Perché essere felici della vittoria di Macri in Argentina

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E’ la sera del primo luglio 1974.
Colto da un infarto improvviso nella sua villa nella periferia di Buenos Aires, si spegne il settantanovenne Juan Domingo Peron.
Per dieci anni presidente dell’Argentina, Peron è stato una figura centrale della politica della sua nazione (e più in generale di tutto il Sud America) e il complesso delle sue iniziative e delle sue idee ispirano ancora oggi una parte consistente della classe dirigente argentina.

Sebbene non sia questo il luogo dove affrontare il difficile inquadramento dell’ideologia del peronismo, credo sia indispensabile quanto meno accennare alle sue caratteristiche di fondo.
Socialismo di stampo nazionalista, sindacalismo rivoluzionario, corporativismo autarchico, un misto di autoritarismo polititico e di populismo demagogico con largo seguito nel movimento operaio avvicinano molto il peronismo al falangismo franchista, al fascismo mussoliniano e, sebbene in misura minore, anche al nazionalsocialismo hitleriano.

Niente a che vedere quindi con il liberalismo occidentale o con le correnti della sinistra democratica del Vecchio Mondo.
Non è certo un caso che dopo il crollo della fragilissima Repubblica Sociale Italiana, decine di migliaia di fascisti italiani avessero trovato accoglimento e rifugio presso l’Argentina di Peron.
Quest’ultimo non condannò mai i regimi autoritari europei, anzi, difese il fascismo italiano, sostenendo che si trattasse di una legittima “Terza Via” lontana tanto dal comunismo di matrice sovietica quanto dal capitalismo delle nazioni plutocratiche.

Strettamente vincolato all’onnipresenza di un carismatico leader (per non parlare dell’enorme e diffusa popolarità odierna della moglie Evita) la pesante (e controversa) eredità del peronismo venne raccolta da chi successivamente si è trovato a gestire il potere e la sua influenza è ancora oggi molto diffusa.
I governi che si sono susseguiti all’inizio degli anni duemila ne sono una chiara testimonianza.
Nello specifico, i coniugi Kirchner hanno dominato la scena politica dell’ultimo decennio, con la presidenza affidata a Néstor Kirchner dal 2003 fino al 2007, quando gli successe la moglie Cristina Fernández de Kirchner, rimasta in carica fino a qualche giorno fa.
Lunghi anni in cui il kirchnerismo venato di peronismo definito “di sinistra” ha influenzato in profondità la vita politica del paese con molte luci e ancor più ombre.
Da una parte una politica economica fortemente statalista e protezionista, con una particolare attenzione sotto la presidenza Néstor alla riduzione della povertà (con il livello più basso dell’intera america latina, eccezion fatta per l’Uruguay) e un sensibile aumento degli investimenti nel settore della pubblica istruzione.
Dall’altra il disastro della successora, con accuse di populismo e di corruzione ad ogni livello di governo, manipolazione dei dati sull’inflazione, aumento delle imposte sulle principali esportazioni del paese, un deficit pubblico impazzito e un’economia da tempo in stagnazione con crescita zero. Il tutto condito da repressioni (talvolta violente) della manifestazioni di piazza e alcuni casi sospetti di scomparsa di criminali comuni. (si legga il rapporto CORREPI )

Definire il kirchnerismo come appartenente all’alveo della sinistra secondo i parametri occidentali è fuorviante. Come si è dimostrato nel corso dei lunghi anni di governo è descrivibile come un mix di demagogia e di sfrenato affarismo. Un aumento indiscriminato della spesa pubblica atto a foraggiare puro assistenzialismo con cui si è cercato di evitare il rifiuto popolare senza chiari progetti d’investimento .

Il primo turno elettorale di domenica 25 ottobre, dopo le dimissioni della Kirchner, è stato dominato da grande indeterminatezza e da una svolta improvvisa. Daniel Scioli, il candidato del Fronte per la Vittoria supportato dalla Kirchner, ha raccolto appena il 36,3% dei voti, andando al ballottaggio con Mauricio Macri, famoso imprenditore leader dell’alleanza di centrodestra Cambiemos, che è risultato a sorpresa secondo con il 34,7%. Solo terzo posto per il peronista “di destra” dissidente Sergio Massa.

Macri, forte del suo risultato inaspettato ha dichiarato: «Ayer hubo millones de argentinos que creyeron que se puede vivir mejor. Ayer se rompió el mito que los únicos que pueden gobernar son ellos.» La fine del mito secondo il quale solo i peronisti sono in grado di raccogliere sufficienti consensi per guidare il paese.

Il 22 novembre gli elettori argentini recatisi alle urne per il primo ballottaggio della storia della loro democrazia hanno scelto Macri, che (piuttosto a sorpresa anche questa volta) si è imposto ad urne chiuse con il 51,42% dei voti, sullo sfidante Scioli che si è fermato al 48,58%. Con un’affluenza alle urne molto vicina all’81% è superfluo dire che si tratta di una scelta pienamente democratica che non può essere messa in discussione nemmeno con l’argomento (già debole di per sé) dell’astensionismo.

Ebbene, da socialdemocratico, la vittoria di Mauricio Macri non solo non mi reca particolare dispiacere ma credo che debba essere vista, alla luce di quanto detto poc’anzi, come qualcosa di positivo.
D’altronde la rottura di un sistema sostanzialmente dinastico, dove la guida del paese si è risolta per ben dodici anni all’interno di una coppia di coniugi è già qualcosa di positivo di per sé. L’alternanza in un quadro di competizione democratica é un valore da tutelare, ancor di più quando i votanti al secondo turno raggiungono cifre così elevate.
In secondo luogo non si deve commettere l’errore di guardare alla politica argentina attraverso una prospettiva europea e se possibile dimenticare qualsiasi riferimento a quella italiana. Macri è un conservatore liberale con alcuni tratti tipici del progressismo americano e non deve essere in alcun modo accostato al novero della destra-estrema destra dei populisti nazionalisti, protezionisti e xenofobi che purtroppo infestano l’Europa da cima a fondo.

Andando a guardare nello specifico la composizione della coalizione chiamata Cambiemos, che ha appoggiato la candidatura alla presidenza di Macri, osserviamo come comprenda partiti di centrodestra liberale (PRO), partiti socialdemocratici (quali UCR) e partiti di sinistra liberale (CC-ARI). L’UCR è il partito della coalizione che ha ottenuto più seggi. Un centro-destra che sarebbe quasi meglio identificare come una “grande coalizione di anti-kirchneristi e anti-peronisti”, in grado di attirare il voto di vasti strati della nazione, ma in parlamento più spostato a sinistra di quello che si potrebbe pensare.

Deve poi essere chiaro che la visione economica di Peron, corporativista e protezionista è quello che di piu’ simile ci sia all’economia fascista italiana degli anni ’30. L’Argentina aveva (e continua ad avere) tutte le potenzialità di diventare un paese ricco e progredito come il Canada o l’Australia. Se invece è diventata un paese pieno di problemi cronici, sempre sull’orlo della bancarotta, la colpa è anche di chi l’ha malgovernata dal dopoguerra ad oggi.

Infine deve essere sottolineato, cosa che i media hanno accuratamente evitato di riportare, che il gruppo di formazioni politiche che hanno sostenuto Macri non è stato in grado di strappare la maggioranza nel Parlamento bicamerale argentino; tanto che alla camera alta il partito della Kirchner e di Scioli, il Fronte per la Vittoria, ha ancora la maggioranza assoluta. Non c’è quindi nessun pericolo di una eventuale deriva dell’uomo solo al comando, cosa che gli stati latino-americani conoscono da vicino fin troppo bene.

Il primo atto del nuovo presidente è stato invitare i dirigenti della Banca Centrale a dare le dimissioni per dare vita ad un nuovo corso di gestione dei conti pubblici.
Speriamo che questo passo sia il primo di un ripensamento totale della vita politica argentina.

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