Rinnovabili: quando l’energia (non sempre) è pulita

Osannato dai più come la panacea dei mali che l’uomo moderno ha prodotto a partire dalla Rivoluzione Industriale, soluzione definitiva sia ai problemi derivanti dal cambiamento climatico che alternativa al consumo di energie fossili, quello delle rinnovabili è un settore più che consolidato da quando, circa quarant’anni fa, si è iniziato a mettere in evidenza il tema dell’ambiente introducendo concetti quali “sviluppo sostenibile”. Numerose sono le tipologie di fonti rinnovabili esistenti, ovvero di risorse presenti in natura che con sistemi più o meno complessi di conversione permettono di generare e sfruttare energia, che utilizziamo poi in modo diretto o indiretto nella nostra vita quotidiana in molteplici modi, dal riscaldamento delle nostre case alle batterie dei nostri smartphone. Sempre più articolato è anche il mondo del lavoro, un settore che occupa circa 7 milioni di lavoratori e dove il ruolo di professionisti nell’ambito della consulenza è sempre più strategico nell’ambito della pianificazione sia privata che pubblica, stimolato peraltro dalle politiche di sgravi fiscali e incentivi.

Nell’analizzare il ruolo delle rinnovabili ci si concentra dunque su aspetti potenzialmente positivi, mentre si pone una minore attenzione sugli aspetti che indirettamente o direttamente rischiano di limitarne gli effetti, se non di compensarli totalmente (in negativo), giustificando dunque una loro messa in discussione. I benefici che la collettività ricava dall’avere un ambiente più salubre e meno inquinato vengono evidentemente ridotti quando si prende in considerazione la crescente infiltrazione di attività illecite sia nell’ambito energetico propriamente produttivo che in settori con esso correlati quali ad esempio la bioedilizia.

Ecco dunque che strumenti politici teoricamente virtuosi quali gli incentivi fiscali e i sussidi finiscono per fornire ulteriore linfa ad organizzazioni criminali, per acquisire nuove fette di potere o per reinvestire denaro sporco provenienti da altri traffici. Secondo uno studio di Green Clean Market si stima che nel 2011 la corruzione abbia consumato circa 2,5 MW prodotti da rinnovabili, sottraendo circa 900 milioni di investimenti alla legale concorrenza fra imprese. Responsabilità di tali meccanismi possono essere ricondotte sia alla mediocrità della classe politica e a logiche clientelari sia ad un sistema finanziario eccessivamente libero che permette di reinvestire capitali illeciti in un mercato altamente appetibile.

Fenomeno del tutto diverso e che sta catalizzando una crescita di attenzione da parte dell’opinione pubblica è quello del land grabbing, ovvero l’accaparramento di terre su larga scala per molteplici finalità tra cui quelle alimentari (in risposte all’allarmante boom demografico), energetiche (come soluzione all’inquinamento atmosferico) e (andando oltre le definizioni formali che vengono fatte di questo fenomeno) anche militari se consideriamo le controversie derivanti dal problema delle servitù militari (aree sottratte alla popolazione civile e destinate a scopi militari quali esercitazioni) e che riguardano in prima linea il nostro Paese. Parte di questi grandi investimenti, vengono effettuati nella maggior parte dei casi da multinazionali occidentali in aree sottosviluppate ed hanno come oggetto l’acquisto o l’uso di terre di grandi dimensioni per impiantare produzioni agricole su larga scala a costi economici molto vantaggiosi.

Come detto oltre che per rispondere a esigenze alimentari di Paesi soggetti a processi di grande espansione demografica (Cina e India) piuttosto che con territori con scarse risorse idriche (Emirati Arabi, Arabia Saudita e Qatar) le produzioni sono spesso coltivazioni destinate ad alimentare il mercato dei biocarburanti, che in base alla direttiva europea 2009/28 possono essere intesi come quei carburanti liquidi o gassosi per trasporti ricavati dalla biomassa, ossia la frazione biodegradabile dei prodotti, rifiuti e residui di origine biologica provenienti dall’agricoltura). Sotto accusa sono in particolare i biocarburanti di prima generazione, derivanti cioè da coltivazioni alimentari, nello specifico il bioetanolo derivante dalla fermentazione di zuccheri contenuti principalmente in canna da zucchero, barbabietola, mais e il biodiesel, che è prodotto invece da oli vegetali ottenuti da palma, girasole, colza e infine soia.

Sebbene il loro uso sia funzionale all’abbattimento delle emissioni e come alternativa all’uso di petrolio e gas nel settore dei trasporti (va ricordato per altro che in base alla direttiva 2009/28 il vincolo per ciascuno Stato membro dell’Unione è di consumare il 10% di energia nei trasporti da fonti rinnovabili) le Ong e numerosi studi mettono in luce le forti controversie di tali produzioni, ricollegandoci dunque con quanto si sosteneva in partenza circa le problematiche delle rinnovabili. Si tratta in primo luogo di costi sul piano sociale, dal momento che gran parte delle terre oggetto di trattativa apparentemente prive un soggetto intestatario e dunque proprietario in realtà sono regolate secondo l’uso delle comunità locali che non contempla il diritto di proprietà così come lo conosciamo nella nostra società occidentale. Vanno peraltro considerati tra costi sociali l’esclusione di tali comunità da qualsiasi forma di partecipazione alle trattative che coinvolgono invece esclusivamente rappresentanti degli acquirenti (multinazionali) ed esponenti del governo e il fatto che molto spesso non venga garantito un indennizzo adeguato.

Due criticità vertono invece sul piano ambientale.

In primo luogo va considerato che quando il processo di Land Grabbing ha per oggetto terre agricole già precedentemente coltivate dalle popolazioni locali, ciò comporta lo spostamento da parte di queste ultime alla ricerca di nuove terre che possono essere ricavate attraverso l’abbattimento di aree forestali. Quando ciò avviene si generano evidentemente nuove emissioni nell’aria che se considerate compensano le riduzioni derivanti dall’uso dei biocarburanti.

Un secondo elemento attiene ai danni che un sistema agricolo su vasta scala comporta in termini di biodiversità. In Brasile oltre l’85% del Cerrado (la più grande savana del continente sudamericano comprendente oltre 10.000 specie vegetali) è stata convertito in campi destinati alla produzione di canna da zucchero. Tra il 1985 e il 2006 si stima che Indonesia le coltivazioni di palma da olio abbiano determinato la deforestazione di circa il 25% del suolo.

Terzo elemento che incrimina i biocarburanti di derivazione agricola è il conflitto che evidentemente ciò suscita tra le necessità alimentari e quelle energetiche. Prendendo ad oggetto il mais, esso costituisce uno dei principali componenti dell’alimentazione messicana e al tempo stesso della produzione di bioetanolo negli USA. Per effetto dell’accordo NAFTA sottoscritto da Stati Uniti, Canada e Messico l’abbattimento dei dazi sul prodotto in questione finalizzato a sostenere la produzione di bioetanolo non solo ha danneggiato i messicani come produttori ma anche come consumatori portando ad un aumento del prezzo del mais di oltre il 70% tra 2005 e 2011. Le fonti energetiche alternative, l’introduzione di biocarburanti, sono certamente strumenti importanti nella lotta al cambiamento climatico.

Da quest’analisi, seppur breve, è evidente però che anch’essi hanno dei costi, sia in termini socioeconomici che ambientali, e non possono essere celati come spesso si fa. Serve inoltre una volontà politica sia a livello nazionale che internazionale capace di garantire un’equa distribuzione dei vantaggi derivanti dal momento che il miglioramento delle condizioni climatiche nell’emisfero boreale non può evidentemente passare per un peggioramento delle condizioni di vita delle aree meridionali del pianeta e la riduzione ulteriore di biosfera. La difesa e la salvaguardia dell’ambiente non può infine essere oggetto di speculazione ed è necessario una maggior presenza da parte dello Stato volto a impedire l’infiltrazione di organizzazioni criminali in tale settore.

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