Petrolio: facciamo il punto

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Ci sono alcuni argomenti che negli ultimi mesi conquistano le prime pagine delle più importanti testate giornalistiche internazionali: BCE, Grecia, Cina, Atlante (“Sulle spalle di Atlante”) e soprattutto petrolio.

La commodity più importante al mondo ha perso in circa 8 mesi il 60% del suo valore, crollando da 120 dollari ai 40 attuali, toccando cifre “monstre” di circa 28 dollari al barile. I motivi di questo scivolone sono stati già spiegati su NEOS in maniera approfondita da Francesco Beraldi (“Questa nave ci può spiegare il crollo del prezzo del petrolio”), ma a tre mesi da quell’articolo, qual è la situazione attuale? E gli effetti, positivi e negativi sono stati confermati? Scopriamolo.

L’effetto più scontato è stato confermato: la pubblicazione dei risultati del 2015, seguite dalle trimestrali, delle più grandi società mondiali di OIL&GAS ha segnalato le prevedibili perdite ingenti nei bilanci delle società petrolifere: BP (6,5 miliardi di perdite), SHELL (7 miliardi), e l’italiana ENI (9 miliardi), hanno fatto segnare conti in rosso, fino a veri e propri crolli come quello di PETROBAS (oltre 10 miliardi); ciò ha avuto come conseguenza che alcune società, tra le meno solide, in pochi mesi hanno già dovuto chiudere i battenti. Non è un caso che il numero e il controvalore monetario dei default societari nel 2015, secondo Standard’s Poor, sia aumentato di molto, secondo solo all’annus horribilis del 2009, in piena crisi subprime e tra questi ben il 26% è da collegare al settore oil&gas seguito dal settore minerario (15%) situati soprattutto in USA, Brasile e Russia.

A risentirne a ruota delle società private, prevedibilmente, sono stati i conti pubblici dei produttori stessi di greggio: il debito pubblico dell’ Arabia Saudita (le cui entrate dipendono al 90% dal greggio) è più che raddoppiato in nemmeno un anno , passando dal 2% del PIl del 2014 al 5,8% del 2015 il Venezuela, dopo aver militarizzato le imprese di produzioni, vede lo spettro del default sempre più reale e la Russia ha dovuto fare ingenti tagli alla spesa pubblica e, soprattutto, a quella militare – circa il 5% -, punto imprescindibile della politica di Vladimir Putin.

D’altro canto l’obiettivo saudita è stato in parte raggiunto, poiché il numero di trivelle americane, alla luce dei dati Baker Hughes, si è più che dimezzato e l’output degli Stati Uniti, secondo l’EIA, inizia a risentirne, perdendo quasi 800 mila barili al giorno rispetto a un anno fa e circa 110 mila rispetto al mese scorso. Ciò ha permesso al prezzo del greggio di riportarsi sui 40 dollari una cifra sempre troppo bassa per molti produttori mondiali: il break even point di molti paesi, come la Russia e il Venezuela si aggira tra i 50 e 60 dollari, ma per non perdere terreno in termini di vendite dal cartello mediorientale (che produce a un prezzo medio di 15 dollari) hanno deciso di non tagliare la produzione, rischiando però di vendere in pareggio o addirittura in perdita.

Inoltre il basso prezzo del greggio, legato a una comune svalutazione delle monete emergenti a causa dell’aumento dei tassi FED, ha acutizzato un calo generalizzato nel settore finanziario delle commodities, facendo toccare livelli record in senso negativo a beni essenziali di tutti i generi: dal gas al rame, dal caffè al frumento. Ciò colpisce tutti i settori economici, bussando a tutte le aziende del settore, fino alle porte della BCE a Francoforte.

L’evidente calo di tutte le materie prime, ha annullato gli effetti di un anno di Quantitative Easing , riportando l’Europa in deflazione a febbraio (-0,2%) e in pareggio a marzo(0,0%), tutto questo ha obbligato il consiglio direttivo e il presidente Mario Draghi a varare un pacchetto “estremo” di nuove misure, tutto ciò per riportare l’inflazione in uno-due anni di nuovo tra l’1,5% e il 2% e per dare una spinta ulteriore a una crescita economica che è molto incerta.

Gli interessi in gioco sono notevoli e non è un caso che di veri e propri accordi non ce ne siano stati, difatti è notizia di pochi giorni fa che il meeting di Doha tra paesi OPEC e non OPEC per limitare (e non tagliare) la produzione è fallito miseramente, proprio perchè l’IRAN non ne vuole far parte, in attesa di poter riportare a pieno regime la produzione dopo l’eliminazione delle sanzioni USA e UE. Oltretutto la tecnologia americana dello shale permette un recupero repentino della capacità produttiva e quindi l’OPEC, per colpire definitivamente la produzione USA, ha bisogno di tenere a lungo prezzi bassi per non far chiudere solo le trivelle, ma le società che le gestiscono.
Inoltre non è difficile ipotizzare che vi sia un obiettivo a lungo termine da parte di tutti i produttori: rallentare il più possibile la crescita di energie alternative, amplificando l’effetto della diminuzione degli incentivi statali con il prezzo del greggio, poiché la “green energy” metterebbe a rischio il petrolio venduto in settori determinanti -come combustibili auto e produzione energia elettrica- e relativi milioni di barili.

Attualmente si può dire che nulla è sostanzialmente cambiato, la produzione è ancora superiore della domanda – 2,52 milioni di barili al giorno secondo l’EIA-, rimangono voci su possibili incontri decisivi, come il meeting OPEC di giungo, ma fino a quando permaneranno interessi e veti incrociati il prezzo non potrà vedere grandi rialzi e la BCE dovrà continuare a darsi molto da fare.

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