Intervista a Deirdre McCloskey

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Deirdre McCloskey è Professore Emerito di Economia, Storia, Inglese e Comunicazione all’Università dell’Illinois a Chicago. Ha studiato ad Harvard ed è stata tra i “Chicago Boys”. Si descrive come una “episcopaliana progressiva, letteraria, quantitativa, post-moderna, per il mercato libero, donna del Midwest da Boston che prima era un uomo. Non una conservatrice, ma una cristiana libertaria”. L’abbiamo incontrata a Milano in occasione della lectio che ha inaugurato il ciclo “L’altro Expo” organizzato dall’Istituto Bruno Leoni. Con noi ha parlato di innovazione, virtù borghesi e fallimenti del mercato.

Sia l’economia neoclassica che quella marxista pongono l’accumulo di capitale al centro della crescita economica. Lei ha dichiarato, tuttavia, che si tratta di un grosso errore: è stata l’innovazione a delineare il volto del mondo moderno. Dunque, quale dovrebbe essere il legame tra innovazione e diritti di proprietà?

È chiaro che senza diritti di proprietà – e lo dico perché è già stato sperimentato, ad esempio in Nord Corea – è molto difficile che avvenga l’innovazione. Tuttavia, non è vero che l’unica fonte di innovazione sia l’obiettivo del profitto. C’è anche una pura e semplice gioia nell’innovare. Le persone ottengono soddisfazione innovando. Questo fatto rende l’innovazione umana: non è soltanto una macchina del profitto. Ma senza la macchina del profitto, non si otterrebbe nulla. Non solo: senza il profitto, non si saprebbe quale sia una buona innovazione e quale non lo sia. L’innovazione, la novità, è facilissima da raggiungere. Invece di parlare inglese, potrei cominciare a parlare olandese. Ma questa sarebbe una stupida innovazione!

I fallimenti di mercato implicano che il governo potrebbe far di meglio?

No, è ovvio, ma non è ovvio per la maggior parte delle persone. Il mercato non è perfetto. Il governo non è perfetto. Quale si deve scegliere? Bisogna approfondire. È proprio quello che diceva il grande economista Ronald Coase. Non lo possiamo dire in termini assoluti, dobbiamo approfondire. E riguardo a queste imperfezioni del mercato di cui parlano gli economisti dalla metà dell’Ottocento: continuano a venir fuori queste imperfezioni, e gli economisti prendono il premio Nobel ogni volta che ne pensano una… ma non ne hanno mai preso le misure. Beh, dovremmo saperlo perché abbiamo un governo che è imperfetto, un mercato che è imperfetto, ma non sappiamo di quanto siano imperfetti. Forse un governo di burocrati svedesi è perfetto, ma di certo non si può dire che gli USA o l’Italia abbiano un governo perfetto.

Perché pensa che nella storia i governi hanno ostacolato l’innovazione, mentre la dignità e la libertà borghesi l’hanno promossa?

Penso che ciò sia accaduto perché l’innovazione disturba la gerarchia prestabilita. Tuttavia, anche la borghesia stessa era molto brava a formare monopoli che si autoconservavano. Un esempio speciale è Venezia, che era innovativa e monopolistica: ed in seguito è diventata meno innovativa, proprio perché era monopolistica. Preservare la gerarchia ha significato assenza di libertà e dignità per millenni.

Lei pone le discipline umanistiche al centro del suo approccio economico. Pensa che l’economia mainstream sia troppo focalizzata sulla matematica e sull’aspetto quantitativo della disciplina? Oppure gli aspetti quantitativo e qualitativo non sono inconciliabili?

No, affatto. Quando la matematica più tecnica riguarda le quantità, la ammiro e me ne sono anche occupata in passato. Non sono contraria alla matematica. Lo spiego nel mio ultimo libro, che non si occupa di scienza ma di teologia o filosofia. Queste due discipline riguardano l’esistenza. Mentre la scienza economica, se vuole essere importante per il mondo, deve occuparsi di quanto sono grandi le quantità. “Quanto è grande il costo dell’informazione asimmetrica”, o “Quanto è grande il costo del monopolio”. Lo voglio sapere, altrimenti non posso giudicare che cosa sia giusto fare. Quindi, non sono contraria ai numeri o alla matematica, ma voglio coinvolgere anche la filosofia, e l’evidenza della realtà in cui viviamo, l’evidenza delle discipline umanistiche.

Che cosa pensa della nascente economia della complessità? Un cambio di paradigma o un altro concetto che va a inserirsi nella teoria precedente?

Ho nutrito un grande interesse per questo campo nei primi anni ’90. Ho scritto di queste tematiche. Utilizzare l’approccio della complessità nella storia è piuttosto complicato. Non penso che si possa applicare in senso dogmatico, ma è un’idea interessante.

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