SPECIALE REFERENDUM TRIVELLAZIONI – 3

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IN CHIUSURA mi permetto di esprimere qualche considerazione personale.

Intanto qualche piccolo appunto ad alcune testate giornalistiche che ho (purtroppo) consultato preliminarmente per questo articolo: in un articolo de l’Unità i numeri sulle piattaforme coinvolte, eroganti ecc.. sono totalmente sballati e non capisco da dove siano saltati fuori. In un articolo de l’Espresso, con mia grande sorpresa, ho trovato dati di produzione estremamente gonfiati e distorti. Ecco per l’Espresso lo stupore è stato maggiore, perché di solito le inchieste e le ricerche da loro condotte sono “pionieristiche”, potremmo dire, e sono d’esempio per tutte le altre testate italiane. In seguito alle mie iniziale infruttuose ricerche ho dovuto ripiegare su dati ufficiali ministeriali, generalmente non proprio uno spasso e una gioia alla consultazione.

Per quanto riguarda le tesi ambientaliste, mi viene da pensare alle campagne social condotte con immagini che raffigurano una umanità schiacciata dall’ “onda nera”, quando le piattaforme petrolifere e le percentuali di estrazione in mare sono, al contrario, irrisorie. Dunque si andrebbe ad intaccare la produzione di metano, la risorsa fossile più sostenibile in circolazione. La causa delle basse emissioni del gas risiede nel suo rapporto di atomi di carbonio per atomi di idrogeno, pari a 1 ogni 4. Questo i vari Greenpeace e chi per loro lo sanno, ma, adeguandosi agli standard correnti, lo omettono, affidandosi alla disinformazione dei cittadini e all’anima sclerotico-interventista del popolo italiano, abituato a risvegliarsi dal letargo cerebrale sotto la “chiamata alle armi”del momento, sempre propenso, così, ad appoggiare drastici colpi di spugna, piuttosto che progettazioni di medio termine ben bilanciate nei loro rischi ed effetti. E mi trova d’accordo, infatti, chi sostiene che un referendum non possa svolgersi con queste modalità e con ad oggetto un argomento tecnico, anche perché circoscritto negli effetti possibili. Oltretutto, l’Italia è perfettamente in linea con gli impegni delineati dalla Agenzia Internazionale per l’Energia (ridurre del 33% le emissioni nel periodo 1990-2040) e, ancora, dal 1990 abbiamo contribuito al tasso di crescita europeo del rinnovabile con un 7,3% annuo,  fronte di una media comunitaria del 4% (basta ricordare che la onnipresente Germania è all’8%). Secondo i dati Gse (Gestore servizi energetici), l’apporto del rinnovabile è aumentato dal 6,4% del 2004, al 17,3% odierno. I processi di decarbonizzazione sono lenti e complessi e non si possono affrontare né con approccio fideistico, né citando (come avvenuto) modelli di paesi come la Danimarca e la Svezia, che sì, hanno un settore del rinnovabile ben più sviluppato del nostro, ma che hanno consumi e istituzioni economiche e interessi geopolitici del tutto diversi. Piuttosto, si possono rimarcare gli scarsi incentivi e la ridotta attenzione che il Governo Renzi ha posto alle fonti verdi (mentre 13 sono i miliardi dati a contributo del fossile dallo Stato), perché adagiarsi sugli allori di un buon obiettivo raggiunto, certamente ci farà ritrovare un domani ad essere di nuovo in difficoltà. E parlando ancora della Cop21, gli impegni presi ci impedirebbero comunque di abrogare il Prestigiacomo e tornare a rilasciare concessioni entro le 12 miglia.

 

Vorrei, inoltre, riportare che nel 2013 l’Unione Europea ha adottato la più stringente normativa al mondo in materia di sicurezza ambientale, per tutto ciò che riguarda le attività estrattive di idrocarburi in mare.

 

Per fugare, poi, un ultimo dubbio: ogni nuova trivellazione, con annessa attività esplorativa, viene a costare 55 milioni di euro alle compagnie. E ogni piattaforma può avere più pozzi e una nuova piattaforma certo non si costruisce da sola e andrebbe anche ad aggiungere ulteriori costi di smantellamento (a carico delle compagnie). Per di più, sappiamo che dopo aver sfruttato un giacimento al 60% della sua produttività, alle compagnie conviene smettere e smantellare l’impianto. Da tutto questo, si può subito capire che il rischio che con le concessioni esistenti si raddoppino le piattaforme non esiste, perché siamo tutelati dalla più potente forza motrice umana: il bisogno di guadagno.

 

Da ultimo, la questione turismo è sviluppata in modo parziale e asfittico: l’Emilia-Romagna (esempio citato alla nausea) detiene il numero maggiore di piattaforme, ma il turismo negli ultimi anni non ha fatto che aumentare. Oltretutto, non credo che disboscare per fare spazio alle pale eoliche sia molto più gradevole alla vista. In ogni caso, sono discorsi sterili, perché prima che puntare alla quantità, dovremmo investire sulla qualità dell’energia, aumentare la densità di potenza del rinnovabile e il risparmio energetico, magari investendo su “sistemi intelligenti”, in grado di comunicare in maniera indipendente, per rendere più efficiente la gestione del consumo dell’energia ricavata. O investire in ricerca e sviluppo dei servizi di stoccaggio del CO2.

 

Passando alle argomentazioni di Ottimisti e Razionali non condivido, come già detto, le paure di un significativo taglio alla nostra produzione. Anche il danno in termini di tassazione e royalties perdute sarebbe ridicolo (sono solo 38 i milioni di euro in royalties versati dalle piattaforme oggetto del referendum). Trovo grottesco, poi, il teatrino inscenato sui posti di lavoro. Le cifre aumentano di giorno in giorno, un mese fa erano 5000 i posti diretti a rischio, due settimane fa 7000 e oggi si parla di 10000 posti. Per non soffermarsi sui 29000 posti d’indotto, a rischio, “certamente”, per quei 540 milioni di dollari di valore della produzione che verrebbe a mancare. Sempre considerando che lo smantellamento della piattaforme sarebbe più che graduale e eventuali posti persi, sarebbero compensabili con l’espansione del settore del rinnovabile che, volenti o nolenti, costituisce il futuro. Si spera, almeno.

 

Ma il mio vero dubbio è un altro ed è pesante. Non c’era bisogno alcuno di andare a modificare una normativa che funziona da sempre. Affrontando un tema importante come quello dello sviluppo energetico, con un emendamento a una Legge di Stabilità coperta da fiducia. Farlo, significa dare una mano unicamente a coloro che già non ne hanno bisogno: le compagnie. Questo fatto, da solo, contribuisce pienamente a riequilibrare la mia intenzione di voto. E, devo dirlo, una è stata la persona a cui per prima ho sentito sollevare la detta obiezione: mio zio.

 

Che poi per le Regioni tutto si risolva ad un conflitto di correnti interne e che delle trivellazioni nulla importi davvero, ecco questo pensiero dalla testa non me lo toglie nessuno. Sette delle nove Regioni sono a guida PD, con la Puglia capofila, amministrata da Michele Emiliano, che è il vero megafono interno al partito di tutti gli anti-renziani.

 

Questi i dati e queste le mie opinioni, che spero valgano qualcosa e non abbiano contribuito a “anabolizzare” la vostra indecisione, come è successo nel mio caso. Ricercare e interrogarsi, alla fine dei conti, complicano solo la vita.

 

QUI IL PRIMO GIORNO DELLO SPECIALE – Il referendum: su che cosa ci hanno chiamati a votare

QUI IL SECONDO GIORNO DELLO SPECIALE – Le ragioni del sì e del no

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