L’insostenibile leggerezza dell’Euro

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La moneta unica europea è oggi la valuta ufficiale in 19 paesi dell’UE. La sua introduzione era prevista dai Trattati europei come tappa fondamentale volta alla creazione degli Stati Uniti d’Europa, progetto questo al momento in fermo, tant’è che una Carta costituzionale europea non ha ancora visto la luce.

L’euro è uno strumento che ha sicuramente facilitato l’integrazione del mercato unico europeo:

– il commercio è stato favorito dal venir meno dei costi di cambio, il che non è poco se pensiamo che prima della sua introduzione questi ammontavano a circa lo 0,4% del PIL comunitario. La maggior trasparenza dei prezzi ha inoltre permesso un aumento della competitività (essendosi ampliato il mercato, un maggior numero di imprese si fa concorrenza e ciò va a favore dei consumatori);

– la mobilità dei capitali è favorita dalla maggiore stabilità economica che l’area euro offre grazie all’assenza di tassi di cambio tra i paesi membri, nonché da una politica monetaria condotta dalla BCE volta al mantenimento della stabilità dei prezzi, con bassi tassi di interesse e bassa inflazione. Le imprese sono invogliate ad investire e rinnovarsi poiché i rendimenti che devono pagare sui capitali presi in prestito (ossia il tasso di interesse) sono minori;

– lo sviluppo delle regioni periferiche europee è un altro vantaggio apportato dalla moneta unica. Queste regioni hanno economie generalmente basate su settori a più alto contenuto di lavoro e tenderanno quindi ad attrarre maggiormente i capitali delle industrie intensive in questo fattore produttivo; se gestiti attraverso una politica economica intelligente, questi capitali possono essere impiegati per lo sviluppo di altri settori, con benefici per l’occupazione e una riduzione del gap di sviluppo originario fra le regioni europee, portando così a una loro convergenza.

Per quale ragione allora l’euro è una moneta così osteggiata da alcuni, al centro di aspri dibattiti?
Naturalmente la situazione è assai complessa e si vuole qui solo offrire qualche spunto di riflessione. La moneta unica ha posto sullo stesso piano di competitività le aziende dei diversi paesi dell’Unione. Si è puntato a creare le giuste condizioni per un fair play sul mercato: le imprese non possono più condurre oggi una competizione basata sulla svalutazione della moneta nazionale, che vada a incrementare le loro esportazioni.

Questo modo di procedere è ciò che ha portato negli anni Novanta alla svalutazione continua del debito pubblico degli stati, al pagamento di interessi sempre più salati sullo stesso, a una crescente inflazione e al disincentivo per le imprese a investire nella formazione del personale e nella ricerca di nuove tecniche e tecnologie produttive. Semplicemente perché queste imprese non avevano la necessità di diventare più produttive: ogni anno lo Stato avrebbe svalutato la sua moneta, rendendo i loro prodotti relativamente più convenienti sul mercato estero, compensando così le loro inefficienze.

Con l’introduzione dell’euro gli Stati sovrani hanno ceduto la gestione della loro politica monetaria all’Unione, come era previsto dal Trattato di Maastricht, in previsione della successiva cessione della politica fiscale che sarebbe dovuta seguire per creare di fatto uno stato federale europeo. Ciò non è avvenuto, ha fatto seguito invece la crisi dei debiti sovrani e l’applicazione delle politiche di austerity.

Anche in questo caso il ruolo dell’euro è stato rilevante e non ha fatto che peggiorare la situazione: il rapporto Deficit/PIL, dal 2007 al 2014, è aumentato. Nel tentativo di ridurlo, i governi hanno tagliato le spese per i servizi e alzato la pressione fiscale sui cittadini a tal punto da deprimerne la domanda: il PIL si è ridotto più che proporzionalmente rispetto al Deficit e il rapporto è di conseguenza aumentato.

Per uscire dalla recessione sarebbe stata necessaria, al contrario, una politica fiscale espansiva, ovvero una riduzione della pressione fiscale o una serie di investimenti pubblici, accompagnata da una politica monetaria – anch’essa espansiva – volta a mantenere costanti i tassi di interesse. Ciò non è stato possibile perché la politica monetaria dell’UEM è in mano alla BCE e le sue decisioni si ripercuotono su tutti i paesi membri; i paesi “virtuosi” si sono quindi opposti a una politica monetaria espansiva poiché questa avrebbe alzato anche il loro tasso di inflazione.

L’euro rischia pertanto di creare una disparità strutturale fra i paesi che hanno un avanzo di bilancio e quelli che hanno un disavanzo di bilancio: questi ultimi si trovano ad avere un tasso di interesse più elevato per attirare i capitali necessari a finanziarne il debito, ma ciò porta a una riduzione degli investimenti e a un abbassamento della domanda aggregata, si riducono di conseguenza la produzione e il gettito fiscale, i parametri di Maastricht peggiorano e il paese è costretto a porre in essere nuove manovre restrittive. Tutto ciò mentre la disoccupazione aumenta: a subire l’impatto di shock asimmetrici (cioè quegli shock che colpiscono un singolo paese, non tutta l’euro­zona) è soprattutto il mercato del lavoro.

L’adesione alla moneta unica ha rappresentato un costo elevato per quei paesi la cui crescita economica era legata soprattutto alle esportazioni sostenute dalla svalutazione monetaria (come per esempio l’Italia), mentre i paesi europei inclini a un severo controllo dell’inflazione hanno potuto optare con leggerezza per la moneta unica, senza che la loro politica economica subisse grandi stravolgimenti (ne è un esempio la Germania), sebbene anche le loro economie siano state colpite dall’austerity.

Cosa pesa maggiormente sul piatto della bilancia, i vantaggi o gli svantaggi di una moneta unica? E se fossero gli svantaggi, quanto ci costerebbe tornare alle valute nazionali? E ancora: se fossero i vantaggi, siamo davvero pronti a pagare il prezzo di una disoccupazione endemica?

 

Fonti:

http://ec.europa.eu/eurostat/tgm/table.do?tab=table&init=1&language=en&pcode=teina230&plugin=1

Per un’analisi più approfondita ­e interessante­ del modello IS­LM, vi invito a leggere il seguente articolo: “Modello Is-Lm intergrato alla teoria della Public choice”

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