Il giorno dopo la Brexit: serve un’Europa diversa

Brexit text with British and Eu flags illustration
Brexit text with British and Eu flags illustration

Addormentarsi con le ‘breaking news’ che parlavano del fronte del ‘Remain’ avanti con il 52% dei voti, secondo gli opinion polls; svegliarsi con la doccia fredda della vittoria degli indipendentisti.

Ci siamo svegliati in un altro mondo. Goodbye, Europe.

Non bastava l’amaro caffè del risveglio. A seguire: giornata tetra per i mercati (la peggiore, dai fatti di Lehman Brothers), sterlina a picco, tempesta sugli spread, dimissioni del premier Cameron, euroscettici che parlano di ‘Frexit’, ‘Nexit’.

Corsa alle rassicurazioni: il Presidente della Commissione, Juncker, dice che “non è la fine”; il premier Renzi parla di “governo e Ue capaci di garantire la stabilità”. Lunedì è previsto un vertice di emergenza tra Hollande, Merkel ed il nostro Premier.

Smaltito il duro colpo, però, guardiamo all’analisi del voto.

Il ‘Leave’ ha vinto con il 51,9% dei voti, contro il 48,1% del ‘Remain’: quasi un milione di voti di scarto.

Nel grafico che segue (fonte: YouGov.uk), è possibile osservare la distribuzione del voto per fasce di età:

ciao

È facile notare come la maggior parte dell’elettorato a favore dell’uscita dall’Unione Europea, si caratterizzi per avere 50 anni o più, con un picco tra i pensionati over 65.

Per quanto riguarda la ripartizione del voto, il fronte del ‘Leave’ vince in Inghilterra e Galles, mentre si mostrano roccaforti europee Scozia (62%) e Irlanda del Nord (55,8%), le quali ora chiedono un ulteriore referendum per uscire dal Regno Unito.

La spaccatura non riguarda soltanto l’età, ma anche il livello di educazione. Stando al sondaggio preliminare di YouGov – diffuso alla chiusura dei seggi e bastato su 4.772 adulti intervistati – il 71% delle persone con una laurea avrebbe votato contro la Brexit (e soltanto il 29% a favore). La situazione si capovolgerebbe prendendo in considerazione coloro che hanno titoli di studio inferiori: in questo caso il 55% dei votanti aveva dichiarato di volere uscire dall’Unione europea e il 45% di rimanere.

Ma il vero dato importante è il primo, relativo alla ripartizione del voto per età. I più anziani hanno deciso il futuro dei più giovani; coloro che vivranno le conseguenze di questo referendum per una media di 16 anni, hanno deciso il futuro di coloro che, mediamente, hanno ancora 70 anni da vivere.

I più grandi sconfitti di questo referendum sono, quindi, i giovani. Che « hanno votato con un ampio margine per restare, ma il loro voto è stato surclassato», ha commentato Tim Farron, leader dei Liberal democratici. «Sono andati a votare per il loro futuro, che gli è stato portato via».

Cosa succederà, ora, è la domanda che tutti ci stiamo ponendo. Sicuramente ci vorrà tempo per assimilare lo shock, sia sui mercati, sia all’interno delle istituzioni comunitarie.

Ma sin da ora, deve avviarsi una riflessione sulle cause che hanno portato all’esito referendario di stanotte e ai provvedimenti da adottare.

Sicuramente la soluzione è più Europa. Un’Europa più unita, più solida, che parli con una sola voce, che dia una sterzata repentina al processo di integrazione in campo politico, economico e militare, che abbandoni la politica delle soluzioni ‘step-by-step’ per fornire risposte olistiche e di ampio respiro.

Un’unione monetaria che non si accompagni ad una politica è un castello di carte destinato a crollare, dinanzi alle sfide globali.

Il risultato del referendum britannico deve suonare come una sveglia per tutti gli stati dell’Unione: gli Stati Nazione, fino ad ora, hanno da un lato utilizzato l’Unione come capro espiatorio dei fallimenti entro i propri confini, dall’altro si sono affannati ad invocare il suo intervento nel momento in cui si trattava di utilizzarla come un bancomat, talvolta utilizzando la retorica della ‘flessibilità’ dinanzi ad una politica monetaria, di per sé, già iper-espansiva.

Ora la corda sembra essersi spezzata, ed il gioco finito.

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