SPECIALE REFERENDUM TRIVELLAZIONI – 2

trivelle

PRO SI 

Proviamo ad elencare le ragioni più ricorrenti nelle ultime settimane per il sì referendario sulle trivellazioni.

1) danni ambientali: le associazioni ambientaliste mettono in guardia dalla tecnica cosiddetta “airgun”, utilizzata nella ricerca di giacimenti, che genera onde compressionali, emettendo bolle di aria compressa nell’acqua. La tecnica, secondo gli studi, sarebbe motivo di enorme stress per la fauna marina, contribuendo a danneggiare anche la pescosità dei nostri mari (ma questa tecnica, per la verità, è usata anche dalle navi oceanografiche e per scopi di ricerca in geofisica).

Le trivellazioni marine, inoltre, contribuiscono alla subsidenza dei fondali e potrebbero essere la causa di sismi con epicentro subacqueo (quest’ultimo particolare molto contestato e ancora discusso nella comunità scientifica).

Ultimo, ma non ultimo: le piattaforme che estraggono petrolio sono soggette a sversamenti continui. Questo è attestato da un rapporto del Parlamento Europeo, che ne attesta 9000 solo tra le piattaforme di Stati comunitari, relativamente al periodo 1994-2000.

2) rinnovabili:  la vittoria del SI, secondo gli ambientalisti, sarebbe un chiaro segnale per il Governo e un’ottima occasione per spingere verso l’aumento dell’uso del rinnovabile.

3) obiettivo politico: è vero che sono vietate nuove concessioni entro le 12 miglia, ma ciò non toglie che per le concessioni già rilasciate le compagnie non possano effettuare nuove ricerche e trivellazioni. La vittoria del SI eliminerebbe questa possibilità e eviterebbe, oltretutto, che in futuro si possa decidere di abrogare il Prestigiacomo e tornare a rilasciare concessioni entro le 12 miglia marine.

4) questione turismo: le piattaforme rovinano il paesaggio e ledono il turismo, settore dove l’Italia dovrebbe essere leader.

 

L’OPINIONE

Tra i sostenitori e promotori del referendum c’è anche il costituzionalista Enzo Di Salvatore. Egli sottolinea un vizio di illegittimità nella Legge di Stabilità 2016, perché le norme in materia di concessioni per gli idrocarburi violerebbero la libera concorrenza. L’Italia, aggiunge, rischia anche una procedura di infrazione UE della direttiva 94/22/CE, recepita dal nostro ordinamento con una norma apposita nel 1996. La direttiva sarebbe da ritenersi violata, nella parte in cui prescrive che “la durata dell’autorizzazione non superi il periodo necessario per portare a buon fine le attività, per le quali essa è stata concessa” e nella parte in cui disciplina il criterio di rinnovo delle concessioni “se la durata stabilita non è sufficiente per completare l’attività in questione e se l’attività è stata condotta conformemente all’autorizzazione”. A parer mio, però, Di Salvatore cita forse forzatamente la parte sul rinnovo delle concessioni. Il testo della direttiva è molto vago e, infatti, le concessioni sono state rinnovate tutt’altro che in via eccezionale in tutta Europa, anche a seguito all’entrata in vigore della direttiva. La procedura è più facilmente paventabile, invece, prendendo la ratio che traspare dalle disposizioni in generale e senza incaponirsi su singole frazioni del testo: sono certamente ammessi rinnovi, ben altra storia è la loro eliminazione, tramite la concessione di uno di essi con valenza perpetua e indefinita nel tempo.

 

PRO NO

Per quanto riguarda i sostenitori del NO, da riportare sono le opinioni della associazione Ottimisti e Razionali, presieduta da Gianfranco Borghini (ex deputato del Partito Comunista e poi del PDS) e che raccoglie svariati esponenti politici, ex deputati, imprenditori e figure di spicco di Assomineraria, Assoelettrica e diversi altri. Quattro, in questo, sono le ragioni addotte a sostegno:

  • L’Italia estrae il 10% del gas e del petrolio che utilizza. Con la vittoria del SI diventeremmo maggiormente dipendenti dai paesi esportatori, per soddisfare il nostro fabbisogno energetico.
  • Circolerebbe più petrolio nel Mediterraneo, dovendolo acquistare, con tutta probabilità, da Egitto e Libia, che trivellano nel nostro stesso mare.
  • C’è una questione sociale-occupazionale: 10000 sarebbero i posti di lavoro direttamente a rischio, 29000 se si considerano anche i danni all’indotto
  • Ultima, la onnipresente questione politica: il referendum è lo strumento sbagliato per decidere su un tema tanto tecnico e complesso e per chiedere maggiori investimenti sulle rinnovabili.

Una delle ragioni aggiuntive pro NO, che mi permetto di aggiungere, riguarda le contestazioni circa il rischio che si ripeta un disastro simile a quello occorso nel Golfo del Messico nel 2010, alla piattaforma della British Petroleum “Deepwater Horizon” (evento che costituì il motivo fondante dell’approvazione del decreto Prestigiacomo qua in Italia). A tal proposito, si segnala come sia occorso in Italia un solo incidente, il 29 settembre 1965: in fase di perforazione fu intaccato un giacimento non previsto, contente gas ad alta pressione. La deflagrazione conseguente provocò l’affondamento della piattaforma e la morte di tre tecnici dell’Agip (in loro memoria riporto i nomi: Arturo Biagini, Bernardo Gervasoni, Pietro Peri). Meritevole di attenzione è ricordare che, trattandosi di una piattaforma di estrazione di gas, nulli furono i danni ambientali, anzi oggi l’area sottomarina che custodisce il relitto è stata dichiarata zona di tutela biologica, per la varietà di fauna e flora marina presente tutto intorno alla struttura affondata ed è diventata anche meta favorita per molti sub.

A scoraggiare l’ipotesi di un disastro “stile Deepwater” è anche Ezio Mesini, professore ordinario all’Università di Bologna, che in una intervista spiega come la struttura delle piattaforme italiane sia sostanzialmente diversa da quella che era in un funzione nel 2010 nel Golfo del Messico.

 

L’OPINIONE

Giovanni Esentato, segretario dell’Associazione Imprese Subacquee Italiane, critica aspramente i promotori del referendum, evocando scenari da suicidio energetico per l’Italia. Da un giorno all’altro, sostiene, vedremmo ridotta la produzione nazionale di gas metano del 60-70%, con conseguenze disastrose per la nostra autosufficienza. Questa, però, non sarebbe una ipotesi valida, nemmeno se il referendum coinvolgesse tutte le piattaforme entro le 12 miglia, insieme a quelle oltre il detto limite. Oltre a questo, ricordiamoci anche quella fetta consistente di produzione di gas, che avviene sulla terraferma, le cui percentuali estrattive si aggirano intorno al 34-35% della produzione nazionale.

 

QUI IL PRIMO GIORNO DELLO SPECIALE – Il referendum: su che cosa ci hanno chiamati a votare

QUI IL TERZO GIORNO DELLO SPECIALE – Bufale, dati gonfiati e fattori politici in gioco

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