Il futuro della capitale

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Se state cercando il solito (e anche piuttosto noioso) articolo che cerchi in qualsiasi modo di gettare fango su Ignazio Marino, vi consiglio di concludere qui la vostra lettura.

Questo articolo tuttavia non vuole nemmeno avere intenti apologetici nei confronti dell’ex sindaco di Roma: Marino non ha bisogno di essere difeso da nessuno, men che meno da me, povero studentello  neppure romano.

Le sue azioni, nel bene e nel male, sono sotto gli occhi di tutti e basta una rapida ricerca per conoscere quasi ogni cosa dell’attività della sua amministrazione, dalle elezioni alla scorsa settimana.

Credo sia bene invece considerare e valutare una volta tanto le alternative, ora che Marino ha formalizzato le sue dimissioni.

Chi al momento potrebbe prendere le redini della Città Eterna?

Partiamo dal perdente della partita giocatasi in questi giorni: il Partito Democratico, autore di un vero suicidio politico.

Un sindaco del PD, votato alle primarie PD, candidato dal PD e sostenuto in consiglio dal PD che, dopo essere stato difeso nel corso del tempo solo dal PD, viene scaricato per qualche cena mal rendicontata.

Al danno (enorme) la beffa: giustificazioni della scelta dell’abbandono al suo destino penose e fantasiose che hanno permesso di alimentare le peggiori teorie complottiste.

Particolarmente terribile in questa fase si è dimostrato Matteo Orfini, Presidente del Partito, che dopo aver affermato che “chiedere le dimissioni della giunta Marino è fare il gioco della mafia” ora si arrampica sugli specchi come un equilibrista mediocre tentando di gettare la colpa (inutilmente) alle particolari circostanze attuali.

Matteo Renzi, dal canto suo, si è trovato a dover gestire una situazione non chiara e ritengo che sia stato colto di sorpresa dalla questione Marino. Certo, i rapporti con il sindaco di Roma Capitale non erano dei migliori già prima dell’affaire Vaticano, vero punto di svolta della vicenda (Vaticano che da tempo mal sopportava le iniziative di Marino quale quella sulle unioni civili).

Ma scegliere la rottura accusando un profondo logoramento del legame tra Marino e i cittadini di Roma che lo hanno eletto (almeno questa è la versione ufficiale) mi pare una difesa maldestra che non sta molto in piedi: se davvero bastasse questo a togliere la fiducia ad un amministratore, metà dei comuni italiani dovrebbero andare a votare domattina.

Dopo questi avvenimenti non ci si deve stupire se il sostegno di cui gode il Partito nella Capitale sia ridotto al lumicino.

Al netto dell’ovvio commissariamento affidato a Gabrielli,  il PD e la galassia del centrosinistra hanno qualche possibilità di uscire da una sconfitta disastrosa e quasi scontata?

Forse, dipenderà molto dal candidato (l’opzione Sabella, magistrato ed ex assessore alla legalità di Roma, sarebbe interessante) e da quanto potrà contare sul supporto di eventuali liste civiche ma onestamente non credo che al momento possa aspirare a più del raggiungimento del ballottaggio, che tuttavia perderebbe contro qualsiasi avversario.

Veniamo ora al centrodestra.

Secondo la banale logica dell’alternanza, dopo il naufragio dell’amministrazione di centrosinistra, dovrebbe avere il vento in poppa. Un candidato unitario di Forza Italia, Lega, Area Popolare e Fratelli d’Italia (molto forte in città) sarebbe in grado di accedere quanto meno al ballottaggio in scioltezza. E da lì il passo verso il Campidoglio sarebbe davvero immediato.

Anche i sondaggi, pur con tutti i loro limiti, sembrano confermare questa possibilità.

Tuttavia non credo che la soluzione sia così semplice.

Innanzitutto si deve considerare l’estrema difficoltà della costruzione di una coalizione così variegata come quella descritta pocanzi. Salvini infatti ha sempre sostenuto che non sarebbe mai andato con Alfano (e quindi con  Area Popolare) ma non avrebbe nessun problema con la Meloni. Berlusconi, nel suo eterno ruolo di “federatore dei moderati” vorrebbe vedere tutti insieme ma con un candidato civico, cosa che escluderebbe la Meloni e altri possibili candidati.

Proprio sulla “questione civica” si aprono degli scenari interessanti.

Circola il nome di Alfio Marchini, già alla guida di due liste civiche Alfio Marchini Sindaco e Cambiamo con Roma che si fermarono poco al di sotto 10% delle preferenze alle elezioni del 2013.

Ma chi è questo Marchini? Classe 1954, dirigente della Astrim Costruzioni, la famosa “Calce e Martello” per i legami del nonno con il PCI, dal 1989 (a soli 23 anni), membro di svariati cda nel corso del tempo, appassionato giocatore di polo è,  in due semplici parole, un palazzinaro milionario. Sufficientemente conosciuto per raccogliere i voti necessari, sufficientemente ricco per affrontare senza problemi i costi di una nuova campagna elettorale e senza nessun problema per quanto riguarda le alleanze. Corteggiato da Berlusconi (ma nel 2013 prima di scegliere di correre come indipendente raccolse le firme per presentarsi alle primarie del PD) per lui destra o sinistra fa lo stesso. “Perché – dice – i partiti tradizionali hanno fallito. È tempo di aprire alla società civile e non usarla solo come foglia di fico come avvenne con Marino. E per farlo bisogna partire dal basso”. Ma essendo una persona intelligente sa bene che gli converebbe porsi nel ruolo di leader di uno dei due schieramenti. Se decidesse di unirsi al centrodestra avrebbe molte chance di riuscita nella sua nuova scalata a sindaco, mentre come civico puro rischierebbe di  non aver la forza, oltre che l’organizzazione, necessaria per vincere a Roma.

Si fa strada anche l’ipotesi Giorgia Meloni, che secondo un recente sondaggio pubblicato da Ixè sarebbe la più gradita. Ma la giovane leader di Fratelli d’Italia si muove da tempo in una cornice nazionale e non locale, inoltre difficilmente verrebbe supportata dai centristi che si rivolgerebbero quasi sicuramente altrove.

Ancora più semplice sembra la conquista di Roma da parte del Movimento5Stelle.

I grillini che in queste ore credono di poter rivoltare Roma come un calzino sono quasi teneri. Nessuna precedente esperienza amministrativa, un’ingenuità politica da far spavento (basti pensare alla visita nottetempo agli “imprenditori onesti” di Ostia  il 12 giugno scorso) a Roma farebbero una pessima figura, analoga a quella del Pd o della destra.

Ma hic stantibus rebus sarebbero loro il primo partito di Roma, e anche di parecchio stando ad un sondaggio realizzato da ipr marketing sarebbero in una forchetta tra il 30 e il 33%.

Prendendo per buono il sondaggio, il problema è il candidato.

Alessandro Di Battista, che sarebbe il più forte, e Lombardi per regole interne al Movimento5Stelle non sono in in grado di proporsi alla guida degli stellati romani e toccherebbe quindi agli attuali consiglieri regionali pentastellati Virginia Raggi, Enrico Stefàno e Daniele Frongia oltre all’ex candidato sindaco Marcello De Vito tentare la scalata al Campidoglio. Credo che al lettore medio questi nomi non dicano nulla e possiamo annoverarli tra i perfetti sconosciuti, su cui pure si deve  pronunciare il voto web degli iscritti al blog di Beppe Grillo, mezzo insidioso, che più volte ha dimostrato di essere inadeguato. Inoltre, per capitalizzare il consenso, necessitano che le elezioni si tengano il più rapidamente possibile, affinchè la vicenda scontrini sia sufficientemente “calda” da poter essere sfruttata in campagna elettorale.

Rimane ancora la questione sempre aperta della “Cosa Rossa” che dovrebbe federare in un’unica lista (o complesso di liste), da Possibile di Civati, alla Coalizione Sociale di Landini, da Sel a Rifondazione Comunista più una serie di movimenti.

Ma al momento un fantomatico candidato della vera sinistra dura e pura è non pervenuto.

Nulla si può quindi dire con certezza ma l’era post-Marino si è già dimostrata più che interessante.

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