Intervista a Riccardo De Caria

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Punto di riferimento del pensiero liberale, con Riccardo De Caria abbiamo approfondito la tanto dibattuta quesitone Uber, senza tralasciare l’attuale situazione politica e i suoi possibili e auspicabili sviluppi.

In una lezione da lei tenuta nell’ambito di Scuola di Liberalismo aveva messo in luce alcuni aspetti utili e positivi del fare lobbing. Possiamo dire che fra Uber e i tassisti abbia vinto la lobby – quella dei tassisti – che meritava di perdere?

È una buona affermazione, direi che è condivisibile. Fare lobbing è necessario proprio perché esiste. Finché esistono le lobby cattive è giusto che ci siano anche le lobby buone. Buono o cattivo è sicuramente un giudizio soggettivo: dal mio punto di vista la lobby che difende Uber è una lobby buona, nel senso che è una lobby che difende la libertà di iniziativa da una parte e la libertà di avere un servizio a prezzi più bassi dall’altra.

É necessario organizzarsi per cercare di convincere il decisore in maniera professionale, posto che lo facciano le controparti. O ci si lega le mani perché è una cosa brutta oppure si cerca di giocare. Ovviamente senza corrompere nessuno ma, semplicemente, per esempio, cercando di coinvolgere l’opinione pubblica, proprio come sta facendo Uber in questo periodo.

Scendendo più nel dettaglio, il Tribunale di Milano ha recentemente preso delle decisioni importanti, andando a sospendere il servizio.

Sì, i giudici hanno accolto l’opera di lobbing giudiziario dei tassisti i quali facevano valere la concorrenza sleale. Effettivamente, se uno prende il dato normativo stretto, ci sono degli argomenti che sostengono efficacemente la decisione del Tribunale. La legge, infatti, riserva solo a chi ha una licenza o a chi ha un permesso come quello ncc (noleggio con conducente) questa attività. Se fai una cosa analoga senza licenza, se ci fermiamo al dato strettamente di diritto positivo, ci sono dei problemi apparenti.

Quello che sostengo io e che non ho visto sostenere da nessun altro – né da Uber né da altri che si sono interessati dell’argomento, quantomeno applicato al caso Uber – è che in realtà sono i taxi ad essere illegittimi. Ci sono infatti delle leggi superiori – in senso non tecnico – che ci fanno dire che quelle riserve stabilite dalla legge italiana non potrebbe esserci.

Se ci limitiamo quindi ad applicare la legge italiana, Uberpop viene sicuramente messo fuori gioco, ma se teniamo conto del fatto che ci sono principi più alti, in base ai quali quella legge ha dei punti di forte sospetto di legittimità, allora il discorso cambia.

Il punto è molto semplice e riguarda il contingentamento delle attività economiche. Farmacie e taxi sono sostanzialmente un contingentamento: l’offerta viene limitata per legge sulla base di un criterio più o meno arbitrario che fa riferimento alle previsioni di necessità dell’utenza. Il contingentamento, secondo me, viola però due aspetti: da un lato la libertà di iniziativa economica, protetta dalla Costituzione e dall’ordinamento europeo; dall’altra, la libertà di circolazione, libertà fondamentale nell’ordinamento europeo.

Prendiamo il caso di un francese che voglia venire a Torino a fare il tassista. Può farlo? No. Astrattamente sì, certo, ma all’atto pratico no perché il sistema funziona in modo tale che le licenze vengono concesse una volta ogni tot anni – a Torino da 15 anni non se ne concedono. Non c’è nessun ostacolo giuridico ma, all’atto pratico, la realtà è che il nostro francese la licenza se la deve comprare pagando circa 150mila euro. Il diritto europeo non si accontenta del fatto che una cosa sia permessa in astratto, ma va a vedere la sostanza e, nella sostanza, il cittadino francese è discriminato. È proprio la violazione di una libertà fondamentale iscritta nei trattati.

Il discorso varrebbe, ovviamente, anche per un cittadino italiano. Faccio però principalmente riferimento al diritto europeo, più incline – rispetto alla nostra Corte – a buttare giù barriere che limitino la libertà economica. La normativa di contingentamento – prevista nel nostro ordinamento – che si sono trovati ad applicare i giudici è quindi illegittima alla luce del diritto europeo.

L’unica cosa che ora Uber può fare è chiedere che venga fatta una causa intera con un’analisi approfondita della questione, quindi non più un provvedimento di urgenza che ha portato a queste decisioni. Ovviamente i tempi sarebbero molto lunghi. Magari vincono in cassazione fra sei anni. È un danno terribile.

L’altra soluzione è quella che vede un intervento del legislatore. In Piemonte, però, la legge appena varata si muove in direzione completamente opposta, andando, di fatto, a vietare Uber.

La legge varata dal Consiglio Regionale del Piemonte è, a mio avviso, incostituzionale per sostanzialmente due motivi. Uno è di merito e si ricollega alle restrizioni della libertà di iniziativa economia di cui abbiamo parlato prima; l’altro riguarda il principio di competenza regionale.

Concentriamoci sul secondo aspetto. Questa varata è una legge che riguarda la materia della concorrenza che, in effetti, non è chiarissimo a chi competa: se allo Stato o alle regioni. La Corte Costituzionale ha però affermato che la concorrenza è una materia trasversale – che ne tocca cioè diverse altre e diversi territori – e che quindi spetta allo Stato occuparsene.

Secondo me, quindi, il Consiglio Regionale non ha la competenza per occuparsi di questa materia. Il mio auspicio è che il Governo decida di impugnare questa legge, ricorrendo quindi al rimedio previsto in questi casi.

Cambiando argomento e spostandoci sulla politica, in un suo recente articolo si parla della possibilità che il centrodestra torni vincente anche su scala nazionale, a patto che abbandoni posizioni estremiste. Visto il forte consenso, sebbene in diminuzione, di cui ancora gode Renzi, è veramente possibile che questo avvenga?

Gli ultimi sondaggi ed i risultati delle scorse amministrative mostrano che la cosiddetta “ondata renziana” si è fermata, quindi questa potrebbe essere l’occasione per il centrodestra di tornare realmente competitivo. Bisogna tenere presente che in Italia la maggioranza è conservatrice: Renzi ha sicuramente intercettato il voto dei moderati nelle ultime europee, ma adesso questi sembrano averlo abbandonato e sono alla ricerca di un’altra offerta politica, che affronti i temi che più interessano i cittadini.

Esiste in Italia una situazione molto diversa dal resto d’Europa: le riforme liberali vengono in realtà proposte dalla sinistra, mentre la destra è decisamente più corporativista. Non è più probabile che sia la sinistra italiana a liberalizzare il Paese?

Hai usato più volte una parola chiave: liberale. Credo che ora come ora parlare di liberalismo non abbia più senso: è un’etichetta che significa molto poco. In Italia, i liberali, semplicemente, non ci sono.

Per tornare alla domanda, quella della destra, in effetti, è un’anomalia tutta italiana: dalle “lenzuolate” di Bersani, alle posizioni su Uber e sulla riforma del lavoro, le liberalizzazioni vengono fatte più facilmente dal centrosinistra.

Io, però, sono convinto che questa situazione non sia sostenibile: si creano infatti (e lo stiamo vedendo in questi giorni) delle tensioni all’interno della sinistra che finiscono per fermare il processo di cambiamento. Ritengo illusorio pensare che Renzi sia in grado di cambiare un apparato così convintamente statalista: prima o poi ci sarà una “crisi di rigetto” che vanificherà gli sforzi fatti. Sarebbe più giusto che ci fosse una destra liberale capace di rappresentare la maggioranza moderata del Paese, cominciando dai ceti produttivi.

Personalmente, anche dopo la mia breve esperienza politica, mi sono infatti convinto che creare un partito da zero e sperare di ottenere qualche risultato sia semplicemente velleitario. Occorre adottare una visione pragmatica e appoggiarsi ad apparati già esistenti per poi crescere al loro interno, parlando di temi concreti, come quello fiscale a cui prima ho accennato.

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