Referendum alla greca

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Molti osservatori internazionali sono rimasti a dir poco stupiti dalla rapidità con cui in Grecia si organizza un referendum e forse molti si stanno interrogando sulla validità di siffatta operazione. Il problema di fondo è di opportunità politica: Tsipras si gioca il tutto per tutto con un referendumche ha il chiaro scopo di guadagnargli una carta in più nelle trattative con la Commissione e la BCE. È altrettanto ovvio che il governo greco sta tentando un’operazione da funambolo sul filo di un rasoio molto affilato: sono diffuse innumerevoli quanto apocalittiche prospettazioni sulle conseguenze della rottura della corda che la Grecia sta disperatamente tirando. Da un esame approssimativo si nota che, nonostante la Costituzione greca sia assai più precisa di quella italiana e giunga in molte sue parti fino al puntiglio, la disciplina del referendum è abbastanza semplice. L’art. 44 secondo comma prevede che: “il Presidente della Repubblica può indire con un suo decreto un referendum su gravi questioni nazionali” in seguito a votazione a maggioranza assoluta del Parlamento su proposta del Governo e l’art. 100, primo comma, lettera b) dispone che: “[è costituita una Corte Suprema Speciale, alla quale spetta] la verifica della validità e dei risultati dei referendum tenuti conformemente all’art. 44 secondo comma”.

Inoltre la volontà popolare gode di un’importanza preponderante, come si vede in diverse disposizioni, ad esempio l’art. 52 (in materia di elezioni del Parlamento): “la manifestazione libera e inalterata della volontà popolare, quale espressione della sovranità popolare, è garantita da tutti gli organi dello Stato che, in ogni circostanza, sono tenuti ad assicurarla”.

Quindi da un lato l’espressione della volontà popolare assume un rilievo ed una forza forse maggiori rispetto a quello attribuitole dalla Costituzione italiana (che limita l’esercizio della sovranità popolare entro i confini costituzionalmente stabiliti); dall’altro non ci sono limiti costituzionalmente espliciti alla consultazione popolare (salvo il divieto di referendum su leggi in materia fiscale). Infatti il problema che sembra porsi alla Corte suprema investita della questione è se il referendum violi il divieto costituzionale di referendum in materia fiscale, ma il problema più evidente è un altro: se una settimana sia un tempo sufficiente a permettere la formazione di una volontà popolare che è espressa domenica nel segreto dell’urna. La Corte di Strasburgo (che fa capo al Consiglio d’Europa, non alla UE) si è già espressa preventivamente in senso negativo.

Nei quesiti referendari si chiedeva se dovesse “essere accettato il piano d’accordo consegnato dalla Commissione europea, dalla BCE e dal FMI all’Eurogruppo del 2 giugno 2015, composto di due parti costituenti proposta unitaria: la prima intitolata ‘Reforms for the completion of the current program and beyond’ (in parentesi traduzione in greco) e la seconda ‘Preliminary debt sustainability analysis’”.

È chiaro che la questione è sicuramente “grave e nazionale” come richiede l’art. 44 citato, però è anche assai complessa: può ragionevolmente un greco medio informarsi adeguatamente sugli accordi menzionati nel quesito referendario? Ovviamente “informarsi” non significa che il quivis de populo si procuri gli accordi e se li studi, ma che possa assistere a dibattiti e comizi sulla materia, sentirne parlare in televisione, leggerne su internet, in modo da formarsi un’opinione.

A tranquillizzare chi, (legittimamente) apprensivo o pentastellato, si interrogasse sulla proponibilità in Italia di un’analoga operazione, c’è l’articolo 75 della Costituzione italiana: ilreferendum (nazionale) è solo abrogativo, salvo il caso della revisione costituzionale, e comunque non può riguardare leggi di ratifica di trattati internazionali. Quindi il referendum alla greca in Italia è impossibile per due ragioni:

  • sarebbe inammissibile (quindi verrebbe bloccato preventivamente dalla Corte costituzionale) perché non verte su una legge, ma chiede agli elettori di indirizzare il governo;
  • l’iniziativa dovrebbe essere popolare (non governativa come in Grecia!), quindi l’iter partirebbe obbligatoriamente in autunno (solo dopo la raccolta delle cinquecentomila firme) per concludersi in primavera con l’indizione del referendum.

Un eventuale “referendum sull’euro” sarebbe verosimilmente comunque inammissibile, perché avrebbe come scopo di far recedere l’Italia da un trattato e quindi di abrogare una legge di ratifica.

La ragione per cui a molti di noi il referendum tsiprasiano sembra (costituzionalmente parlando) incomprensibile è la differente concezione del ricorso alla vox populi: per noi è un referendum, per i Greci è un δημοψήφισμα. Per noi significa quindi “rinviare” la questione (entro termini precisi e con effetti ben definiti) agli elettori; in greco la parola evoca il d­ḗmos (popolo) e la psēfós (la pietruzza usata in antichità per il voto), quindi è più genericamente un’occasione di espressione della sovrana volontà popolare.

Inoltre non sono ben chiari gli effetti del no risultato vincitore alle urne, anche perché la proposta scadeva il 30 giugno. Gli scenari aperti a questo punto sono molti, dal grexit alla rinegoziazione delle misure di risanamento con la Troika. È difficile prevedere quale scenario sia più probabile. Con l’esito di questo referendum si ha solo la certezza che il futuro della Grecia è diventato ancora più incerto.

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