Netflix in Italia: sfida alla tv tradizionale

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Sono ormai passati diversi mesi dall’arrivo di Netflix in Italia, quando nel lontano 22 ottobre 2015 Wilmot Reed Hastings, fondatore della società statunitense, accompagnato da alcuni colleghi membri del direttivo ed attori delle svariate serie autoprodotte hanno annunciato in una conferenza a Milano lo sbarco nel nostro Paese della loro piattaforma.

Inizialmente parecchio scettico riguardo Netflix, sebbene ben presentato oltre che dai vari ammiratori nel globo anche da alcuni stretti amici, ho deciso di provare: chissà che non si cambi idea; dopotutto non si poteva certo rimanere indifferenti all’offerta di un mese di servizio gratuito. Ebbene, in poco tempo mi sono decisamente ricreduto: le possibilità di non perdere ore ed ore a cercare servizi di streaming on-line, spesso di scarsa qualità o con qualsiasi difetto immaginabile, di avere in qualsiasi istante a portata di mano un oggetto che si possa connettere al servizio, di avere accesso a molte delle più recenti ed ammirate serie tv, non hanno fatto altro che confermare ciò che mi avevano già preannunciato, ovvero che Netflix ha tutte le carte in regola per sbancare nel mondo mediatico e catturare quell’audience che nel nostro Paese ormai sta scemando da tutte le reti, che siano quelle pubbliche, come la RAI, o quelle private, che siano Mediaset o Sky.

Ma come si stanno attrezzando queste emittenti, specialmente la pubblica RAI, ad affrontare il fenomeno Netflix?

Occorre necessariamente dire che i dirigenti della società statunitense non prevedono di ottenere riscontri esuberanti immediati: in una previsione personale, Reed Hastings ha dichiarato di voler arrivare a distribuire il servizio della sua piattaforma ad una famiglia su tre in Italia entro il 2022, certo non un valore di nicchia se si considera che lo show di San Remo di quest’anno (l’evento che solitamente cattura la maggior parte degli utenti in Italia) ha raggiunto uno share medio, tra tutte le serate, di poco superiore al 50%, fornendo il miglior risultato da 11 anni a questa parte.

Il pericolo che si prospetta, sia per la televisione pubblica che per quella privata in Italia, è di subire la perdita della maggior parte dell’utenza della fascia d’età bassa, la più interconnessa al mondo digitale e quindi più indirizzata alla ricerca della novità e dell’ultima uscita, spingendo le reti a riconsiderare il loro modus operandi, orientandosi verso un rinnovo interno delle proprie offerte e verso la digitalizzazione del prodotto, problemi che Netflix, essendo sbarcata in Italia esclusivamente come piattaforma on-line, non ha.

Anche per questi motivi, nell’ottobre dello scorso anno si è votato il ddl Rai, ovvero una serie di riforme strutturali operate dal governo, snellendo il Consiglio d’Amministrazione e introducendo la figura dell’Amministratore Delegato, nominato dal CdA stesso su candidatura dall’assemblea dei soci (controllata dal Ministero del Tesoro), a cui sono attribuiti poteri decisionali all’interno della struttura della Rai in modo che possa rispondere esclusivamente al CdA, con deroghe riguardo l’acquisto e lo sviluppo di programmi radiotelevisivi (eventuali programmi comprati prima di una possibile destituzione dell’AD verranno sviluppati anche in seguito a tale fatto).

Il sottosegretario allo Sviluppo Economico, Antonello Giacomelli, responsabile per il governo della riforma Rai, si è detto non preoccupato riguardo il fenomeno Netflix, anzi considerandolo una sfida culturale per l’Italia e una via per l’internazionalizzazione dei programmi prodotti e sviluppati in Italia, cosa di cui Netflix si è dichiarata da subito interessata, e uno strumento per la commercializzazione di tali prodotti in Italia e in Europa, come avverrà per la serie Suburra, che sarà realizzata in collaborazione tra Rai e Netflix.

Un’altra novità che potrebbe essere introdotta dalla nuova Rai è un sistema simile al progetto di Netflix: un servizio on-line a pagamento valido solamente per le piattaforme digitali: una pay-tv Rai. L’idea, paventata dal neo AD Antonio Campo dall’Orto, uomo forte di Matteo Renzi nella struttura della Rai (ma questa è un’altra storia), sarebbe l’ideale per sfruttare quel patrimonio unico ed esclusivo della cineteca italiana: il materiale storico di archivio delle Teche, in cui sono conservati tutti i reportage, le interviste, gli show storici, le tribune politiche, per non parlare delle serie tv e dei grandi film degli anni d’oro di Cinecittà, per cui il Parlamento dovrebbe approvare una norma ad hoc che rivisiterebbe il Contratto di Servizio e la Convenzione tra Stato e Rai.

Nonostante il ddl per la riforma sia passato, almeno in Camera, non sono mancate le critiche, specialmente dall’ala del MoVimento 5 stelle, che ha accusato il governo di voler mettere la Rai sotto il proprio controllo (ricordate Campo dall’Orto?) e di voler favoreggiare in qualche modo alcune figure forti dello spettacolo italiano, essendo rimasti secretati gli stipendi e le retribuzioni per le show star per evitare forme di attentato alle personalità e mantenere la privacy dei privati, mentre quelli sopra i 200.000€ dei dipendenti Rai devono essere pubblici; a questo si aggiungono anche le varie polemiche che hanno accompagnato lo spostamento del pagamento del canone Rai nella bolletta di fornitura elettrica, che ha scatenato le ritrosie di varie ali del Parlamento e soprattutto il rifiuto di pagare di molti utenti, a cui il governo ha risposto con la possibilità di dichiarare di non possedere un mezzo atto alla ricezione e la dilazione del pagamento in sei rate.

Per affrontare il problema della digitalizzazione del contenuto, a cui Mediaset e Sky hanno iniziato a far fronte ormai da anni, Rai si è avvicinata a Telecom Italia per far nascere una partnership che possa coadiuvare la piattaforma TimVision ed i contenuti della tv pubblica; il rapporto con le due grandi reti private invece continua a perdurare in quella che sembra essere una pax armata (basti ricordare il criptaggio dei canali Mediaset sulla rete Sky), ma che potrebbe sfociare in una collaborazione in cui la Rai cederebbe parte dei diritti sulle serie e sui programmi di sua produzione in cambio delle piattaforme digitali private ormai consolidate.

La sfida riguarda però anche altri campi, tra cui la distribuzione delle serie esclusive, il miglioramento della qualità degli streaming, la quantità e la varietà dell’offerta, punti su cui si sta concentrando maggiormente l’emittente dell’imprenditore austro-statunitense Rupert Murdoch, data anche l’estensione a livello internazionale delle reti Sky, mentre la piattaforma Mediaset, di proprietà riconducibile alla famiglia Berlusconi, ha visto una settorizzazione dell’offerta, concentrandosi su quelli che possono essere gli ambienti che catturano il maggior share nell’area nazionale in cui operano (ovvero il calcio anche internazionale, che la compagnia milanese si è aggiudicata per il triennio 2015-2018 per la modica cifra di 700 milioni di Euro) puntando a raggiungere l’obiettivo minimo di 2.3 milioni di abbonati entro fine triennio, che ripagherebbe la spesa effettuata.

Queste sono le misure che sono state attuate, o che si prevedono di attuare nei prossimi mesi, o forse anni, per contrastare il fenomeno della continua decadenza della tv sia pubblica che privata con la capillarizzazione di internet, che ha portato una buona parte delle utenze mondiali a spostarsi da un contesto mediatico tradizionale radiotelevisivo ad uno computerizzato e digitalizzato, e a cui l’avvento di Netflix potrebbe dare un altro discreto colpo che danneggerebbe molte branche dell’economia nazionale, se queste non sapranno riformarsi ed adeguarsi al cambiamento dei tempi e alle necessità e alla volontà dei consumatori, sempre più ago della bilancia nella bilancia degli equilibri economici.

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