La condanna della Corte di Strasburgo sulle unioni civili

Un momento della festa in Campidoglio per il Celebration Day nel corso della quale si iscrivono collettivamente nel registro delle unioni civili coppie di omosessuali e eterosessuali. Roma, 21 Maggio 2015.ANSA/ MASSIMO PERCOSSI

Pochi giorni fa la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha, come previsto, condannato l’Italia per la conclamata violazione dell’art. 8 CEDU (diritto al rispetto della vita familiare), non esistendo ad oggi nel nostro Stato alcun mezzo di riconoscimento delle coppie omosessuali.

Innanzitutto va chiarito che la Corte di Strasburgo non ha nulla a che fare con l’Unione Europea, ma giudica soltanto sulle violazioni della Convenzione per i diritti umani e le libertà fondamentali sottoscritta dai 47 Stati membri del Consiglio d’Europa (tra cui Russia e Turchia, che fanno a gara con noi a chi si fa condannare di più).

Sommariamente i fatti: diverse coppie omosessuali italiane tentano in diversi modi di essere riconosciute dallo Stato italiano, ovviamente senza successo. La Corte Costituzionale italiana con ordinanza n. 138/10 afferma giustamente di non poter intervenire: le coppie omosessuali hanno sicuramente il diritto ad essere riconosciute dallo Stato in base all’art. 2 Cost. come “formazioni sociali”, ma è il legislatore a dover provvedere, perché ci sono diversi modi per farlo e la Corte non può dettare legge. Ovviamente il nostro ineffabile legislatore a scegliere proprio non ci riesce: ha avuto solo cinque anni, con tante cose a cui pensare…

In realtà il legislatore italiano fu avvisato già quindici anni orsono dallo stesso Consiglio d’Europa, che invitava tutti i membri a legiferare in materia, ma si sa che noi abbiamo i nostri tempi. Infatti l’Italia si difende – si legge nella recente sentenza della Corte EDU – dicendo che ha bisogno di tempo, che comunque la coppia omosessuale può rivolgersi al giudice, il quale spesso riconosce il diritto richiesto. Ecco il paradosso: a Roma qualsiasi governo si lamenta che i giudici intervengono troppo, salvo poi farsene scudo a Strasburgo. Il problema è proprio che il giudice oltre la legge non può andare e la legge la fa il Parlamento, con spinte decisive del Governo.

Se qualcuno pensa che l’ostinazione del nostro legislatore sia dettata da supposti motivi etico-morali di difesa della famiglia tradizionale, sarà deluso: “lo Stato negava categoricamente che lo scopo […] del mancato intervento fosse di proteggere la famiglia tradizionale o la morale della società”. Come dire: non siamo moralisti schierati o cattolici ultraconservatori, siamo solo ignavi e opportunisti. È consueto che venga da ridere leggendo come l’Italia si difende alle Corti di Strasburgo e di Lussemburgo, ma questa volta veramente non si sa cosa sia peggio: la realtà del costante inchino su certi temi alle posizioni illiberali della confessione religiosa maggioritaria o la finzione difensiva del mero ritardo senza ragioni ideologiche.

Oltre agli estesi riferimenti alle legislazioni di altri Stati, la Corte rileva che il consenso in materia ormai in Italia c’è: sondaggi a parte, se le più alte Corti a livello nazionale (Cassazione e Corte costituzionale) lamentano la latitanza del legislatore e se le coppie di fatto (omo o etero) esistono numerose, la legge sta ignorando la realtà con esiti catastrofici.

La Corte di Strasburgo non multa lo Stato, ma lo condanna al risarcimento della parte lesa, in questo caso 5000 € a testa più le spese. Certo per lo Stato è solletico, ma va moltiplicato per tutte le coppie che faranno ricorso.

In questa imbarazzante situazione, il legislatore non solo come al solito tergiversa, ma continua ad essere condizionato dalle opinioni cristallizzate del clero cattolico, naturalmente a spese dello Stato (che pagherà i risarcimenti) e dei cittadini, che si vedono negato un diritto: l’esistenza e la vita di coppia di due persone dello stesso sesso è ignorata (se non ostacolata) dall’Italia, salvo rari casi specifici che sembrano più che altro le solite “foglie di fico” (contratti di convivenza, facoltà di non testimoniare contro il convivente, etc.). Situazione analoga è quella della decennale palude in cui annaspa la legge sul testamento biologico, anch’essa ostacolata dalle gerarchie cattoliche. Come ammesso nella stessa difesa dello Stato italiano, non è un problema di morale cristiana (infatti la Chiesa Valdese da anni benedice le unioni omosessuali e registra i testamenti biologici), ma di reverente vigliaccheria di fronte ad una lobby innominabile.

Per concludere, un estratto dalla sentenza, giusto per capire il livello dell’ennesima figuraccia internazionale: “la Corte ritiene che lo Stato italiano abbia oltrepassato il proprio margine di discrezionalità e abbia mancato di adempiere all’obbligo positivo di assicurare che i richiedenti abbiano a disposizione una specifica cornice giuridica che garantisca riconoscimento e tutela delle unioni omosessuali”.

Parti consistenti dell’attuale maggioranza di governo sembrano impegnarsi per una maggiore tutela delle persone omosessuali nel nostro Paese e vogliamo sperare che non sia l’ennesimo conato politico sfociante nel nulla di fatto legislativo:  è un’occasione per migliorare con spirito liberale la vita quotidiana di molte persone e non va sprecata.

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