God save the Queen

brexit

Great Britain has taken an historical decision and is out” e bisogna prenderne atto alla svelta.

Il referendum era consultivo, dunque privo di valore legale e non vincolante per le Camere inglesi. Ma quella è la Gran Bretagna e non l’Italia, la volontà popolare si rispetta o si va a casa. Ci possiamo allora aspettare che la consultazione popolare avrà le sue conseguenze e l’uscita si potrà affermare in modi differenti, che dipenderanno dal clima che il premier britannico che dirigerà le trattative (Cameron ha infatti annunciato le sue dimissioni) troverà in Europa.

I cosiddetti “brexiters”, primo tra tutti l’ex sindaco di Londra Boris Johnson, auspicano in un lento processo contrattuale, che dia il tempo alle istituzioni politiche e finanziarie di calibrare nuovi pesi e poteri e poter rinegoziare nel dettaglio e con la dovuta calma i singoli trattati commerciali che legherebbero GB e UE.

Dal loro punto di vista, arrivare a godere di una condizione di tipo “norvegese” sarebbe l’ideale: adesione all’EFTA (come già nel periodo tra il 1960 e il 1972), oggi costituita da Svizzera, Norvegia, Islanda e Liechtenstein; prediligere la diretta partecipazione al mercato interno UE di cui godono questi ultimi tre paesi (la Svizzera ha preferito affidarsi ad accordi bilaterali); accesso ai fondi europei per la ricerca.

Economicamente cambierebbe ben poco per la GB, con la significativa differenza di non poter più prendere parte ai processi decisionali di un mercato unico (quello UE) che assorbe metà delle esportazioni del paese e vale oggi un totale di 200 miliardi di euro per i paesi esportatori dell’EFTA.

Netta sarebbe però la sconfitta per i brexiters, in quanto gli accordi EFTA accolgono e regolano anche le quattro grandi libertà europee: libertà di circolazione di beni, persone, servizi e capitali.

Considerata la grande strumentalizzazione che il tema della immigrazione ha subito da parte dei sostenitori del fronte OUT, non sembra percorribile una strada che ammetta la libera circolazione delle persone.

Altro consistente ostacolo verso il solco norvegese è il timore di Bruxelles che una risposta privilegiata a un caso straordinario, quale è la defezione di un membro dell’Unione, possa portare altri paesi a convincersi di poter fare lo stesso e continuare, però, a godere di tutti i vantaggi economici del caso.

Meglio sarebbe mostrare il lato disastroso del “Leave”, si pensa, e da una parte potrei essere d’accordo, ma bisogna usare prudenza.

Ci vorranno complessivamente sette anni prima che il processo di esclusione e rinegoziazione venga portato a termine. In questo periodo vedrei bene un cambio di rotta universale e il rientro dei nostri fratelli britannici nello spazio comunitario, inattuabile se la durezza degli atteggiamenti erodesse consensi appartenenti originariamente al fronte IN. A quel punto, però, il rientro sarebbe alle nostre condizioni, prima fra tutte l’adesione della GB a partecipare al decantato “processo di creazione di una unione sempre più stretta tra i popoli d’Europa”. Da ricordare, poi, come la secca e inflessibile volontà comunitaria mostrata nei confronti della Grecia, al netto di tutto, abbia solo aggravato la situazione.

Le istituzioni europee non intendono, però, concedere tempo al governo britannico e a gran voce si chiede l’applicazione dell’articolo 50 del Trattato di Lisbona, che prevede che il meccanismo di recesso volontario e unilaterale di un paese membro debba avvenire, con le dovute negoziazioni, in un tempo limite di due anni, decorsi i quali l’espulsione sarebbe automatica. I brexiters però sanno bene che, imboccata una simile via, il processo sarebbe rapido e sospendibile e reversibile solo con il voto unanime dei paesi membri.

Fatte le considerazioni sugli scenari che si spalancano davanti alla Gran Bretagna, consideriamo ora le possibilità recenti che possono essere colte dalla “nuova” Unione Europea.

Quarantacinque partiti nazionali europei (molti di modesto elettorato) hanno già avanzato richieste per l’ottenimento di referendum analoghi a quello britannico.

Se al governo dell’Europa ci fosse una classe politica meno timorosa di esporsi nettamente nei confronti del proprio elettorato e capace di guardare oltre le successive elezioni politiche nazionali, il dato negativo sopra esposto potrebbe essere arginato e surclassato sapendo trovare le nuove frontiere che ci si spalancano di fronte.

Perché se l’Inghilterra ha creduto di avere motivi sufficienti per uscire dall’UE, diversamente la pensano Scozia e Irlanda del Nord (e, per la verità, anche le grandi città, Londra, Liverpool e Manchester) e, anzi, altrettanti motivi queste ultime pare credono di avere per abbandonare il Regno Unito.

Lo United Kingdom, in fondo, è quanto rimane di un vecchio e consunto imperialismo inglese, e nei prossimi due anni potremmo vedere una Scozia indipendente tornare in seno all’Unione Europea e un’Irlanda del Nord tornare a farne parte ricongiungendosi con Dublino. Scenario complessivamente molto probabile, considerando le recenti dichiarazioni del Primo Ministro scozzese Sturgeon e dell’ex premier Salmond. Per l’Irlanda del Nord ad esprimersi per il maggior partito del paese, lo Sinn Fèin, è stato il vicepremier Martin McGuinness (un nome, uno stereotipo), che, vorrei ricordare, è stato anche figura di spicco all’interno dell’IRA e uno dei maggiori artefici del Belfast Agreement e del cessate-il-fuoco.

L’Europa potrebbe, al tempo stesso, accogliere un paese suo sostenitore, vederne rafforzato in tal senso uno già membro e liberarsi di una nazione euroscettica.

Come già ho avuto modo di scrivere, l’Unione ora perde un membro tradizionalmente considerato dagli U.S.A. il proprio Cavallo di Troia per penetrare e meglio occuparsi degli affari del Vecchio Continente. Un Paese genuinamente euroscettico, che non ha voluto mai essere eccessivamente coinvolto nel processo di unificazione europea e che ha sempre guardato all’Europa come a un mercato privilegiato per le proprie esportazioni. Un Paese che ha voluto, sì, entrarci in questa Unione e che ha potuto farlo solo dopo la morte di De Gaulle e la cessazione delle sue egoistiche opposizioni. Ma che da allora sempre ha influenzato e perseguito lo sviluppo di una comunità europea sempre più economico-burocratica e meno politico-culturale di quanto dovrebbe essere, come anche sancito nel Manifesto di Ventotene.

E’ questo il momento propizio per risvegliare la insonnolita classe governativa europea e sbloccare l’Europa politica, ferma alla metà degli anni Novanta: creazione di un esercito unico, di un comando unificato per la cooperazione dei servizi segreti. Creazione di un sistema bancario federato, implementazione dei sistemi politici di partecipazione alla vita democratica dell’Unione a disposizione dei cittadini. L’Unione dovrebbe essere caratterizzata da più Parlamento e meno Commissione e Consiglio.

La comunità deve riscoprire la propria vocazione socialdemocratica (nel senso più bobbiano possibile) e tornare a occuparsi delle fratture sociali e della disoccupazione. I tecnicismi legati a flessibilità e rapporto debito-PIL hanno chiesto molto in termini di democraticità per la loro risoluzione e hanno ripagato poco, anzi hanno elargito a pioggia la stessa moneta, incrementando il malcontento, tutto incanalato dai partiti ultranazionalisti e xenofobi.

L’Italia può fare da guida in questo processo. Non dimentichiamo che tre italiani hanno sognato l’Europa, settantacinque anni fa. Non tre francesi, né tedeschi o spagnoli: tre italiani.

L’Inghilterra, c’è da dire, nel bene e nel male faceva da contrappeso liberista alle tendenze statalistiche francesi e tedesche e dopo le ultime amministrative italiane Renzi ha perso consensi nel paese, cosa che si traduce in un minor peso diplomatico della sua figura in Europa.

Angela Merkel e Francois Hollande ne approfitteranno per mediare con un asse bilaterale gli equilibri europei e ridisegnare il volto dell’Europa, con lo scomodo peso di una Italia molto attiva negli ultimi due anni fuori dai giochi, Italia che potrà solo arrivare in ritardo e accodarsi al processo già avviato.

Bisogna sbrigarsi e inaugurare subito una nuova stagione di riforme, o vedremo Geert Wilders chiedere il referendum in Olanda, Orbàn in Ungheria e volentieri si staccherebbe anche la Polonia, che accusa da tempo i membri più occidentali (e nordici) di essere troppo permissivi verso i migranti e ammiccanti in direzione della gay-community e tutte le tematiche connesse. Quello polacco sembra una sottospecie marcia e anacronistica di mos maiorum catoniano ritrovato (Catone il Censore).

Forse anche la Francia potrebbe lasciarci. Alle ultime amministrative socialisti e repubblicani si sono visti costretti a innalzare una barricata elettorale comune per arginare il lepenismo. Oltretutto, recenti sondaggi vedrebbero solo nel 34% dei francesi un atteggiamento apertamente favorevole verso l’UE. Sei punti percentuali in meno di analoghi sondaggi condotti mesi fa in Gran Bretagna.

Tutte queste mie elucubrazioni sono pronto a distruggerle con la stessa penna (ora tastiera) con cui le ho formulate.

La tesi non può che venire vanificata, se nasce da una premessa falsata; e cioè che ci sia una forte leadership europea in grado di portare avanti il sogno di unificazione.

La classe politica europea si è dimostrata cieca e inebetita, travolta dal fronte degli eventi, incapace di prendere posizioni nette, coraggiose, anche a costo di deludere il proprio elettorato. L’unico caso a fare eccezione è stata l’accoglienza dei rifugiati siriani voluta dalla Merkel. Le istituzioni politiche hanno dimostrato solo di sapersi aggrappare all’esistente, si sono ancorate all’albero maestro delle Regole più saldamente di quanto Ulisse abbia saputo farsi legare per resistere al canto delle sirene. Quello che vedo è la volontà di evitare un cambiamento che, si, a tratti sembra un salto nel vuoto, da scongiurare anche a costo dell’immobilismo endemico. E tanto a fare il salto nel vuoto, come si è visto, i movimenti populisti ci stanno costringendo lo stesso, lentamente e nella direzione da loro prescelta. Sintomatico come le decisioni più “politiche” e coraggiose sia riuscito a prenderle in questi anni Mario Draghi dall’alto della BCE.

Ritengo i nostri politici capaci di sbagliare ancora e continuare a farlo.

Se così sarà, vedrò infranto un sogno in cui credo e sulla base del quale ho già impostato i prossimi quattro anni di studi e sul quale vorrei impostare anche la mia vita lavorativa.

In conclusione, alcune mie considerazioni finali.

  • Salvini plaude al coraggio inglese, popolo capace, sempre e comunque, questo è vero, di saper scegliere per sé e da sé e di tracciare nuovi sentieri dove nessuno oserebbe avventurarsi per primo. Come spesso gli accade, però, Salvini sbaglia analisi, o peggio, la strumentalizza a suo favore, spacciando falsità per vere attività divinatorie. L’analisi che fa del voto inglese racconta un popolo capace di dissociarsi da banche e burocrazia e scegliere per sé una nuova via di sviluppo. Sbagliato. Il popolo inglese non ha, è vero, ascoltato il “parere degli esperti” in merito alle conseguenze di una uscita. Non per questo non li vuole, gli esperti. Il popolo inglese vuole continuare a fare esattamente quello che faceva prima in Europa, solo senza di essa. Agli inglesi l’attività delle banche e il liberalismo e le privatizzazioni vanno benissimo.
  • Ultimamente piace molto descrivere i rapporti tra popoli e nazioni in termini di parentela familiare. Suppongo dia una percezione di grande famiglia umana felice, come quella della Mulino Bianco. Nell’effettivo piace molto anche a me ragionare in questi termini, motivo per cui mi rifiuto già di dipingere gli inglesi come dei lontani cugini, di quelli fastidiosi che vedi solo ai matrimoni in posti improbabili e che si aspettano anche regali da parte di persone che non conoscono. Per me resteranno fratelli della grande famiglia europea. Un fratello può rinnegarne un altro, ma quest’ultimo comunque tale rimarrà per natura. E così i popoli europei: abbiamo attraversato la Natura e la Storia, forgiando una identità comune attorno a un destino di accadimenti altrettanto condiviso. Non sarà un referendum a cambiare millenni di storia.
  • Non so quanti siano a conoscenza delle aride dichiarazioni della Regina, rivolte contro l’Unione e a favore del risultato dell’uscita, recenti e anche degli scorsi mesi. Vorrei solo poter dire (e questa è la più personale e detestabile delle opinioni) che nel grido di rito “God save the Queen”, l’unica Queen che per me Dio avrebbe dovuto preservare era la band di Freddy Mercury.

 

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