Intervista a Lorenzo Bini Smaghi

lbs2

Economista, presidente di Snam, visiting scholar ad Harvard, membro del Comitato esecutivo della Banca Centrale Europea dal 2005 al 2011, autore di numerosi libri sull’Unione Europea, con Lorenzo Bini Smaghi abbiamo parlato di crescita, occupazione e austerità.

Nel suo ultimo libro “33 false verità sull’Europa”, lei sottolinea come, oltre a quello “tipico” della stabilità dei prezzi, l’assenza di altri obiettivi di politica economica – come il sostegno all’occupazione – sia fondamentale per avere una Banca Centrale indipendente. In questo senso, da una parte dell’Atlantico abbiamo la BCE che ha come unico obiettivo la stabilità dei prezzi; dall’altra parte la FED che come obiettivo primario ha anche il massimo impiego del fattore lavoro. Il confronto fra il tasso di disoccupazione europeo e quello americano è desolante: uno il doppio dell’altro. Quanto una banca centrale può influire sull’occupazione e quanto è alto il costo opportunità di avere una banca indipendente che non ha quindi l’occupazione come obiettivo?

In realtà il confronto tra l’occupazione americana e quella europea è un po’ più complesso. Il tasso di disoccupazione americano è calato in questi anni anche per effetto della riduzione del tasso di partecipazione, ossia l’uscita di molte persone dal mercato del lavoro. Se la partecipazione fosse rimasta immutata, come in Europa, sui livelli pre-crisi, il tasso di disoccupazione americano sarebbe più vicino al 10%. Inoltre, il confronto all’interno stesso dell’area dell’euro mostra che non è la moneta il fattore discriminante, ma le altre politiche economiche e la dinamica della produttività. In Germania la disoccupazione è calata sui minimi storici, mentre nel Sud dell’Europa è salita su livelli molto elevati, ed ha cominciato a scendere solo di recente. Ciò significa che la politica monetaria ha effetti limitati sull’occupazione, anche quando l’inflazione è bassa come stiamo vedendo. Non c’è in questo momento una incoerenza tra l’obiettivo della stabilità dei prezzi e l’occupazione, eppure quest’ultima rimane in molti paesi elevata nonostante la forte espansione monetaria.

Parlando ancora di occupazione, la BCE prevede per il 2017 un tasso di inflazione e un tasso di crescita del Pil entrambi introno al 2%; il tasso di disoccupazione previsto è invece vicino alla soglia del 10%. Quanto è alto il rischio di avere una crescita senza nuova occupazione e quali sono le misure da mettere in campo per scongiurare questo rischio?

Di nuovo, guardando all’interno dell’area euro si può vedere quali paesi hanno un mercato del lavoro che funziona, e consente di avvicinare la piena occupazione, e dove invece c’è maggior rigidità ed inefficienza. C’è poi un problema di modello produttivo. Paesi come la Spagna, ad esempio, che nello scorso decennio hanno avuto una crescita particolarmente concentrata sul settore delle costruzioni, devono riconvertirsi su settori più esposti alla concorrenza internazionale, e questo processo richiede tempo. Anche in Italia il settore protetto alla concorrenza è predominante e determina una crescita della produttività contenuta, se non addirittura negativa. E se non cresce la produttività, i salari e l’occupazione, e dunque il reddito, non possono crescere.

In un suo recente intervento ha trattato il dualismo che c’è fra regole e discrezione. Molti fautori della discrezione criticano aspramente le misure di austerity imposte dall’Unione Europea; contrapposti ad essi ci sono i rigoristi. Nel 2003 Francia a Germania, benché avessero un deficit elevato, non subirono conseguenze dalla procedura per deficit eccessivo che, infatti, fu sospesa. Dal suo punto di vista, in Europa, il problema è rappresentato da misure di austerità troppo stringenti (regole) o da sanzioni troppo deboli e raramente applicate (discrezione)?

Le regole sono utili per evitare politiche economiche di corto respiro, che mirano alla ricerca del consenso immediato e a rinviare nel tempo le riforme e il risanamento fiscale. Hanno una funzione preventiva, cioè evitano di far trovare un paese in una situazione di debolezza quando sopravviene la crisi. Non è un caso che i paesi che hanno affrontato la crisi con finanze pubbliche in ordine se la siano cavata meglio di altri. È il rispetto delle regole in tempi normali che consente poi di usare la discrezionalità in tempi di crisi. Senza rigore in tempi normali, si rischia poi di dover essere eccessivamente rigorosi quando i mercati finanziari perdono la fiducia e non sono più disposti a rifinanziare il debito pubblico. A quel punto rimane solo l’austerità.

Il mainstream identifica l’attuale deflazione europea – in realtà siamo leggermente sopra lo zero – come una deflazione da domanda e non da costi. È d’accordo con questa lettura? Quanto l’attuale deflazione europea è una deflazione importata (basso costo del petrolio)?

Se l’attuale deflazione fosse provocata solo da costi, avremmo una forte crescita economica e tassi d’interesse reali elevati, per remunerare il capitale usato in modo più efficiente. In realtà, i bassi costi delle materie prime sono il frutto in larga parte del calo della domanda mondiale e del tendenziale eccesso di risparmio rispetto all’investimento. Questo spinge i tassi d’interesse verso il basso, per cercare di ristabilire l’equilibrio. In realtà abbiamo una combinazione inedita di eccesso di risparmio e di debito. C’è in molti paesi troppo debito, pubblico o privato, che spinge a risparmiare per ridurre la leva finanziaria. Il basso livello dei tassi è l’unico modo per poter riequilibrare risparmio e investimenti e al contempo agevolare lo sforzo di riduzione del debito.

Diversi economisti – e lo ha fatto anche il professor Luigi Zingales in una nostra intervista – sono favorevoli all’introduzione di un sussidio di disoccupazione europeo per ridurre le asimmetrie esistenti tra i vari Paesi e spingere verso una maggiore convergenza. Come valuta questa proposta? In Italia ci sono movimenti politici che propongono invece l’introduzione di un reddito di cittadinanza; è davvero questa una valida alternativa?

Il sussidio aiuta in modo temporaneo chi ha perso il proprio posto di lavoro. Per evitare che si trasformi in un trasferimento permanente tra paesi, come temono quelli del Nord, si dovrebbero armonizzare le regole del mercato del lavoro. Si dovrebbe avere gli stessi meccanismi di incentivi a trovare un lavoro, entro un lasso di tempo determinato, magari anche con sistemi di riqualificazione professionale adeguati. Se una parte dell’Europa non dispone di tali meccanismi, la disoccupazione tenderebbe a durare molto più a lungo e in questo caso verrebbero meno le condizioni per mutualizzare il sussidio. Il reddito di cittadinanza è diverso nella misura in cui non è collegato alla ricerca del posto di lavoro, ma rappresenta una forma di assistenza a specifiche categorie che si vogliono aiutare. Vedo più difficile armonizzare questo tipo di intervento tra i paesi europei, che deve comunque essere finanziato attraverso le entrate fiscali. Fin quando ciascun paese vuole mantenere la sovranità sulla tassazione, difficilmente può esserci una armonizzazione delle voci di spesa.

Vota i nostri posts

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.