Intervista a Teodoro Togati

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Teodoro Togati ha un dottorato in Economia a Cambridge ed è professore associato di Macroeconomia alla Scuola di Management dell’Università di Torino. Da anni approfondisce tematiche legate alla crisi finanziaria e alla stagnazione delle economie avanzate. In questa intervista abbiamo affrontato i temi più scottanti dell’attualità economica.

 

Il 10 marzo scorso Draghi ha ulteriormente accelerato lungo la via “giapponese” del QE e dei tassi negativi. È davvero la via giusta per risollevare l’inflazione?

Tenderei ad escluderlo. In questa fase storica – che mi sembra opportuno continuare a chiamare “New Economy” per via del ruolo chiave giocato da una serie di elementi strutturali quali le nuove tecnologie informatiche, la globalizzazione e la finanziarizzazione dell’economia – il nesso tra quantità di moneta e inflazione sembra molto debole. La liquidità aggiuntiva creata, quando non tesaurizzata in qualche segmento del sistema finanziario, è finora servita soprattutto a sostenere le quotazioni dei mercati finanziari o degli immobili piuttosto che a finanziare la spesa di imprese e famiglie. E’ possibile che i tassi negativi stimolino le banche a finanziare maggiormente l’economia reale, ma non è chiaro in che misura questo possa far aumentare l’inflazione, vista la debole crescita del Pil e l’esistenza di alti tassi di disoccupazione e capacità produttiva inutilizzata in molti paesi dell’Eurozona.

 

Il presidente della Bce ha indicato, assieme al Qe, le “riforme strutturali” come sentiero per uscire definitivamente dalla crisi. Qual è la sua opinione su queste riforme, si è forse creata una mitologia attorno ad esse?

Non si può certo negare a priori l’utilità di riforme strutturali in vari settori dell’economia. Il punto è che, anche ammettendone l’efficacia, tali riforme non sembrano in grado da sole di far ripartire l’economia, non solo perché richiedono tempi lunghi per essere attuate ma soprattutto perché in questa fase la debolezza dell’economia europea è da ricondurre ad una insufficiente domanda aggregata che richiede altre cure, come ad esempio un serio programma di investimenti in infrastrutture a livello europeo.

 

Il prof. Mario Deaglio in una recente intervista ha parlato nuovamente di un’economia mondiale a rischio caos, anche a causa di una mancanza di leadership globale. Condivide questo giudizio?

Certamente. Sono in molti a pensare che oggi servano nuove regole del gioco a livello mondiale, a cominciare da un nuovo accordo sui tassi di cambi sul modello di Bretton Woods per evitare il rischio di pericolose guerre valutarie.

 

A proposito di mancanza di leadership, ora la Germania è per vari motivi in difficoltà. La leadership tedesca ha pensato che fosse possibile imporre politiche di risparmio in un momento di contrazione economica, ma ormai l’austerità è sempre più nel mirino. La Merkel sta perdendo? L’Europa può sopravvivere ai suoi errori?

È vero che c’è un allentamento dell’impostazione rigorista a livello europeo, ma purtroppo non si può essere ottimisti sulla capacità dell’Europa di uscire da questa impasse. Manca una seria riflessione sugli errori fatti e su come porvi rimedio. I vari paesi precedono in ordine sparso, ognuno mira a ritagliarsi qualche margine di manovra aggiuntivo piuttosto che proporre nuove regole.

 

A proposito di sfide per l’Europa, qual è la sua previsione sul Brexit?

Non si verificherà. Credo che non convenga davvero nemmeno a loro.

 

Infine, puntiamo i riflettori sull’Italia. Nell’ultimo anno è tornato il segno più davanti al Pil, ma i dati usciti a gennaio su deflazione e disoccupazione sono sempre drammatici. La mini-ripresa è davvero innestata oppure il nostro Paese pare condannato a una stagnazione perenne?

La debole ripresa congiunturale dell’Italia non sembra destinata nel breve periodo a sfociare in una vigorosa ripresa e una forte crescita strutturale capace di riassorbire l’alta disoccupazione. Non solo per colpa delle classi dirigenti del paese che non riescono ad aggredire alcuni suoi mali strutturali come ad esempio l’evasione, ma anche perché i timori di una prosecuzione della stagnazione nei paesi occidentali (ed europei in particolare) in atto ormai dal 2008 sono tutt’altro che infondati: da più parti viene prospettato per il 2016 un ulteriore peggioramento della congiuntura mondiale e una possibile nuova crisi finanziaria globale.

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