Il “reato di clandestinità”: per capirne qualcosa

“Salvo che il fatto costituisca più grave reato, lo straniero che fa ingresso ovvero si trattiene nel territorio dello Stato, in violazione delle disposizioni del presente testo unico […] è punito con l’ammenda da 5000 a 10000 euro. Al reato di cui al presente comma non si applica l’articolo 162 del codice penale”.

Questo prevede l’articolo 10bis della legge 286/98, nota anche come Testo Unico sull’immigrazione (per i tecnici) o Bossi-Fini (per tutti gli altri): è il cosiddetto “reato di clandestinità”, di cui si è ampiamente discusso negli ultimi giorni, fino a quando le violenze diffuse della notte di S. Silvestro hanno tacitato quasi ogni disquisizione in proposito.

La prima domanda che sorge spontanea è: seriamente il nostro sommo ed ineffabile Legislatore ha pensato, in un afflato d’infantile ed ingenuo candore, che quei poveracci che sbarcano quotidianamente sulle nostre coste o che s’introducono in mille altri modi nel nostro bel Paese, abbiano “da 5000 a 10000 euro” da versare alla Cassa delle ammende?

La risposta è: evidentemente no. Evidentemente perché lo stesso Legislatore tradisce i propri intenti dicendo che “non si applica l’articolo 162”: l’art. 162 cp permette, in poche parole, di pagare un terzo del massimo della pena prevista (in questo caso sarebbero 3333,33 euro), prima che inizi la fase centrale, del processo per estinguere il reato, come se non fosse mai stato commesso. Perché mai? Semplice: perché chi ha pensato questa norma non voleva che gli immigrati clandestini pagassero tremila, cinquemila o diecimila euro; voleva che gli immigrati clandestini commettessero un reato. Il legislatore della L. 268/98 perde così quel candore, quell’ingenuità di cui ci sembrava velato, per rivelarsi astuto e lievemente xenofobo: se l’immigrato clandestino commette un reato per il fatto stesso di essere un immigrato clandestino, può essere espulso con estrema facilità (almeno dal punto di vista giuridico). Ha commesso un reato, è pericoloso socialmente perché viola la legge e non ha nessun legame in Italia, nessuno che lo aiuti a non commettere altri reati: il soggetto ideale di una misura di sicurezza, quale è l’espulsione, che si irroga con la sentenza di condanna.

È qui che voleva arrivare il legislatore: dire (legislativamente) che l’immigrato clandestino è un criminale, che quindi va perseguito dall’ordinamento, naturalmente con un’espulsione, che è l’unica sanzione cui il soggetto è realmente sensibile.

Tutto questo, al di là delle personali idee politiche, potrebbe anche funzionare se solo non ci fosse un problema di non poco conto: in questo modo ogni volta che un clandestino sbarca in Italia, le forze dell’ordine devono iscrivere una notizia di reato a suo carico. Naturalmente non possono arrestarlo o fermarlo, perché la pena prevista è troppo bassa, né tantomeno potrebbe finire in carcere. Intanto però la Procura ha l’obbligo di svolgere le indagini necessarie ed eventualmente esercitare l’azione penale nei suoi confronti. Conseguenza: le forze dell’ordine, le procure e le aule di giustizia si intasano, mentre l’indagato/imputato cerca di far perdere le proprie tracce o fa domanda di asilo, sospendendo così il procedimento, che resta nel limbo per un bel po’.

Oltre al problema funzionale, ve ne sono ovviamente di ben più profondi: qual è l’effetto ultimo di una norma del genere? Immigrato (clandestino) = criminale. Questo effetto si produce in primisnella legge, ma anche nella mente di un “uomo della strada” e infine anche nella realtà oggettiva. Immaginiamo la storia dal punto di vista di un immigrato clandestino, che, per adattarsi al paradigma giornalistico, sbarca a Lampedusa: sta scappando da una vita che non vuole più (guerra? fame? arretratezza? ignoranza? scegliete voi), verso il continente-paradiso, la inespugnabile Fortezza Europa, dove sa che gli sarà riconosciuto quantomeno uno standard minimo di diritti. Per farcela ha investito tutto quello che aveva, forse il patrimonio di una famiglia che si è affidata ai trafficanti d’uomini; ha attraversato l’inferno in terra, ma finalmente ce l’ha fatta. Si sente un po’ come Dante che esce dall’Inferno. Solo che il Paradiso che si aspettava è più che altro un Purgatorio, dove è considerato un criminale. Così anziché trattarlo come una vittima, che avrebbe l’obbligo di collaborare con le autorità per identificare i veri criminali (i trafficanti), l’autorità è costretta a trattarlo da indagato/imputato (al quale è consentito non rispondere alle domande oppure mentire…).

Sostanzialmente, anziché aspettare che l’immigrato clandestino si lasci agganciare dalle organizzazioni criminali che fioriscono nel nostro Paese, la legge gli dà una bella spinta, dicendogli che criminale lo è già.

La legge, anche se a volte ce ne dimentichiamo, può cambiare la realtà. È per questo che servono buone leggi: per cambiare la realtà in meglio. Se la bontà dell’albero si vede dai frutti, tutti sono in grado di giudicare la bontà dell’articolo 10bis della legge n. 286 del 1998.

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