Brexit: bluff o possibilità?

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Il primo ministro britannico David Cameron, per attirare l’elettorato di destra anti-europeista alle ultime elezioni, ha promesso di indire nel 2017 un referendum riguardo all’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea.

Il paese non è nuovo a tali referendum, basti pensare che nel 1975, dopo solo due anni dall’adesione alla CEE, ne venne indetto uno per abbandonarla, ma più del 60% dei cittadini votò per il No. Da un punto di vista legale, il TUE (Trattato sull’Unione Europea) garantisce il diritto di ciascuno Stato membro a recedere dall’Unione con l’art.50, anche se, come è noto, nessuno paese fino ad ora ha concretamente proceduto in tale direzione.

Quanto converrebbe il Brexit agli Inglesi?

L’appartenenza all’Unione sta alla base della libera circolazione di:

  • beni e servizi

Oltre il 40% delle importazioni e delle esportazioni del Regno Unito riguarda paesi aderenti all’UE (in testa troviamo la Germania, seguita da Francia e Pesi Bassi).

Se il paese dovesse uscire dall’UE, si vedrebbe costretto a rinegoziare con ciascuno dei suoi partner commerciali interni all’Unione dei nuovi trattati; anche nella rosea prospettiva in cui il Regno Unito si venisse a trovare in una situazione simile a quella della Norvegia, tanto paventata dagli anti-europeisti moderati – ovvero inserita nel SEE, lo Spazio Economico Europeo – dovrebbe sottostare alla legislazione europea sulla provenienza dei prodotti. Questo danneggerebbe le sue esportazioni: aumenterebbero i costi per accedere al mercato europeo e ciò renderebbe i prodotti britannici più costosi, come se il cambio sfavorevole sterlina/euro non fosse abbastanza. Un calo delle esportazioni porterebbe a un impoverimento delle casse dello Stato e la Gran Bretagna potrebbe addirittura mettere in atto qualche manovra protezionistica, in modo da scoraggiare le importazioni per tenere sotto controllo la bilancia commerciale.

  • capitali

Una chiusura sul fronte europeo porterebbe le aziende britanniche a rallentare la corsa al progresso tecnologico, poiché verrebbe meno la pressione della concorrenza esterna esercitata al momento dal mercato dell’Unione. Ciò le renderebbe meno capaci di attirare investimenti esteri.

Le aziende internazionali potrebbero decidere di spostare le proprie sedi in un altro paese a seguito di cambiamenti sul fronte della politica del lavoro – che è invece, ad oggi, una delle materie in cui vige la competenza concorrente tra UK e UE. Non dimentichiamo inoltre che la Gran Bretagna ha mantenuto l’autonomia dal punto di vista della politica monetaria.      Gli scenari sono svariati e non facilmente prevedibili.

  • persone

Come negli altri paesi sviluppati, anche in Gran Bretagna il settore a più alta concentrazione di lavoratori è quello dei servizi. Londra ha rappresentato – e ancora oggi rappresenta – un importante polo di attrazione per manodopera qualificata dagli altri paesi membri dell’UE: gli immigrati europei che vi giungono sono per la maggior parte laureati, più giovani rispetto alla media dei lavoratori locali e si vanno ad inserire in contesti dove manca manodopera qualificata britannica (in primis il settore sanitario, dove le assunzioni sono in aumento a causa dell’invecchiamento della popolazione locale).

Questi immigrati arricchiscono le casse dello stato attraverso l’incremento della domanda cui partecipano, l’incremento della produzione in cui si inseriscono, i loro consumi. Uscire dall’UE significa chiudere le porte alle risorse rappresentate da queste persone.

Oltre ai danni di cui potrebbe risentire l’economia britannica, vanno considerati anche quelli che il Brexit causerebbe agli altri paesi membri: costoro si ritroverebbero a perdere un importante partner commerciale, nonché a dover pagare di tasca propria la quota pagata fino a quel momento dal Regno Unito all’UE in termini di fondi europei.

Bisogna infine sottolineare che dei 53 parlamentari che hanno votato contro l’istituzione di tale referendum, i più sono gli scozzesi di Nicola Sturgeon, il partito indipendentista scozzese. È probabile che un’uscita dall’Unione non farebbe altro che accelerare i tempi di indizione di un altro referendum: quello sull’indipendenza scozzese, che questa volta potrebbe dare un risultato diverso rispetto a quello dello scorso anno.

Insomma, per lo stato attuale delle cose sembra che l’uscita del Regno Unito non convenga a nessuno. E lo sa sicuramente anche Cameron che, sebbene abbia dichiarato di volere delle riforme volte ad alleggerire la burocrazia di Bruxelles e la sua ingerenza negli affari del Regno Unito, non ha ancora formulato un proposta da sottoporre alla Commissione europea.

Che sia tutto un bluff?

Fonti:

https://www.bertelsmann-stiftung.de/en/publications/publication/did/policy-brief-201505-br-brexit-potential-economic-consequences-if-the-uk-exits-the-eu/

http://wits.worldbank.org/CountryProfile/Country/GBR/Year/2014/Summary

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