Toshiba mon amour

Ammissione di colpa. Scuse. Inchino, un inchino molto lungo. Dimissioni. Manca solo l’harakiri, poi la pratica sarebbe ufficialmente completa, ma ormai siamo diventate persone civili, pertanto accettiamo che non sia necessaria. Deformami fino all’orrore diceva Lei in Hiroshima mon amour, magari un miliardo e mezzo di dollari non fanno orrore proprio a tutti, ma possiamo capire che investitori, stakeholders e buoni a giudicare dell’orgoglioso Giappone e del mondo intero non siano esattamente entusiasti.

Hiasao Tanaka, amministratore delegato di Toshiba, colosso tecnologico del Sol Levante che con i suoi videoregistratori e DVD è entrato nelle case di tutti noi, ha annunciato martedì 21 luglio le sue dimissioni in seguito ad essere stato accusato di aver falsificato i conti della società di Tokyo per sei anni, dal 2008 al 2014, gonfiando i conti di 1,2 miliardi di dollari. Qualche anno fa all’inchino e alle dimissioni sopra citate sarebbe seguita una morte espiatrice delle colpe, ma forse sarebbe potuto risultare un finale troppo sanguinolento per i nostri giorni. E allora le dimissioni sue e di altri sette membri del Consiglio d’Amministrazione di Toshiba per ora vanno bene, ma dovranno essere seguite da altro, da pene esemplari come minimo, per ricordare al mondo la superiorità morale del Giappone. Ed è qui che forse il fiero giapponese medio rimpiange l’harakiri. Già, perché se già noi ci lamentiamo in Italia per l’inconcludenza della magistratura e la leggerezza delle pene, per quanto riguarda i reati finanziari là, in mezzo al Pacifico, non se la cavano molto meglio.

Sono ormai anni che il mondo dell’industria tecnologica giapponese, formato da cartelli più o meno formali (se ci pensate i nomi sono sempre gli stessi), viene colpito da scandali finanziari sull’onda di quello di Toshiba, ultimo quello che colpì Olympus, azienda produttrice soprattutto di macchine fotografiche, che per mascherare perdite d’esercizio di oltre un miliardo e mezzo di dollari ricorse ad acquisizioni fantasma. Tutta questa fantastica operazione portò, in seguito alla scoperta dell’accaduto, a far chiudere l’anno fiscale a Olympus con una perdita di 410 milioni di dollari, con un valore in borsa crollato addirittura del 50% a 4,5 miliardi di dollari. I tre membri del CdA imputati del broglio furono condannati a lievi pene con la condizionale, mentre un membro esterno dall’importanza fondamentale per la buona riuscita dell’illecito, a solo 4 anni. La paura che Tanaka e gli altri membri del management rimangano pressoché impuniti pertanto rimane alta.

Parliamo ora però un attimo di numeri: paradossalmente, a differenza di quanto accaduto perOlympus, il giorno immediatamente successivo allo scandalo le azioni di Toshiba alla Borsa di Tokyo hanno registrato un incremento notevole, addirittura il 6,13% in una sola giornata. Il tornado che rischiava di investire l’ultracentenaria società di Tokyo si è quindi trasformato, per ora, in un ottimista vento salvifico, che può quindi aiutare la società a navigare in acque ancora più favorevoli. Questo è dovuto al fatto che la bomba Toshiba è esplosa a soli due mesi dalla nuova riforma varata dal governo nipponico per aumentare la trasparenza finanziaria in Giappone, portando grande ottimismo sui mercati che quindi non hanno deciso di condannare, come farebbe l’etica, il colosso tecnologico.

Hiroshima mon amour ci mostra Lui, quasi fuso con la sua città: una città dalla forza incredibile, che dopo una bomba atomica è in grado di risollevarsi in pochi anni, piena di ottimismo, forza vitale e sicurezza; contemporaneamente ci mostra Lei, europea, allo sbando, destinata alla solitudine, alla sconfitta. Un po’ come oggi: noi e loro, l’Occidente e l’Oriente, noi in ginocchio davanti a tutto quello che succede; loro, che dopo ogni bomba si rialzano, guadagnano, si impongono.

Je t’aime, Japon.

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