Il ritorno dei Leader

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Quando si parla di personalizzazione della politica, molto spesso e soprattutto in Italia, si utilizza una connotazione negativa. La leadership viene percepita come qualcosa di egoistico, autoreferenziale, ben lontano dal caro concetto di bene comune. Le origini di questo tabù risalgono all’avvento del fascismo, dove l’individualizzazione del potere diventa, per i suoi oppositori, sinonimo di anti-democrazia ed uso manipolativo dei media. Per tale ragione, con la sconfitta del regime furono alzati i vessilli degli interessi aggregati, del collettivismo e dell’anti-personalizzazione.

Si dice che i democristiani non si candidassero mai per iniziativa privata, ma acconsentissero alle richieste di candidatura fatte da amici e colleghi. Un esempio alquanto calzante di quanto appena esplicato.

Se tale visione ha trovato terreno fertile nell’ambiente della sinistra, non si può negare che l’intervento di Berlusconi nella scena politica non abbia fatto altro che dare nuova ninfa vitale a tale posizione. Proprio quando la politica sembrava pronta al ritorno dei leader, una figura così prorompente ha costretto la sinistra italiana a chiudersi a riccio, immobilizzandosi sulla difensiva.

Tale atteggiamento derivò da una forte contrapposizione metodologica che volle identificare in Berlusconi tutte le conseguenze della personalizzazione politica. Ciò condusse l’intera sinistra nell’idea che ogni individualizzazione avesse un’accezione irrimediabilmente negativa. Un enorme vicolo cieco, che lo stesso Berlusconi non perse occasione di stimolare, unificando la figura del Leader con il partito stesso, fenomeno che molti politologi hanno chiamato il “partito azienda”.

Mentre la rottura degli schemi permetteva all’astro nascente della destra italiana di fagocitare intere fette di elettorato, la sinistra si esercitava nell’ardua arte “dell’ammazza leader”, cercando di limitare la formazione di ogni personalità politica. Ne è un chiaro esempio la candidatura di Occhetto alla guida dei progressisti nella prima battaglia contro Berlusconi. Alla domanda rivoltagli dal Cavaliere se volesse diventare premier, esso non poté rispondere, sapendo che entrava in territorio non di sua competenza, ma del partito. Un vero e proprio suicidio politico: gli elettori dovevano scegliere tra una persona ben definita e un pacchetto al buio. Inutile dire come andò a finire.

Le conseguenze che tale situazione ebbe sull’ideologia della sinistra furono devastanti e durature. Infatti portarono un pensiero politico che, per sua natura rivoluzionaria/progressista, ha sempre generato figure guida, a ripudiarne l’esistenza.

Nasce la così denominata “ditta”, ovvero il partito dove ciò che conta è l’aggregazione dei suoi componenti, con sguardo di sospetto nei confronti dei portatori di eccessivo consenso. Purtroppo tale impostazione è dal punto di vista elettorale molto sconveniente, poiché i cittadini si identificano in una persona e non in un insieme di persone. A cogliere tale debolezza furono in molti anche dentro la stessa sinistra italiana, da Dalema a Veltroni, senza però riuscire a scardinarne il principio fondamentale. Si dovrà aspettare la violenta irruzione di un sindaco di Firenze, che mediante le primarie, fino ad allora simbolo del collettivismo democratico, riuscirà ad incrinare le logiche della vecchia sinistra ed il fenomeno anti-leaderista.

L’errore alla base del ragionamento è quello di credere che la Leadership di per sé comporti l’autoritarismo, con conseguente deriva anti-democratica. Se è vero che un sistema autoritario necessita di un Leader, non è obbligatoriamente vero che un Leader abbia bisogno di un sistema autoritario. Al contrario le più salde e sane democrazie europee sono caratterizzate da forti leadership che rappresentarono, e tutt’oggi rappresentano il sangue vitale della democrazia.

Superato quindi il blocco ideologico, si pone una questione di ben altra caratura: Ovverosia l’istituzione di una struttura politica in grado di formare un’adeguata classe dirigente da affiancare ai Leader. Ed anche la formazione di processi che incentivino la crescita e lo sviluppo di nuovi Leader, in modo da permettere un meccanismo che sposti l’attenzione dalla concorrenza delle possibilità, alla concorrenza delle idee. Bill Gates, durante le prime indagini dell’antitrust su Microsoft , dichiarava di non essere un vero monopolista, in quanto un qualsiasi ragazzo da qualche garage avrebbe potuto un giorno fargli concorrenza. Analizzando la frase con il senno di poi, e pensando all’avvento della Apple di Steve Jobs, ci si rende conto come quella di Bill fosse più che una semplice battuta. Infatti per sventare le possibili derive negative della Leadership, risulta più utile non combatterla, ma piuttosto incentivarla. Proprio per permettere al ragazzo dello scantinato di poter provare a proporsi in alternativa a chi già si è affermato.

Se ci si pensa è proprio in mancanza di alternativa, nell’immobilismo politico, che poté affermarsi il fascismo: In un sistema di “perfetta concorrenza leaderistica” non sarebbe potuto avvenire.

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