La Repubblica degli alti papaveri

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Da una parte personaggi importanti che si muovono nelle trame del Bel Paese senza essere visti. Eminenze grigie di cui nessuno parla e di cui nessuno sa nulla ma che sono in grado di influenzare con poche parole le decisioni dei governi. Dall’altra attivissimi funzionari della cosa pubblica sulle cui mirabolanti imprese vengono sprecati litri e litri d’inchiostro. Prefetti perfetti, dirigenti di organismi nazionali, homines novi, milionari-deus ex machina pronti a risolvere qualsiasi problema.

Cosa hanno in comune gli eterogenei appartenenti a questo secondo gruppo? L’aspirazione al potere politico.
In rari momenti della sua storia la politica italiana si è trovata a vivere una confusione totale come oggi. La situazione di stress è così forte che, nel tentativo di risultare più graditi agli elettori, i “grandi” leader si appellano a chi di politica all’interno dei partiti tradizionali non ne ha mai fatta. Questi dichiarano con orgoglio, come se fosse una medaglia da appuntarsi al petto, di essere sempre stati lontani da quelli che vengono considerati ambienti mefitici e claustrofobici, residuati anacronistici, sconfitti dal tempo, da cui tenersi ben lontani e non più adatti a rappresentare adeguatamente gli interessi di una maggioranza in tempi “post-ideologici”.

Non è certo una tendenza nata in questi ultimi anni (vedi tangentopoli) ma la forma che sta assumendo, complice una classe giornalistica tutta protesa al sensazionalismo antipolitico, è tale da giustificare una qualche inquietudine.

Innanzitutto l’eterno ritorno del mito della società civile, questo strano spazio metafisico evocato ad ogni pié sospinto nei salotti televisi di quart’ordine dove si potrebbero rintracciare improbabili campioni delle istanze popolari in opposizione ad una casta imbelle chiusa in sè stessa e cieca alle richieste del cittadino medio. In secondo luogo il continuo riferirsi alla parola “politica” come qualcosa di intimamente sporco, spregevole, abietto, causa di ogni male in ogni tempo. Deve essere notato che la condanna della politica come “professione” viene sostenuta e amplificata proprio da coloro che sono meglio inseriti nel tessuto stesso della politica.

Terzo punto la ricerca costante e a volte forzata del leader carismatico, unico in grado di farsi sintesi e portavoce di una molteplicità di correnti e bande in lotta tra loro senza un vero e solido programma da perseguire.
Per comprendere la portata di queste tendenze basti prendere, a titolo esemplificativo, un paio di casi ben noti: le incombenti amministrative a Roma e Milano.
La situazione romana è particolarmente delicata e la possibilità che la città cada nelle mani del movimento 5stelle è concreta.

Per evitare questa eventualità, deleteria tanto per la complessità della gestione amministrativa della Città Eterna quanto per l’evidente impreparazione del ceto dirigente grillino, si sono diffuse numerose voci, riportate da tutti i giornali nazionali, circa la possibilità di una candidatura congiunta del centrodestra e del centrosinistra sul nome di Alfio Marchini. Un uomo che, come dice lui stesso, “respira politica da quando è nato” ma che mai si unirebbe ai partiti “proprio adesso che sono in crisi”. Altri nomi per il centrosinistra, dilaniato a seguito dell’affaire Marino, sono Giovanni Malagò, presidente del CONI e Francesco Tronca, neocommissario della Capitale.

Se è vero che il commissario di governo non è eleggibile a sindaco nel territorio in cui esercita le proprie funzioni, come stabilito dall’art. 60 del Testo Unico Enti Locali, è anche vero che si tratta di una norma facilmente aggirabile con dimissioni preventive dello stesso.

Per quanto siano proposte piuttosto improbabili, l’insistenza con cui queste possibilità vengono prese in considerazione è preoccupante.
Nella città della Madonnina la situazione è favorevole al centrosinistra.
Il buon lavoro della giunta guidata da Giuliano Pisapia, leader di una coalizione larga ed inclusiva, lo straordinario successo dell’EXPO, la debolezza e le divisioni in città degli altri schieramenti favoriscono coloro che si riconoscono nel progetto di continuità con l’amministrazione uscente.

Ma i soliti bisticci tipici delle primarie hanno fatto prendere quota alla candidatura di Giuseppe Sala, commissario unico di EXPO reduce dall’enorme successo dell’evento internazionale, che sarebbe l’opzione senza alcun dubbio preferita da Matteo Renzi.

Il centrodestra, molto diviso al suo interno, non ha neanche idea di chi candidare.
Il movimento 5stelle ha scelto di non giocare nemmeno la partita, presentando una completa sconosciuta scelta da qualche centinaio di militanti. Deve ora essere chiaro che scegliere di puntare su una candidatura di Giuseppe Sala a Milano e Francesco Paolo Tronca a Roma è un’implicita ammissione che all’interno del Partito Democratico, primo partito d’Italia, non vi siano persone capaci di porsi a capo di una campagna elettorale vincente e di governare una città.
Cosa piuttosto sconcertante.

L’abdicazione di ogni forza politica del quadro attuale nel fare scuola di formazione al loro interno, tipica invece dei tanto vituperati partiti di massa novecenteschi, obbliga gli stessi a prelevare candidati al di fuori del loro circuito interno, nel calderone di quegli “alti papaveri” pronti a scendere in campo e a mettersi a disposizione per il bene di tutti (!?).
Per alcuni potrebbe essere un segno dei tempi, un cambio di passo da guardare anche con favore o magari da incoraggiare.

Un avvicinamento al modo di fare “americano” (parola passpartout priva di reale significato, usata anche qui a sproposito).
Per me si tratta di una chiara debaclé della classe dirigente.
Un’ammissione di incapacità saltuaria che diventerebbe in breve tempo cronica.
Si sente la mancanza di momenti di elaborazione costante sui territori che possa influenzare le decisioni prese più in alto. Ad onor del vero è necessario sottolineare come esistano alcuni luoghi di discussione tematica ma sono piccoli spazi dal respiro ridotto, il cui buon funzionamento si deve alle capacità dei singoli gestori più che ad un disegno generale centralizzato.

Pare sempre più chiaro che la gestione interna dell’unico partito rimasto sulla scena non è una priorità del suo segretario nazionale, che punta tutto sull’azione di governo del Paese.
Una scelta più che legittima ma che espone il fianco ad una nutrita serie di problematiche.
Evitando di ripetere quanto già sostenuto, il rischio per il centrosinistra è prendere, sebbene sotto un’altra forma, la deriva di Forza Italia. Con l’aggravante che il PD è stato, dalla sua fondazione l’unico partito presente localmente, con una propria struttura organizzativa interna ben chiara.
Per anni Berlusconi, padre-padrone del centrodestra, ha avuto pieni poteri nell’imposizione delle candidature locali, spesso scontrandosi (e vincendo) le resistenze in loco. In questo hanno avuto un ruolo di primo piano la cerchia di mediocri cortigiani di cui si è circondato, incapaci di costruire relazioni stabili e durature sul territorio. Con il risultato che, venuta meno la lucidità dell’uomo solo la formazione si è disgregata perdendo pezzi in ogni dove.

Se lo scenario che si sta prefigurando andasse in questa direzione rimpiangeremo ben presto i vecchi partiti.

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