Gli squilibri di un mondo in movimento

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Nel settembre del 1997, a Dublino veniva varato un regolamento adottato dall’Unione Europea per regolare il diritto d’asilo, poi modificato nella versione denominata Dublino 3 nel 2013. Esso prevede il divieto di presentare domanda d’asilo in più di uno Stato membro dell’Unione; inoltre la domanda deve essere esaminata dal primo Stato in cui il richiedente ha fatto ingresso. Nel 1997 questa era stata la risposta europea alle possibili emergenze migratorie costruita sull’esperienza dei flussi seguiti dalla caduta del muro di Berlino e da quelli provocati dalla fine del conflitto  balcanico. Nessuno immaginava a quel tempo l’ondata di rifugiati che in questi anni ha fatto saltare le regole del gioco e che sta mettendo in crisi la tenuta dell’Unione Europea, causando uno scenario di grandi cambiamenti demografici.

Secondo i dati dell’Alto commissariato per le nazioni unite (Unhcr) nel 2015 oltre un milione di persone ha cercato di raggiungere l’Europa (di cui ben 856 mila sbarcate in Grecia), contro le 216 mila del 2014. L’elenco di tragedie  nel “mare nostrum” si mescola alle paure crescenti e sempre più radicate che questo fenomeno migratorio determina in una parte consistente dell’opinione pubblica europea. Il tutto completato dall’incapacità dell’Unione di provare a dare una risposta  collettiva al problema ,mentre prevalgono sempre più le spinte dei singoli Stati a chiudersi e a bloccare le frontiere.

I conflitti da cui fuggono milioni di persone fungono da acceleratore  di problematiche  più vaste che legano i fenomeni demografici ai problemi sociali ed  economici che, comunque, riguardano non solo il Vecchio Continente.  Secondo le stime delle Nazioni Unite, il 70% delle persone che hanno lasciato il loro Paese nel 2015 lo ha fatto per motivi economici e non per fuggire da una guerra.  Questo vale nel rapporto tra Europa e Africa  ma anche tra Stati Uniti (dove l’emigrazione è uno dei temi “caldi” della campagna elettorale in corso)  e Sud America.

Il grande economista J.K.Galbraith affermava che la migrazione è la via più sicura per uscire dalla povertà; infatti i Paesi d’origine contano molto sulle rimesse in denaro dei migranti “economici”.  Per evitare questo fenomeno, almeno in parte, sarebbe necessario avere un Ministero sull’immigrazione veramente “super partes”, piani di accordi economici internazionali e soprattutto  occorrerebbe ridurre le diseguaglianze, perché in sostanza è la parte più povera del mondo che continuerà a muoversi e a crescere, mentre lo statico Occidente è destinato a  invecchiare  progressivamente.  Le proiezioni demografiche ci dicono che, da qui al 2050, la popolazione attiva (dai 20 ai 65 anni) negli Stati  sviluppati, calerà da 758 a 607 milioni di persone, mentre in quelli  meno sviluppati crescerà da 3 miliardi e 478 milioni a 4 miliardi e 813 milioni. Un altro punto chiave è riuscire a intervenire sui tassi di natalità, in alcuni casi per alzarli, in altri per abbassarli.  Va ricordato, infatti, che due figli per ogni donna significano popolazione stabile. Per fare ciò occorre però modificare comportamenti sociali e culturali e avere strumenti e risorse  nel campo dell’educazione, della sanità e della prevenzione che non tutti hanno.

Un altro problema consiste nell’abbandono delle terre coltivate a causa di fenomeni naturali così come a causa di conflitti: questo porta a un incremento demografico soprattutto in città già largamente popolate.  Le “megacittà”, ad esempio le metropoli asiatiche sature di inquinanti,  presentano problematiche di impatto ambientale (consumi di energia, trasporti, infrastrutture, servizi, pianificazione urbana) e sociosanitario molto consistenti. Dunque è necessario operare scelte di sviluppo per aumentare la produttività e quindi la ricchezza dei Paesi più poveri, scelte che siano sostenibili per l’ambiente ed eque da un punto di vista sociale. Ma per questo occorre cooperazione a livello mondiale. Come si è attivata l’Europa?

Nelle ultime settimane, per affrontare l’emergenza migranti, Austria e Germania, pur ammettendo un “deficit” sul piano dei diritti umani, hanno deciso di chiudere le porte. In primo luogo approvando un disegno di legge finalizzato a riconoscere “Paesi di origini sicure” proprio quelli da cui proviene la maggior parte dei profughi. Infine, insistendo per il muro del Brennero: una barriera di filo spinato al confine con l’Italia, per respingere i migranti sbarcati nel nostro Paese e diretti a nord.  Un’offesa ai diritti fondanti dell’Unione.

Mentre il mondo si muove, l’Europa sbatte contro un muro.

Fonti :

“Il pianeta stretto” di Livi Bacci Ed. Il Mulino

http://www.un.org/en/development/desa/population/

http://www.unhcr.it/

http://www.globalmigrationgroup.org/

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