L’economia in un barattolo di marmellata

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I fenomeni migratori sono una costante storica fissa di tutta la storia dell’uomo, tanto che potremmo affermare che derivino dalla volontà di miglioramento insita nella mente di ogni essere umano.

Per quanto tali fenomeni non comportino di per sé nulla di negativo, ma anzi rappresentino un normale fenomeno storico-sociale, essendo in grado di influenzare il funzionamento dei mercati, divengono necessariamente soggetto di regolamentazione.

Sebbene i mercati siano dei buoni auto-regolatori di sé stessi, sono numerosi i casi all’interno dei quali rischiano, se non aiutati dall’intervento pubblico, di “fallire”, o meglio, di portare a conseguenze socialmente non auspicabili. Proprio in quest’ottica dovrebbe concentrarsi il dibattito politico riguardo al problema dell’immigrazione, ossia, su come costruire un’efficace struttura regolatoria che permetta al mercato di assorbire correttamente i processi migratori.

L’impostazione che invece la maggior parte delle volte il dibattito politico prende, più impegnato alla ricerca del consenso che delle soluzioni, non è di tipo economico, ma strumentale. Con questa base di partenza si possono argomentare le tesi più disparate, senza però mai affrontare realmente il problema. Le stesse analisi valoriali, se pur fondamentali per ogni decisione politica, dovrebbero essere poste a valle, e non a monte dell’analisi fattuale. Il rischio è quello di trovare soluzioni idealmente auspicabili (sulla base delle posizioni valoriali di partenza) ma non concretamente attuabili o ancor peggio controproducenti.

Tale aspetto è ritrovabile tanto a destra quanto a sinistra: la prima soventemente con posizioni di eccessiva chiusura, la seconda di eccessiva apertura. Tra gli aspetti maggiormente affrontati quando si parla di immigrazione vi sono la sicurezza (della quale non parleremo in questa sede) ed il mercato del lavoro.

Tesi popolarmente molto diffusa è quella secondo la quale i migranti rubino il lavoro ai nativi. Questa affermazione è in realtà mal posta. Il lavoro, infatti, non è una proprietà di nessuno, viene domandato dal sistema economico e soddisfatto mediante un normale meccanismo di concorrenza. La domanda che invece ci si dovrebbe porre è: Tale concorrenza comporta una selezione ottimale dei candidati che andranno a ricoprire i ruoli lavorativi disponibili?

Proprio sulla base di questa domanda si va ad esplicare il punto di vista economico; se infatti è vero che nell’immediato un aumento dei contendenti, e quindi della concorrenza nel mercato del lavoro, possa comportare l’esclusione di alcuni soggetti da esso, in base alla qualità della stessa vi possono anche essere conseguenze positive per l’intera collettività.

Un esempio alquanto calzante è la storia di Abderrahim Naji, imprenditore di origine marocchina di 48 anni e vincitore del Premio all’Imprenditoria Immigrata in Italia al MoneyGram Award 2015.
Giunto in Italia nel 1989, venne assunto in provincia di Padova come operaio presso un’impresa specializzata nello stampaggio di materie plastiche. Con lavoro e determinazione nel 1997 acquistò l’azienda e, grazie ad investimenti nell’acquisto di macchinari innovativi e nell’ampliamento del sito produttivo, moltiplicò profitti e assunse nuovi addetti, che in appena due anni passarono da 4 a 33. Nel 2014 ha fatturato 6,6 milioni di euro, con una crescita del 38% del volume delle vendite rispetto al 2013.

Comprendiamo quindi come non sia realmente importante se chi ottiene il lavoro sia “nativo” o “straniero”, ma la qualità professionale della persona che lo ottiene. L’obiettivo deve essere generare crescita economica, in quanto questa significa maggiori posti di lavoro, proprio per quelle persone che prima ne erano sprovviste. L’errore (mi scuserà il lettore per la metafora poco ricercata) è quello di pensare all’economia come ad un barattolo di confettura, con una quantità di marmellata limitata, dove più persone dovranno dividersela e meno materiale ci sarà per ognuno. Ma l’economia non è rigida ed immobile come le pareti del barattolo, questa è flessibile, dinamica ed a volte volubile, contraendosi ed espandendosi in base ai fattori in gioco.

Compete ai governi il compito di porre le basi per favorirne l’espansione. Un buon punto di partenza è senza dubbio quello di non porsi aprioristicamente nei confronti dei fenomeni ma, al contrario, cercare di regolarne le potenzialità cogliendone le opportunità.

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