La crisi del 2007: quando il modello economico fallisce

lehman-brothers1

Abbiamo già visto in “Una realtà…modello“, come i modelli siano una rappresentazione semplificata della realtà, che permette di analizzare la condizione presente e di fare delle previsioni riguardo il futuro. Soprattutto per quest’ultimo aspetto, sono largamente utilizzati in economia: che si voglia quantificare la domanda di un particolare prodotto, o stimare il prezzo delle materie prime o il costo del denaro, è necessario confrontarsi con una grande mole di dati e una certa dose di incertezza. In particolare la finanza, intendendo con essa l’insieme dei processi con cui gli individui, le aziende e le istituzioni gestiscono il proprio denaro, è caratterizzata da un’alta volatilità, cioè da variazioni accentuate e imprevedibili; in questo campo vedremo, in un esempio tristemente noto, come un modello “sbagliato” (nel senso che non rappresenta bene la realtà) può portare gravissime conseguenze.

Fine anni Novanta, primi anni 2000. Siamo nel periodo della della bolla informatica (nota comedot-com bubble), scoppiata nel 1997. Per stemperarne gli effetti è stata immessa molta liquidità nel mercato e i tassi d’interesse sono al minimo; gli investitori, quindi, sono alla ricerca di nuovi prodotti finanziari con rendimento più elevato. E’ in questo periodo che i mutui subprime e le CDO (Collateralized Debt Obligations) irrompono sulla scena: in pratica le banche, alla ricerca di investimenti più fruttuosi, cominciarono a finanziare persone poco affidabili nell’acquisto di un’abitazione tramite prestiti con tassi d’interesse (variabili) superiori ai clienti “affidabili” (da qui il nome subprime).

Questa tecnica, che, da una parte, era l’unico modo per molti di ottenere denaro, dall’altra, per le banche di avere un bilancio migliore, si basava su due pilastri, rivelatisi alla fine entrambi instabili: prima di tutto, per tutelarsi dalla minore affidabilità dei sottoscrittori, il rischio veniva ceduto a banche d’investimento (come Lehman Brothers) attraverso un processo detto dicartolarizzazione, inoltre si credeva che, con l’aumento del valore delle case dovuto all’aumento della domanda, si sarebbe potuto sempre ricorrere a nuovi prestiti per pagare le rate precedenti, complici i bassi tassi d’interesse del mercato. Questo provocò, da un lato, un aumento abnorme e innaturale del prezzo delle case (come mostra il grafico seguente), dall’altro la creazione da parte delle banche d’investimento di prodotti finanziari derivati (il cui valore, cioè, dipende dall’andamento di un mercato, titolo, ecc.) garantite dai mutui stessi, le famigerate CDO, particolari obbligazioni le cui cedole venivano pagate con i rimborsi dei mutuatari.

modelli

L’idea era allettante: a fronte dei bassi tassi d’interesse, queste ne proponevano di ben più alti, a causa del rischio dei mutui in garanzia, e “sembrava” offrire delle tutele, suddividendo il rischio tra centinaia o migliaia di persone. Infatti, supponiamo di avere un titolo garantito da cento mutui, ognuno con probabilità del 10% di non essere onorato: in teoria una decina di loro potrebbe non restituire i soldi, ma avremmo gli altri 90 che ci farebbero guadagnare! D’altronde non c’è motivo per cui un mutuatario del New Jersey dovrebbe essere collegato a uno del Texas, no? Questo semplice assunto, che, più tecnicamente, indica che tra il mancato pagamento dell’uno e dell’altro ci sia una correlazione trascurabile, implica che la probabilità che nessuno ripaghi il mutuo sia dello 0.1 elevato alla centesima potenza, un numero che una normale calcolatrice non riesce a distinguere dallo zero. Non male, vero? Peccato che non fosse proprio così…

A metà del 2004 la Banca Federale degli Stati Uniti, ritenendo finita la crisi e nel tentativo di calmare il mercato, infiammato dalla vendita delle CDO (che arrivò fino a 500 miliardi di dollari), decise di alzare i tassi d’interesse: il progressivo rialzo dei tassi impedì a sempre più sottoscrittori a tasso variabile di rinegoziare il debito in modo più conveniente e il prezzo delle case a poco a poco smise di salire, fino a raggiungere il valore massimo a metà del 2006. Le insolvenze aumentarono, diminuirono i flussi finanziari a garanzia delle CDO, che cominciarono a non poter più ripagare le proprie cedole: fu uno schianto. Lehman Brothers (e altre con lei), che aveva nel suo bilancio moltissimi di questi prodotti, fallì, portandosi dietro tutte le compagnie di assicurazione e riassicurazione che l’avevano sostenuta, causando un grave contraccolpo alle banche, con le conseguenze di cui siamo stati partecipi. In pratica, i mutui erano ben lontani dall’essere indipendenti fra di loro, anzi sono crollati tutti assieme per un unico motivo; la probabilità che tutti e cento i nostri mutuatari non onorassero i propri impegni non era quel numero infinitesimale, ma proprio il 10%, con un aumento di svariate centinaia di migliaia di volte!

Questo modello errato, che, nella terminologia introdotta nell’articolo precedente, era forsepreciso, ma di sicuro non accurato (cioè non corrispondeva al vero), ha tratto in inganno anche le grandi agenzie di rating, per esempio Moody’s, chiamate a valutare l’affidabilità di questi prodotti: tralasciando i conflitti d’interesse (le agenzie venivano pagate dalle banche stesse per questa valutazione..), si trovavano davanti a un fenomeno nuovo, senza la possibilità di analizzare delle serie storiche, ossia dei dati su situazioni simili precedenti.

E’ questa, probabilmente, la principale caratteristica dell’economia e delle scienze sociali: non esiste un luogo dove isolare e studiare un fenomeno, l’unico laboratorio sono le strade già prese.

Vota i nostri posts

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.