Più mercato, meno Stato! O forse no?

Traders work on the floor of the Brazilian Mercantile and Futures Exchange in Sao Paulo, Monday, Sep. 15, 2008. Investors bailed from Brazilian stocks and the nation's currency fell sharply against the U.S. dollar following news that  Wall Street's Lehman Brothers had filed for bankruptcy and Merrill Lynch would be sold to Bank of America. The main index of Brazil's Bovespa index was down 3.3 percent in midday trading and the Brazilian real was off 1.2 percent against the greenback. (AP Photo/Andre Penner)
Traders work on the floor of the Brazilian Mercantile and Futures Exchange in Sao Paulo, Monday, Sep. 15, 2008. Investors bailed from Brazilian stocks and the nation's currency fell sharply against the U.S. dollar following news that Wall Street's Lehman Brothers had filed for bankruptcy and Merrill Lynch would be sold to Bank of America. The main index of Brazil's Bovespa index was down 3.3 percent in midday trading and the Brazilian real was off 1.2 percent against the greenback. (AP Photo/Andre Penner)

Il dibattito accademico sull’entità dell’intervento dello Stato in economia è oggi accesso più che mai, e la letteratura economica abbonda di scritti che difendono l’una o l’altra posizione.
Siamo qui interessati a riportare all’attenzione tale dibattito non a livello puramente accademico, ma piuttosto come spunto di riflessione e chiave di lettura delle proposte politiche che sono attualmente propugnate sia in Italia sia in Europa. A tal proposito Salvini, segretario della Lega Nord, propone tra i vari punti del suo programma politico, un maggior liberismo, contrariamente al programma della Le Pen, che invece è stato definito, da un punto di vista economico, anti-liberista e decisamente “di sinistra”.

I liberisti sostengono che l’intervento statale in economia debba essere pressoché nullo: essi sono d’accordo con Smith, quando afferma che le forze di mercato sono mosse da una mano invisibile che fa sì che l’equilibrio venga raggiunto spontaneamente. Qualsiasi intervento dello Stato non fa che distorcere i meccanismi del mercato, rendendolo di conseguenza meno efficiente: la produzione effettiva è minore di quella potenziale, lo stesso dicasi per il benessere generale.
Secondo Smith, in campo economico, lo Stato deve limitarsi a coniare moneta e difendere la proprietà privata.
Fin qui è facile essere d’accordo, non fosse altro perché anche all’università si insegna e dimostra che gli interventi dello Stato, primo fra tutti l’imposizione di tasse (tasse sui consumi, tasse sulla produzione, dazi sulle importazioni ecc), sebbene determinino vincitori e vinti fra le categorie che compongono la società, riducono in ultimo il benessere sociale complessivo (generalmente a discapito dei consumatori, ma questa è un’altra storia).

Perché allora dovremmo desiderare l’intervento dello Stato?
Perché le forze del mercato non sono forze astratte, presenti in un luogo altro, avulse dalla nostra realtà: esse sono dei meccanismi ragionevolmente prevedibili che vengono posti in essere dagli agenti economici in un contesto definito dalle norme di ciascuno Stato. Queste norme sono indirizzate alla ricerca di una redistribuzione del reddito il più possibile giusta, valutata tale secondo i valori etici della fazione politica che si trova al governo, la quale dovrebbe rappresentare quindi le idee della maggioranza della popolazione in quel dato momento.
Ecco spiegata la ragione per cui in alcuni Stati la tassazione è più elevata (in Danimarca essa è persino più alta che in Italia), la differenza tra i salari percepiti da chi occupa posizioni lavorative molto differenti fra loro è relativamente più contenuta, i servizi garantiti dallo Stato sono maggiori (esiste un welfare onnicomprensivo che segue il cittadino dalla culla alla tomba, per usare le parole di Beveridge).

Lasciar fare al mercato garantisce che si raggiunga l’equilibrio paretiano, ma non prevede in che modo il beneficio ottenuto da questa economia sarà distribuito tra i diversi agenti economici: a tal proposito, Stiglitz lanciò nel 2007 lo slogan di un’economia dell’uno per cento e per l’uno per cento.

Al di là del giudizio prettamente politico che si cela dietro di esso, il premio nobel per l’economia ha saputo descrivere brillantemente come una società in cui la maggioranza – lo Stato –  non ha voce in capitolo sulla gestione della ricchezza, può condurci a una situazione in cui la maggior parte delle risorse si concentra nelle mani di pochi, i quali avranno poi l’interesse e i mezzi per fare pressione sul policy maker di turno, affinché questi agisca nella direzione da essi caldeggiata.
Una situazione del genere è senza dubbio svantaggiosa per le fasce più deboli della popolazione, che si troverebbero a dover rinunciare a numerosi servizi che uno stato sociale offre: un sistema sanitario gratuito, un’istruzione pubblica, una pensione sociale o di vecchiaia.

Ma uno svantaggio si riscontra anche a livello di efficienza di mercato: sia perché nel rincorrere l’abbassamento dei prezzi si potrebbe perdere di vista la qualità del prodotto (ricordiamo infatti che in Europa la legge impone degli standard a cui i prodotti devono attenersi per essere immessi sul mercato, e tali leggi sono ovviamente emanate dagli Stati), sia perché si potrebbero porre in essere pratiche anti-concorrenziali o di concorrenza sleale che non garantirebbero il raggiungimento dell’equilibrio paretiano: nel primo caso il prezzo eccederebbe quello potenziale di equilibrio, nel secondo caso le disuguaglianze sociali aumenterebbero ulteriormente – ipotizzando che si faccia una concorrenza basata sulla riduzione dei costi piuttosto che sul potenziamento tecnologico e qualitativo del prodotto.
Un esempio di quanto detto sopra è rappresentato dal caso italiano di privatizzazione delle aziende che producono energia elettrica: i prezzi risultano più elevati di quelli disponibili sul mercato protetto dallo Stato.

In conclusione, questo articolo non auspica un intervento statale in ambito economico che sia intrusivo, tutt’altro: è mia opinione che lo Stato debba incoraggiare le iniziative private, fornendo mezzi adeguati a renderle realizzabili, in un contesto trasparente e il più possibile tendente al modello della concorrenza perfetta. È suo dovere, in ultima istanza, coniugare intelligentemente illaissez faire con una politica volta alla correzione dei fallimenti del mercato là dove ciò occorra.

 

Fonti:

Programma politico di Salvini

Il prezzo della disuguaglianza, J. Stiglitz

Un accenno alle privatizzazioni dell’energia elettrica 

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