La verità sulla Grecia

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In questi giorni si parla molto della trattativa in corso tra la Grecia ed i suoi creditori. Questi ultimi vengono spesso presentati come dei criminali, che affamano un paese per soddisfare la loro avidità, mentre il Primo Ministro greco, Alexis Tsipras, è dipinto come un novello William Wallace, protagonista di una sorta di remake di Braveheart in salsa greca. Tuttavia, la verità è un’altra.

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Visto l’ammontare del debito greco i creditori, ovvero Bruxelles, FMI e BCE, hanno continuamente richiesto dalla Grecia una forte riduzione delle spese, unitamente ad una ristrutturazione della pubblica amministrazione, ricevendo solo risposte negative, non seguite però da programmi alternativi.

Nulla ad esempio è stato fatto riguardo l’enorme spesa sostenuta per la difesa (2% del PIL, la seconda più alta dei Paesi Nato insieme a quella britannica). Tsipras per formare un governo ha chiesto un’alleanza all’estrema destra nazionalista: naturale dunque, che questo settore non possa essere toccato, pena la crisi di governo.

Un altro problema è rappresentato dal salario minimo, pari a 683 euro, più alto di quello di Paesi quali Polonia e Portogallo. Ad una sua riduzione, anche temporanea, Tsipras e i suoi si sono decisamente opposti.

Non è stato nemmeno adottato un quadro legislativo che crei un’Agenzia dell’Entrate autonoma: eppure, in un Paese con una evasione fiscale così alta, questo sarebbe un provvedimento certo impopolare, ma anche assolutamente necessario.

Il problema più importante per la Grecia, tuttavia, rimane la struttura del sistema pensionistico: si tratta di un’istituzione fortemente dipendente dai sussidi statali. Infatti la somma dei contributi versati dai lavoratori e datori di lavoro, unitamente al reddito ottenuto mediante investimenti effettuati dagli istituti, ammonta a circa il 57% delle entrate nel 2014. Questo non è una conseguenza della crisi, infatti anche negli anni di crescita questa percentuale non supera il 65%: gli istituti previdenziali greci non sono assolutamente autosufficienti. L’ammontare del sussidio statale è circa 13 miliardi l’anno, l’equivalente di quasi il 15% delle entrate governative. La quantità di pensionati in Grecia inoltre rende la spesa pubblica previdenziale difficile da sostenere per un’economia così fragile: un greco su sei di età compresa tra i 50 ed i 59 anni è in pensione (un rapporto quattro volte più alto della media UE) provocando una spesa di circa 300 milioni ogni mese.

Il Ministro dell’Economia Varoufakis ha pubblicamente dichiarato che le pensioni non sono una priorità: meglio impiegare tutte le energie per ridurre la corruzione, per esempio negli appalti pubblici. Quello che si è però dimenticato di dire ai suoi concittadini è che l’ammontare della somma spesa per appalti e forniture alla Pubblica Amministrazione (8 miliardi nel 2014) ha un valore nettamente più basso di quella destinata agli enti previdenziali ogni anno (i 13 miliardi di cui si è parlato al paragrafo precedente). E mentre non tutti i soldi spesi per appalti e forniture vengono sprecati o usati per tangenti, il sussidio agli enti previdenziali va alle persone sbagliate: non possono accedervi ad esempio i giovani disoccupati. Difetti come questo rendono il welfare greco, tra i paesi Ocse, il meno efficiente nel combattere la povertà (il parametro che viene adottato è la riduzione del rischio di povertà per ogni euro speso). La Grecia potrebbe quindi evitare la povertà a molte più persone, ma preferisce non farlo: come mai un Governo di sinistra (addirittura sinistra radicale) non si cura di tutto questo? Perché non affronta realmente il problema del sistema pensionistico, tagliandone le spese fino a renderlo sostenibile ed indipendente dai sussidi statali che vanno ad accumulare un debito che sta distruggendo il futuro delle nuove generazioni?

Non ha nemmeno molto senso associare le ultime proposte dei creditori alle misure imposte a suo tempo dalla Troika: si tratta infatti di riforme decisamente meno recessive.

E’ evidente come alla Grecia non occorra un politicante (l’ennesimo) che per mantenere alti livelli di consenso si limiti a bei proclami, ma uno statista che sappia guidare il Paese fuori da questa terribile crisi, evitando così anche il rischio di un “effetto domino” che minaccia l’intera Eurozona.

Purtroppo, a giudicare dall’operato dell’attuale governo ellenico, sembra proprio che Tsipras e i suoi appartengano più alla schiera dei politicanti che a quella degli statisti: Atene fino ad ora ha temporeggiato, peggio, ha cercato persino di ricattare l’Europa minacciando un’improbabile alleanza con Putin. Ora sembra che la pazienza dei creditori sia definitivamente terminata

E’ proprio per via delle promesse elettorali del leader di Syriza che la trattativa è diventata via via sempre più critica: avendo promesso ai suoi elettori la fine dell’austerity ma anche la permanenza della Grecia nell’Eurozona, Tsipras si è infilato in un vicolo cieco.

Il referendum di domenica altro non è che l’unica via d’uscita di un premier eletto grazie a sbruffonate irrealizzabili che ora, di fronte alla dura realtà, scarica la responsabilità della scelta dando la parola ai cittadini.

Questo però crea gravi problemi a tutto il resto dell’Europa, in particolare all’Italia, che ha in rapporto al PIL la maggiore esposizione verso la Grecia. Un’eventuale default avrebbe serie conseguenze sul nostro deficit, costringendo il Governo italiano ad una manovra correttiva per scongiurare il rischio di essere i prossimi a cadere.

Sembra quindi che, per scongiurare un crollo greco con conseguenze potenzialmente disastrose per l’intera Unione, ci si debba affidare al buonsenso dei cittadini ellenici, vista l’inettitudine dei loro governanti.

 

 

 

 

 

 

 

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