La crisi dell’Europa è in realtà una crisi dell’Occidente?

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Noi occidentali stiamo vivendo un lungo periodo di profondo smarrimento. Le nostre esistenze individuali sono funestate dall’ansia, dallo stress e dalla sensazione di poter fare ben poco per cambiare la rotta. Scrutiamo un orizzonte privo di prospettiva, in cui a farla da padrona è la paura del domani, la paura di non farcela e di rimanere ai margini della società. L’illusione della società dei consumi – con tutto il suo sfavillio di luci colorate, musiche allegre, viaggi alla moda e culto dionisiaco dei corpi – ci dà un effetto placebo sempre minore.

Ritenere che riflessione individuale e dinamica sociale siano slegate è un errore comune. Pensare che la comunità politica possa non risentire di questi tremori sotterranei è da puri illusi: il successo elettorale di Donald Trump e Bernie Sanders negli Stati Uniti – due candidati che stanno puntando tutto sul disgusto verso una società ormai considerata alla deriva – dimostra che c’è qualcosa di profondamente errato nel modo in cui stanno andando le cose.

L’intellettuale americano David Goldman, nel suo libro che letteralmente s’intitola “Come muoiono le civiltà”, tratteggia un affresco1 molto interessante sulla nostra condizione. “La banalità dell’Occidente – afferma – è sconcertante. Credo che ciò derivi dallo spirito del tempo: vogliamo essere piccoli dèi in terra e definire le nostre identità secondo il nostro capriccio. Il risultato di questa epidemia di autocreazione è la mediocrità dilagante. Noi semplicemente non siamo più bravi a creare la nostra identità. L’Europa è indifferente al futuro. Questa indifferenza si esprime chiaramente nella denatalità”.

Tali considerazioni sono estensibili, seppur in maniera un po’ più sfumata, anche agli Stati Uniti. L’elemento centrale è quindi l’identità: non sappiamo chi siamo e non sappiamo dove andiamo. Navighiamo in terre incognite. Le architravi del mondo occidentale, in estrema sintesi, possono essere riassunte in una “troika”: il cristianesimo, il capitalismo e la democrazia. Come ci dimostrano le parole di Francesco, la religione cristiana e il capitalismo possono convivere, ma indubbiamente faticano a farlo2; d’altro canto, democrazia e religione sono altrettanto contraddittorie e fanno riferimento a sistemi valoriali differenti; infine, possiamo constatare che anche la democrazia e il capitalismo stanno entrando in rotta di collisione – il caso cinese (un ipercapitalismo autocratico) è lì davanti ai nostri occhi.

Un tempo, grosso modo fino alla fine degli anni Ottanta, cioè antecedentemente all’epopea della globalizzazione, vi era la sensazione (illusione, per alcuni) condivisa che lo Stato nazionale potesse funzionare come una camera di compensazione e mediare i conflitti tra sfera politica, economica e religiosa. Tuttavia, la globalizzazione, unita alla Quarta Rivoluzione Industriale (quella dei computer e degli Iphone, per intenderci), ha buttato all’aria il mondo. Per quanto possiamo ancora fingere che le nostre vite siano influenzate dalla politica o dalla religione, in realtà sappiamo benissimo che è su altri piani che si gioca il nostro futuro. I giornali non possono permettersi di ignorare la volontà dei mercati, mentre possono sorvolare sulle dichiarazioni di quasi tutti i leader politici mondiali. Ci preoccupa più – a livello collettivo – il crollo sporadico delle Borse mondiali piuttosto che la condizione di miliardi di persone sulle soglie della povertà.

La novità è che anche il capitalismo è in difficoltà: una situazione di autodistruzione profeticamente prevista dalla teoria marxista3 che, almeno su questo punto, sembra aver colto uno spicchio di verità. La globalizzazione è una fase estrema del capitalismo, in cui la forza del Capitale supera tutte le barriere nazionali, religiose ed etiche. In tale fase, si attivano dei processi – quali l’automazione spinta e l’ineguaglianza estrema anche all’interno dei paesi ricchi – che innescano stagnazione dei salari, de-industrializzazione e disoccupazione elevata. Queste piaghe, a loro volta, innescano una tendenza a non fare figli, dato che le aspettative future sono spesso incerte o assenti. E senza aspettative, senza ideali forti che lo sostengano, l’ “uomo a una dimensione” (senza un Dio, senza una nazione o senza una filosofia di riferimento) è come nave in tempesta. Nel suo processo di avanzamento, quindi, il capitalismo pone le basi per il suo superamento (si badi bene che non è un qualcosa di automatico, la volontà di superamento dipende sempre dagli uomini); di conseguenza, ecco la comparsa di parole d’ordine “anticapitaliste” in numerosi partiti europei – come ad esempio Podemos in Spagna o Syriza in Grecia – o anche il relativo successo di Bernie Sanders, socialista democratico, alle primarie per le presidenziali 2016.

Nel frattempo, però, siamo sospesi in questo limbo: privi di bussole morali, immersi in una democrazia in crisi circondata da zone d’instabilità sistemica (dal Medio Oriente al Nord Africa passando per l’Estremo Oriente), incapaci di concepire un futuro perché trattati da decenni come soli consumatori e non come uomini pensanti.

Per capire la crisi dell’Europa, prima di addentrarci in ardite analisi socio-politiche, forse dovremmo riflettere preliminarmente sulla natura “ingabbiante” e de-idealizzata del mondo che abbiamo contribuito a forgiare.

1 http://www.ilfoglio.it/cultura/2016/02/03/dalla-demografia-alla-letteratura-loccidente-vittima-della-mediocrit-dilagante-parla-david-goldman___1-v-137800-rubriche_c163.htm

2 http://www.osservatoreromano.va/it/news/oltre-il-capitalismo

3 http://www.corriere.it/cultura/libri/11_maggio_19/carioti-eric-hobsbawm-karl-marx_9d615100-8228-11e0-817d-481efd73d610.shtml

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