Il cammino della Birmania verso la democrazia

Supporters wave National League for Democracy (NLD) flags after Myanmar pro-democracy leader Aung San Suu Kyi gave a speech at her campaign rally for the upcoming general election, in Yangon November 1, 2015. REUTERS/Soe Zeya Tun - RTX1U93Z

Il nuovo presidente della Birmania ha prestato giuramento il 30 marzo scorso, dopo la vittoria schiacciante ottenuta dal suo partito alle elezioni di novembre. Si tratta di Htin Kyaw, esponente della National League for Democracy, il partito fondato nel 1988 da Aung San Suu Kyi, eroina birmana conosciuta in tutto il mondo, Nobel per la pace nel 1990.

Ad impedire alla Signora di ricoprire la carica di Presidente è stato un provvedimento ad personam inserito nella Costituzione del 2008 da parte del governo militare: il Presidente della Birmania non può avere legami familiari con cittadini stranieri e Aung San Suu Kyi è madre di due britannici. Tuttavia lei stessa ha dichiarato che nonostante questo fatto, sarà lei a governare nell’Unione del Myanmar (nome ufficiale della Birmania); sarà nominata ministro degli Esteri, dell’Energia, dell’Educazione e dell’Ufficio del Presidente, dicasteri chiave per il governo del Paese, tuttavia, seppur con la maschera di Kyaw, sarà lei a recitare la parte del Presidente. Kyaw è, infatti, una persona fidata: definito superficialmente come il ‘burattino’ o l’autista’ della Signora, è colui che ha guidato la sua auto durante i mesi di arresti domiciliari e che le è rimasto fedele in quel periodo difficile. Laureato allo Yangon Institute of Economics e poi alla Oxford University, figlio di un celebre poeta della tradizione birmana, è il primo di un governo composito in cui Aung San Suu Kyi ha cercato di dare voce alla diversità del suo Paese; per esempio, Henry Van Thio, vicepresidente e Naing Thet Lwin, ministro degli Affari Etnici, sono rispettivamente di etnia Chin e Mon.

La vittoria schiacciante nelle elezioni di novembre in cui la National League for Democracy ha ottenuto l’80% dei voti è segno evidente della popolarità di cui la Signora gode nel suo Paese; tuttavia non è lo stesso per i Paesi esteri e, in particolar modo, per il mondo occidentale, in cui Aung San Suu Kyi è stata criticata per come ha gestito diverse questioni politiche. E’ stata accusata di non aver condannato con decisione le persecuzioni avvenute nel 2013 a scapito dei musulmani e, inoltre, di cercare la riconciliazione con i militari. Critiche frutto di una visione miope: questa donna è stata in prima persona vittima delle violenze fisiche e morali della dittatura militare che per più di cinquant’anni ha oppresso il suo Paese, dunque il suo tentativo di accordo con i militari mostra la sua volontà di andare oltre e non fermarsi ad una semplice ricerca della vendetta. Attualmente questi ultimi detengono il 25% dei seggi in Parlamento, una percentuale abbastanza cospicua per bloccare delle riforme costituzionali al testo da loro stessi promulgato. La ricerca di unità rappresenta uno dei passi necessari e imprescindibili per il raggiungimento della democrazia in un Paese frammentato come la Birmania (solo un terzo dei 51 milioni di abitanti è rappresentato da 135 minoranze riconosciute) e la Signora si sta muovendo in questa direzione.

Tuttavia, questo esercizio dell’arte del compromesso è segno della paura di rivedere il ripetersi di quanto accaduto nel 1990: la Lega Nazionale per la Democrazia vinse le elezioni, ma il potere esclusivo che il governo militare si era accaparrato, permise loro di annullarle. Aung San Suu Kyi ricevette il duro colpo mentre era agli arresti domiciliari e l’anno seguente le fu assegnato il Nobel che poté ritirare solo nel 2012. Questo è il motivo per cui The Irrawaddy, testata birmana, invocava in un editoriale pubblicato subito dopo la vittoria del NLD alle elezioni, il supporto della comunità internazionale nella delicata fase di transizione. In particolare si è voluto rispondere al governo statunitense che, nonostante si sia congratulato in modo prematuro con la Birmania subito dopo le elezioni, continua la sua politica di sanzioni finanziarie nei confronti di chi ha legami con il precedente governo militare. Daniel Russel, assistente segretario di Stato americano per gli affari dell’Est e del Pacifico, ha dichiarato: “Più il processo di riforma avanza e più il processo politico diventa credibile, saranno sempre più piccoli gli ostacoli per il governo americano – e penso anche per altri governi – nel supportare attivamente un nuovo governo birmano; un supporto che si esprimerà anche in adattamenti alle nostre politiche”.

Ora che il nuovo Presidente è stato eletto il peggio sembra essere scongiurato; tuttavia Aung San Suu Kyi dovrà misurarsi con una vera e propria sfida, degna di un personaggio di tale calibro. Sempre da The Irrawaddy vengono indicati quattro elementi chiave per un accordo di pace duraturo: inclusione, fiducia, consistente partecipazione delle donne nel processo di democratizzazione e volere politico da parte dell’esercito birmano. In particolare quest’ultimo si è sempre mostrato contrario al federalismo supportato dalla Signora, che si presterebbe come soluzione alla problematica maggiore del Paese, il suo carattere frammentario e disunito. In un articolo per The Irrawaddy Khin Ohmar e Alex Moodie evidenziano come “la vittoria schiacciante alle elezioni riconosca alla NLD una autorità morale e una legittimazione popolare che nessun altro governo ha mai avuto in Birmania dai tempi dell’indipendenza”. Sarebbe proprio questo fatto che secondo i due autori la NLD dovrà sfruttare per esercitare pressione sui militari birmani, sia a livello nazionale sia su scala mondiale, e dare fine alla serie di violenze di cui l’esercito si macchia quotidianamente nei confronti delle minoranze etniche. Ma soprattutto, Ohmar e Moodie invitano la comunità internazionale ad una riconsiderazione delle loro priorità: non è il solo governo birmano a dover beneficiare della loro assistenza economica e pratica ma lo sono anche le organizzazioni etniche. Sono “queste comunità etniche che devono essere finalmente riconosciute come i più importanti attori in ogni processo di pace futuro; è nei loro confronti che la comunità internazionale e i donatori devono ritenersi responsabili”.

Il riconoscimento pressoché omogeneo nella figura del Premio Nobel da parte del popolo birmano è un buon inizio per il cammino che questo Paese intraprenderà verso la democrazia. Con questi rivolgimenti, nella Birmania del 2016 si ritornerà a respirare un po’ di quell’aria che c’era nel 1948 subito dopo l’indipendenza dalla Gran Bretagna? Unità e coesione sociale sono i motori di cui ha bisogno questo Paese. Aung San Suu Kyi ha finalmente l’opportunità di concretizzare le sue lotte e a quelle della sua gente; il cammino è impervio ma nel folto della foresta si intravede una luce.

Fonti: The Irrawaddy, Internazionale, Il Foglio

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