Sotto zero: i tassi negativi sui depositi

tassi negativi

Con tassi sui depositi prossimi allo zero in seguito alla grande crisi finanziaria, diverse banche centrali di tutto il mondo hanno introdotto politiche non convenzionali per fornire ulteriore stimolo monetario. Dalla metà del 2014, quattro banche centrali in Europa hanno spostato i loro tassi sui depositi – ossia la remunerazione sulla liquidità in eccesso che le banche tengono parcheggiata presso di loro – in territorio negativo, a cui si aggiunge quella del Giappone. La Danmarks Nationalbank (DN), la Banca centrale europea (BCE), la Sveriges Riksbank, la Banca nazionale svizzera (BNS) e la Banca del Giappone (BoJ) hanno deciso di spostare i loro tassi di riferimento sotto lo zero, tradizionalmente visto come il limite inferiore per i tassi di interesse nominali.1

Tassi Negativi BCE

Fonte: BCE

Queste strategie non convenzionali sono state in linea di massima attuate in contesti operativi già esistenti. Eppure, le modalità di attuazione hanno importanti implicazioni per i costi di detenzione di riserve delle banche centrali. L’esperienza finora suggerisce che i tassi di riferimento modestamente negativi trasmettono i loro effetti al mercato perlopiù nello stesso modo dei tassi positivi. Tuttavia, ci sono delle eccezioni: alcuni tassi dei mutui, ad esempio, sono drammaticamente aumentati.

Guardando al futuro, vi è grande incertezza circa il comportamento degli individui e delle istituzioni se i tassi dovessero scendere ulteriormente in territorio negativo o rimanere negativi per un periodo prolungato. Gli obiettivi di questa misura inconvenzionale sono fondamentalmente due: incentivare le banche a prestare soldi a famiglie e imprese rendendo oneroso il deposito nella banca centrale e favorire la ripresa dell’inflazione. A questi, si aggiunge per qualcuno (in particolare la BNS) la necessità di scoraggiare l’afflusso di capitali, e quindi contrastare la stretta monetaria a causa dell’apprezzamento del franco svizzero.

La BCE, in particolare, dovrebbe mantenere l’inflazione vicino al 2%, ma il mostro della deflazione è sempre presente. Il tasso d’inflazione è affondato dallo 0,3% di gennaio al -0,2% nel mese di febbraio. Certamente il calo dei prezzi dell’energia ne è in gran parte responsabile, ma anche se escludiamo l’energia dal conto dell’HICP, l’inflazione è scesa dall’1,0% di gennaio allo 0,7% il mese scorso. 2

Tuttavia, in una misura così poco ortodossa si nascondono delle insidie. In particolare, le banche potrebbero essere obbligate ad addossare questi costi sui propri clienti, e a comportarsi dunque esattamente come fa la banca centrale nei loro confronti. In altre parole, far pagare ai propri clienti una commissione sulle somme depositate in conto corrente. Anche se, almeno per ora e salvo rari casi, nessuna banca ha agito in questo senso, temendo una fuga dei correntisti. 3

BIS-Quarterly-Review-tassi-fuori-dal-mercato-monetario

Quindi, se gli istituti non agiscono come sperano le banche centrali (cioè prestando più soldi a famiglie e imprese), il risvolto economico potrebbe essere decisamente grigio. Il Sole 24 Ore ha recentemente riportato come “Gli analisti di Credit Suisse stimano che un taglio dello 0,25% dei tassi sui depositi a breve comporti una riduzione media del 3-4% degli utili per azione delle principali banche europee. Percentuale che sale al 6% nel caso delle banche italiane indicate, insieme a quelle dei Paesi nordici, tra le più vulnerabili in questo scenario”.

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