Sharing Economy e protezioni sul lavoro – serve un’app?

Sharing economy collaborative peer-to-peer mesh consumption

Recentemente Hillary Clinton ha affermato, parlando della sua agenda economica, che l’economia on-­demand sta sollevando “domande difficili sulla protezione del posto di lavoro e su come sarà un buon lavoro nel futuro”. Uber e molte altre società stanno ormai nutrendo un’economia multimiliardaria, la cosiddetta sharing economy o economia della condivisione.

Che proprio Uber sia diventata un argomento di dibattito nella corsa presidenziale per il 2016 la dice lunga sulla rapida evoluzione che sta subendo la nostra economia. In sei anni, Uber è cresciuta fino a diventare una società globale del valore di oltre 40 miliardi di dollari – più della American Airlines. Ogni mese si iscrivono centinaia di migliaia di nuovi driver. Questo grande successo ha ispirato simili start­ up on-­demand che consegnano qualsiasi cosa, da generi alimentari a fiori, a uomini tuttofare: basta premere sullo schermo di un cellulare.

Ma le persone che si occupano di questo raramente sono impiegate a tempo pieno. Negli USA vengono normalmente classificate come imprenditori indipendenti, il che dà loro una maggiore flessibilità, ma minori protezioni e benefici. Alcuni guardano a questo tipo di aziende come opportunità innovative di essere il capo di se stessi. Altri, invece, credono che tali aziende classifichino i loro lavoratori in questo modo semplicemente per poter aggirare obblighi giuridici costosi. Insomma: la tecnologia rende tutti i lavoratori più liberi, o è soltanto una grossa fregatura?

Altro quesito da porci è: la situazione può davvero essere cambiata, nel caso dovesse esserlo, da azioni legali e dall’azione politica? La rivoluzione on-­demand sta rapidamente modificando tutto il modello di business capitalista. Improvvisamente, su scala mondiale, legioni di lavoratori si sono trasformati – volenti o nolenti – in imprenditori indipendenti, che rinunciano così alla maggior parte delle protezioni, così come al salario minimo garantito, ma che scelgono invece quante ore lavorare e come lavorare. E negli USA le protezioni legate al lavoro sono importanti, perché includono, ad esempio, l’assicurazione sanitaria.

Con queste applicazioni, le gerarchie vengono riviste, o meglio stravolte, e così i rapporti di lavoro. Il capo diventa un’applicazione, un algoritmo. Le aziende on-­demand sono semplicemente piattaforme tecnologiche che collegano lavoratori autonomi con persone che hanno bisogno dei loro servizi? Sembra piuttosto ragionevole, ma molte decisioni vengono prese dall’alto: un esempio su tutti, i prezzi o le tariffe.

Inoltre, non tutti coloro che lavorano per aziende on­demand presentano lo stesso profilo. In effetti, molti hanno altri lavori tradizionali, e in questo modo arrotondano soltanto. Altri lo fanno a tempo pieno, ma per una serie di aziende, e sono quindi connessi a tre diverse applicazioni contemporaneamente, ad esempio. Altri ancora lavorano per una singola azienda fino a 50 ore a settimana. Dalla classificazione del lavoratore dipenderanno, ovviamente, le imposte sui salari e tutta la regolamentazione.

Forse, la sharing economy richiede una nuova categoria a sé. Una proposta concreta, quindi, potrebbe essere quella di creare un’altra tipologia di lavoratore, che non è né pienamente impiegato, né del tutto indipendente. L’idea è già stata messa in vigore in Paesi come la Germania. Altri, invece, pensano che le forze di mercato possano offrire le proprie soluzioni, se il governo lo permettesse – ad esempio una sorta di classificazione “a punteggio”, tale per cui si possono accumulare benefici e protezioni sul lavoro, a seconda, ad esempio, delle ore lavorate. Qualcuno potrebbe creare un’applicazione perché ciò accada…!

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