe stato molto meglio chiuderle subito, venerdì mattina!) e, quindi, tutte le paure si sono scaricate sulle azioni, in modo particolare sui titoli che misurano il valore delle banche. È da tempo ormai che il valore in borsa delle banche è il termometro più sensibile dei nostri problemi (veri o temuti) e ciò significa che si aggrava il “circolo vizioso” della mancata crescita: senza credito, non c’è crescita; ma le crisi azzoppano il sistema bancario. Quanti anni ci vorranno per tornare normali?

Nella giornata post voto è scivolato anche il prezzo del petrolio: molti si aspettano un rallentamento della crescita globale e, quindi, un minor consumo di gregge. Segno, questo, che gli effetti della Brexit sono attesi essere ampi e profondi. Ci aiuta a delineare le possibili ripercussioni in campo economico, sia nel breve che nel medio-lungo periodo?

Nell’immediato, il voto del 23 giugno scorso (che rimarrà nei libri di storia!) ha “impoverito” le famiglie e ridotto i rendimenti attesi degli investimenti delle imprese: quindi minor crescita attesa del reddito nel resto del 2016. Nel nostro caso, avremmo dovuto veder passare il testimone della ripresa dai consumi agli investimenti e dal settore automotive al resto dell’economia. Doveva essere un secondo anno di ripresa, con la possibilità di un ritorno alla crescita. Tutto ciò oggi è in dubbio.

Ma non abbiamo la minima idea di come andrà a finire:  il voto del 23 giugno è una dichiarazione di intenzioni, cui farà seguito (ai sensi dell’ art.50 del Trattato di Lisbona, che merita di essere riletto)  una trattativa Londra-Europa per definire come e quando Londra esce. A Bruxelles hanno già detto  (ma anche questa può esser stata solo una reazione di stizza, di cui sarebbe stato meglio fare a meno) che non ci sarà alcuna reazione comune: in altre parole, Londra dovrà negoziare in modo bilaterale con altri 27 paesi gli accordi che regoleranno la sua uscita e soprattutto ciò che succederà dopo.

In sostanza, ci muoviamo in terre sconosciute e non abbiamo neppure una bussola (non ci sono precedenti casi di uscita, pur avendo saputo da tempo di un “diritto ad uscire”, e di procedure a tal fine predisposte). Come sappiamo, l’incertezza danneggia l’economia perché induce a rinviare la spesa, soprattutto di quella più utile (quindi non il pane e il latte), che serva a darci un futuro migliore.

Tornando ai mercati e più in articolare alle borse, quella di Londra ha fermato la sua caduta a -3,15%, mentre Milano, Madrid e Atene sono affondate di oltre 12 punti. Eppure quelli che ora si trovano isolati sullo scenario globale sono gli inglesi. È solo speculazione o i mercati vedono un rischio concreto anche nella stabilità di paesi come il nostro?

Come in ogni unione – pensiamo al matrimonio di due persone – lo scioglimento è un danno per ciascuno. Maggiore o minore, a seconda delle circostanze. Gli inglesi (o meglio, il 52% di loro) hanno ritenuto che l’Unione fosse per loro un danno ed hanno preferito uscire. Ci vorranno anni per decidere se ciò li danneggi più o meno seriamente.

Ma noi abbiamo talmente sostenuto che – nell’ interesse comune – Londra dovesse restare, da riconoscere esplicitamente che la loro uscita sarebbe stata un danno per tutti.

Restando nella sfera geo-politica, oggi su quasi tutti i giornali si dà ampio spazio al dovere che ha l’Unione di cogliere questa crisi per rinnovarsi. Da un governo economico al completamento dell’unione bancaria, passando da un accordo con sanzioni per i Paesi con non rispetteranno la ripartizione dei rifugiati. Sul lato opposto rispetto a questa visione per certi versi ottimista, il vento del nazionalismo che soffia su molti stati europei. Lei che futuro vede per l’Unione?

Parliamo brevemente del futuro possibile e di quello auspicabile. A ben guardare, ci sono due “Europe”: quella di 28 paesi, che chiamiamo EU, cioè Unione Europea; e all’interno di questa, quella di 19 paesi, che chiamiamo UEM cioè Unione Economica e Monetaria. Da anni, la prima è ferma, ed è da questa che gli inglesi hanno deciso di voler uscire. La seconda, invece, è un cantiere di intensa attività di crescita: di regole, di istituzioni, di politiche. Dal giugno 2012, è finalmente partita l’Unione bancaria (i miei studenti sanno che senza unione bancaria, l’unione monetaria non era neppure esistente); con regole comuni di vigilanza e di liquidazione del sistema bancario.

Ciò che mi aspetto – e anche qui, la mia speranza è che ciò avvenga in modo pacifico – è che l’uscita di Londra dall’Europa a 28 serva a stimolarci a fare di più e meglio per l’Europa a 19. La moneta comune è infatti già “sovranità-condivisa”, è cioè evidente il bene comune che viene perseguito.

La divisione del lavoro finora prevalsa era che di alcuni obiettivi (qualità del mercato e crescita) si occupava l’Europa a 28, lasciando all’ Europa a 19 solo gli obiettivi della stabilità (monetaria e finanziaria). Questa ripartizione, con l’uscita di Londra, non ha più senso: bisogna proseguire nell’attribuzione di più compiti e responsabilità all’Europa a 19. Che è proprio quanto si sostiene per esempio dicendo che dovremmo avere un obiettivo di crescita comune e lo stesso antitrust per tutti i 19 paesi che già hanno la stessa moneta.

Se questo avviene, nei prossimi anni non rimpiangeremo l’uscita di Londra e ci consoleremo con l’idea che è uscita da quanto comunque non aveva futuro.

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