SPECIALE REFERENDUM TRIVELLAZIONI – 1

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Si avvicina il 17 aprile e pochi sono gli articoli che raccolgono informazioni complete sul tema del referendum sulle trivellazioni, ma ancor meno si vedono pezzi scritti con altra intenzione, se non quella di indirizzare il lettore all’opzione di voto prescelta. In questo articolo troverete raccolti i dati più significativi, spesso puntigliosi fino ai decimali, controllati sul sito del MISE. Sempre che il Ministero dello Sviluppo Economico non sia esso stesso la prima e principale fonte di reindirizzamento consapevole messa in campo.

Aggiungo che io stesso non ho ancora adottato una posizione definitiva sul tema, quindi prima che a voi, questo articolo è servito a me per cercare di decidere qualcosa, purtroppo con scarsi risultati. Vi auguro di trovare più efficace ispirazione dell’autore nelle righe che seguono.

 

IL REFERENDUM

Il referendum in questione è stato proposto a settembre da dieci Regioni, a maggioranza a guida PD, ma portato avanti poi da nove, dopo il ritiro dell’Abruzzo. Le Regioni così sono: Veneto, Liguria, Sardegna, Campania, Calabria, Marche, Molise, Basilicata e Puglia. Ovviamente, è loro garantito l’appoggio di comitati e associazioni ambientaliste, tra cui figurano Greenpeace, Legambiente e Marevivo.

Inizialmente viene presentato ricorso in Cassazione contro il decreto governativo “Sblocca Italia”: sei sono i quesiti avanzati dalle Regioni come oggetto del referendum. Cinque vengono recepiti come modifiche nella Legge di Stabilità 2016, dunque solo uno è dichiarato ammissibile dalla Corte di Cassazione. Successivamente, sei Regioni (Veneto, Liguria, Sardegna, Campania, Basilicata, Puglia) sollevano davanti alla Corte Costituzionale un conflitto di attribuzione con il Governo, su due dei quesiti già valutati in Cassazione. L’accusa mossa al Governo, è di aver legiferato senza consultazione delle Regioni sul “piano delle aree”, lo strumento con il quale Stato e Regioni concordano dove, quante e quali concessioni rilasciare per l’estrazioni di idrocarburi sulla terraferma. Per situazioni alquanto surreali createsi nei diversi Consigli regionali, cinque dei sei delegati presso la Corte Costituzionale si trovano delegittimati e privati del proprio mandato rappresentativo, ragione che spinge la Corte a rigettare il ricorso per vizio di forma il 9 marzo.

L’unico quesito precedentemente ammesso è riconfermato. Andiamo allora ad esaminarlo:

Volete voi che sia abrogato l’art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, “Norme in materia ambientale”, come sostituito dal comma 239 dell’art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 “Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (Legge di Stabilità 2016)”, limitatamente alle seguenti parole: “per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale”?

Il testo, in parole povere, ci chiede se vogliamo che le concessioni marittime di estrazione di idrocarburi, allo scadere dell’ultima proroga legittimamente richiesta e concessa, vengano ritirate, cosa che comporterebbe lo smantellamento di tutte le piattaforme ad esse legate. La revoca delle suddette si ottiene votando SI al quesito referendario, mentre voterà NO chi vuole che le concessioni vengano rinnovate in perpetuo, fino ad esaurimento del giacimento su cui insistono, come disciplinato nella Legge di Stabilità 2016 (per chi persegue quest’ultimo scopo, probabilmente, meglio sarebbe astenersi e tentare di impedire il raggiungimento del quorum).

Cominciamo, ora, ad entrare nel dettaglio.

La Legge di Stabilità 2016, come accennato, in campo energetico mira ad incrementare la produzione nazionale di idrocarburi e a renderci maggiormente indipendenti dalle forniture estere. Strumento prescelto per questo fine è la proroga in perpetuo delle concessioni estrattive marine già in essere. In questo modo le compagnie, dopo la Valutazione di impatto ambientale, potranno ottenere, su richiesta, diritti di estrazione fino ad esaurimento dei giacimenti. Viene, però, rinnovato un precedente vincolo, introdotto tra il 2010 e il 2012: non sono rilasciabili nuove concessioni entro le 12 miglia dalla costa.

La precedente normativa prevedeva una prima concessione di trent’anni, con possibilità di un primo rinnovo di dieci e successivi ogni cinque.

 

LE PIATTAFORME

L’Italia dispone di un totale di 135 piattaforme: 43 sono oltre le 12 miglia, coprono il 36% della produzione nazionale di gas e sono così suddivise: 31 piattaforme eroganti, 9 non eroganti e 3 di supporto.

Entro le 12 miglia sono presenti 26 concessioni, sulle quali insistono 92 piattaforme. Di queste, solo 48 saranno oggetto del referendum. Le altre, afferenti a 9 concessioni, coprono il 9% della produzione nazionale di gas (1,1% dei consumi) e non verranno, presumibilmente, toccate dal referendum, non perché non eroganti (come mi è capitato di leggere), ma perché, per esse, l’istanza di proroga era stata presentata quando ancora vigeva la vecchia normativa.

Per quanto riguarda i 48 impianti coinvolti, essi sono legati a 17 concessioni, di cui 4 bivalenti per gas metano/petrolio. La produzione copre il 17,6% della produzione nazionale di gas e il 9,1% di quella di petrolio (alcune fonti parlano, erroneamente, di una produzione all’ 8,7%), corrispondenti rispettivamente al 2,1% e 0,8% dei consumi nazionali. L’effettivo valore economico di questi numeri è relativamente modesto: sul mercato globale la produzione di gas vale 360 milioni di dollari, 180 quella di petrolio. Le concessioni di queste piattaforme scadranno tra il 2018 e il 2034 (l’ultima è quella concessa a Eni e Edison davanti a Gela).

Tra le 17 concessioni citate, la più importante è certamente la D.C 1.AG, che copre le zone costiere al largo di Crotone e che da sola partecipa all’8% della produzione nazionale di gas. Le piattaforme presenti sono così suddivise: 1. HERA, LACINIA, BEAF  2. LUNA, 40SAF  3. LUNA A  4. LUNA B . La D.C 1.AG sarà una delle prime a scadere, nel 2018.

 

LE COMPAGNIE

Sul totale delle 92 piattaforme entro le 12 miglia, Eni è azionista di maggioranza per 76 di esse, 15 vanno alla francese Edison e una soltanto all’inglese Rockhopper.

 

LE TASSE

Le compagnie sono, nel complesso, sottoposte ad una tassazione elevata (63,9%), anche se inferiore in confronto a quelle di altri Stati (ma per ovvie ragioni). In compenso, le royalties che vengono versate allo Stato sono tra le più basse al mondo: 7% sul gas e 4% sul petrolio. Le royalties sono imposte applicate sul valore di vendita degli idrocarburi estratti.

Nel 2015 lo Stato italiano ha incassato dalle compagnie 352 milioni di euro in royalties (ma solo 38 sono i milioni provenienti dal valore della produzione delle piattaforme entro le 12 miglia).

Andiamo a vedere quanto versano a testa le compagnie:

Eni 246.779.474,41  Shell 94.379.041,92  Edison  9.879.432,02

e come viene ripartito l’ammontare:

Stato 55.156.589,23  Regioni 163.055.981,96  Comuni 26.444.749,80  Altro 107.397.582,71

Queste le somme dichiarate dal DGRME-MISE (DGRME: Direzione Generale per le Risorse Minerarie ed Energetiche).

 

CHI TRIVELLA in Europa e nel Mediterraneo

Secondo gli ultimi dati UE disponibili, risalenti al 2010, sarebbero 900 le piattaforme totali e undici i paesi che le controllano: 486 al Regno Unito, 181 all’Olanda, 135 all’Italia, 61 alla Danimarca. Francia, Spagna, Grecia, Romania, Bulgaria, Germania, Polonia e Irlanda sono tutti sotto le dieci piattaforme. Hanno sviluppato progetti di estrazione anche Cipro, Malta e la Croazia (e quest’ultima prevedendo royalties più alte delle nostre, al 10%).

Nel Mediterraneo ci fanno compagnia, con percentuali di rilievo, anche Israele, Egitto, Libia e Algeria.

 

IL LIMITE DELLE 12 MIGLIA

Le 12 miglia dalla costa come limite alle trivellazioni sono state introdotte nel 2010 dal decreto lgs. N. 128 (decreto Prestigiacomo), che andava ad integrare il Testo Unico dell’Ambiente del 2006. Il decreto alzava la soglia di divieto di coltivazione di idrocarburi da 5 a 12 miglia in prossimità delle aree marine protette. Tale divieto fu poi esteso nel 2012 a tutto il litorale nazionale, fu introdotta la nuova procedura di Valutazione di impatto ambientale e fu rafforzato (mollemente, per la verità, quasi la metà delle piattaforme non ha mai subito la Valutazione di impatto ambientale) il ruolo di controllo degli enti locali. L’8/08 del 2013 un altro decreto ministeriale andava a ratificare i due precedenti sopra citati.

Nel complesso, fu ridotta del 44% la superficie aperta ad attività minerarie e una sola nuova area venne introdotta (nel mar Balearico, attigua a zone di attività francesi e spagnole). Una dettagliata mappatura delle zone di coltura dei combustibili fossili la si trova nel Bollettino Ufficiale delle Risorse e degli Idrocarburi, pubblicata dal DGRME-MISE nel marzo 2015.

Già 2010 diverse associazioni, tra cui Assomineraria, lamentarono la lesività del decreto Prestigiacomo in termini di posti di lavoro, soprattutto se raffrontata alla non influenza del limite nuovamente posto in termini di impatto ambientale.

 

QUI IL SECONDO GIORNO DELLO SPECIALE – Le ragioni del sì e del no

QUI IL TERZO GIORNO DELLO SPECIALE – Bufale, dati gonfiati e fattori politici in gioco

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