Un anno dopo Charlie: cosa ci è rimasto

Sappiamo tutti come sono andate le cose il 7 gennaio del 2015; sappiamo tutti chi furono gli assalitori, quale fu il loro movente e come agirono; tristemente sappiamo tutti, cos’è Charlie Hebdo, pertanto non vi tedierò per l’ennesima volta sulle dinamiche dell’attentato, ma vorrei analizzare con voi quello che, nel piccolo della nostra insulsa quotidianità, ha significato per noi ciò che quel giorno è successo a Parigi.

La prima reazione che tutti (mi ci gioco una mano) abbiamo avuto è stato sgomento, frustrazione, rabbia, ma del resto è naturale, no? È quasi una reazione obbligata. Del resto colpisce un po’ tutti il fatto che a Parigi (stiamo parlando di un paio di ore di treno o di aereo da noi), quattro beduini in croce irrompano nella sede di un giornale imbracciando dei giocattolini da 600 colpi al minuto facendo una strage di giornalisti, con conseguente marameo a Hollande e alla sua “poderosa” intelligence. E allora noi cosa facciamo? Diamo sostegno alle vittime, alle loro famiglie e alla Francia nella maniera più comoda possibile: piazzando una bellissima fotina su Facebook con un gigantesco Je suis Charlie (che poi se qualcuno non sa il francese si trova anche in difficoltà). Ed eccolo qui, l’intero mondo occidentale (perché, siamo onesti, è del mondo occidentale che ci importa) è unito, compatto, e quindi iniziano a comparire Je suis Charlie qua, Je suis Charlie là, qualcuno ha anche la brillante idea di tatuarselo sul petto ‘sto Je suis Charlie. Iniziano però poi a sorgere i primi dubbi, del tipo: che diavolo mi significa ‘sto Je suis Charlie? Presto detto: io sono Charlie perché sto dalla parte di Charlie Hebdo e la mia libertà di parola non conosce paura! E allora tutti pronti a organizzare flashmob, a scendere in piazza, a mobilitare le città. Addirittura quel gran figo di Bono Vox si è abbonato a Charlie Hebdo (anche se, dopo aver scoperto che cos’era veramente, lo avrà usato per pulire la lettiera del suo nobile gatto irlandese). Che bel gesto di fratellanza! Però sorge un altro dubbio: che diavolo era sto Charlie Hebdo? E chi lo aveva sentito prima che questi terroristi decidessero che doveva diventare tristemente famoso? E qui arriva la doccia fredda: Charlie Hebdo, a tutto quel gregge qui était Charlie, faceva cagare. Qui sotto potete trovare alcune delle copertine che hanno scatenato l’ira degli attentatori e la disapprovazione dei buonisti (state tranquilli, quelli di Charlie Hebdo non sono razzisti, hanno una parola buona per tutti).charliehebdo1charliehebdo2 charliehebdo3

E quindi, lentamente, nello stupore generale, questa ondata pro-Charlie inizia ad attenuarsi, a placarsi. E come su Damocle pendeva, legata a un filo, la famosa spada, su di noi e sul nostro benessere mentale pendono quelle laceranti sentenze del gregge moralista (gregge che, alla fine, non è mai stato veramente Charlie) e queste sentenze, inaspettatamente, ma non troppo, hanno iniziato a colpirci una dopo l’altra: prima la più classica in assoluto: “Bè, però quelle vignette sono proprio offensive”; poi l’acuminata “Bè, però se la sono cercata: cosa vai a provocare quelli lì? È gente pericolosa, lasciala in pace!”; infine, quella più dolorosa, quella che più ci fa male, la mitica: “Bè, io comunque un po’ li capisco quei terroristi là eh? Comunque hanno insultato il loro dio e, poverini, sono stati educati così! Non che condivida quello che hanno fatto, però…”.

Quei puntini di sospensione alla fine hanno vinto e si sono insinuati nelle nostre teste e nel nostro modo di vedere i fatti di quel 7 gennaio 2015. Inconsciamente, l’opinione pubblica, quindi noi, abbiamo accettato il fatto che quei giornalisti se la fossero quasi cercata e che quella strage fosse solo l’effetto di un legame azione-reazione.

“Fortunatamente” un altro fatto ha contribuito a farci ritornare tutti uniti, tutti una sola grande famiglia, e sto parlando dei famosi attentati, sempre a Parigi, del 13 novembre dell’anno scorso. Questa volta, però, il movente “giustificabile” è difficilmente rintracciabile, ed è anche per questo che (oltre che per il numero maggiore di morti) la ferita che ci ha provocato è stata più grande. Mentre quello del 7 gennaio poteva essere un attacco “giustificato”, a un gruppo ristretto di uomini “punibili” per un particolare motivo, la strage del 13 novembre non lo è stata: ha colpito gente a caso come potevamo essere noi o i nostri cari nei luoghi più impensabili e nel momento più inaspettato. Quell’attentato, oltre ad averci lasciato uno squarcio difficilmente rimarginabile, è anche riuscito a far saltare quei numerosi punti di sutura che avevamo cucito sulla ferita diCharlie, riaprendola. Quella ferita è di nuovo lì: piccola, vicino alla sorella maggiore, quella del 13 novembre, ma pur sempre lì, viva e aperta.

Quindi, per farla breve, anche se non vogliamo ammetterlo, ecco che cosa ci rimane un anno dopo l’attentato di Charlie Hebdo: la paura. Anche se non vogliamo ammetterlo, anche se non in quantità esagerate, anche se vogliamo darle altri nomi meno prorompenti, come “inquietudine”, ci è rimasta la paura.

Noi abbiamo paura.

Vota i nostri posts

190 Comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.