Intervista a Luigi Zingales

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Economista, punto di riferimento del pensiero liberale, Luigi Zingales è professore presso la University of Chicago Booth School of Business. Nel 2012 fu inserito nella lista – redatta dalla prestigiosa rivista americana Foreign Policy – dei 100 pensatori più influenti al mondo, unico italiano insieme a Mario Draghi.
Ha scritto diversi libri, fra cui Manifesto Capitalista e Europa o no.

Obbligatorio partire dal caso greco. Negli ultimi giorni i toni dello scontro si sono fatti più aspri: il presidente della commissione Junker ha accusato il governo Tsipras di diffondere falsità e Tsipras ha accusato il Fondo Monetario internazionale di portare avanti politiche criminali. Lei ha scritto che espellere la Grecia non risolverà il problema, solo ne rinvierà la necessaria soluzione. Come se ne esce? È davvero così insostenibile il debito greco?

Dunque, sì. Il debito greco è insostenibile anche se c’è da riconoscere che una parte notevole di questo debito è stato portato a scadenze molto lunghe e con dei tassi molto bassi, quindi il valore attuale del debito è più basso del valore nominale. Però, questo riguarda la componente di debito dovuta all’Europa in generale. Quello dovuto al Fondo Monetario e alla BCE è, invece, abbastanza a breve. Quindi sì, la risposta è che così com’è il debito greco è insostenibile, soprattuto nel breve periodo. La soluzione più semplice sarebbe una riduzione del debito da parte della BCE e del Fondo Monetario. Purtroppo ci sono regole internazionali che rendono questo molto difficile. Il motivo per cui i toni si stanno facendo sempre più accesi e si passa agli insulti reciproci è che la situazione è molto tesa e non è facile trovare una via d’uscita.

Un anno fa, nel suo libro Europa o no, lei ha analizzato i costi e i benefici di far parte dell’unione monetaria. Da allora sono successi diversi fatti, tre in particolare:
-si è insediato un nuovo presidente della Commissione che ha promesso un piano di investimenti dal valore (puramente teorico) di 300 miliardi.
-la BCE ha dato il via al piano di acquisto di titoli di Stato (quantitative easing)
-si è raggiunta l’Unione Bancaria Europea.
C’è la sensazione che, anche attraverso questi ultimi provvedimenti, si voglia sempre tamponare la situazione senza andare al cuore dei problemi strutturali: sostenibilità dell’euro e integrazione politica. È d’accordo?

Sì, sono d’accordo. Sono stati fatti degli importanti passi in avanti, però le cose più importanti sono quelli che riguardano l’unione fiscale e un passaggio verso l’unione politica. E su questi, non solo non sono stati fatti passi in avanti ma direi che sono stati fatti passi indietro, nel senso che la tensione politica è aumentata e la possibilità di vedere questi fatti realizzati in tempi relativamente brevi, secondo me, è diminuita.

Un’ipotesi per rendere l’Europa sostenibile, per armonizzare cioè un’area valutaria che non è ottimale, è quella di introdurre un sussidio di disoccupazione europeo. Questa proposta gioca un ruolo da protagonista nel suo libro Europa o no.
Le chiedo quindi se ci può spiegare il sussidio di disoccupazione attraverso una visione liberale e non puramente assistenziale.

Il sussidio di disoccupazione, a differenza del reddito di cittadinanza che dà il diritto di ricevere una determinata cifra indipendente da qualsiasi caratteristica, è un modo per rendere meno traumatica la flessibilità del fattore lavoro. Se noi vogliamo che le persone si spostino da un lavoro all’altro, dobbiamo anche permettere di rendere meno penosa questa transizione. Quindi il sussidio di disoccupazione è uno strumento temporaneo, non permanente, che dovrebbe essere incentivante per la riqualificazione e per trovare lavoro. Il rischio di introdurre, invece, un reddito di cittadinanza garantito è che sarebbe un sussidio a non cercare lavoro. Questa è l’ultima cosa che vogliamo fare.

Parlando ancora del fattore lavoro, stiamo assistendo ad un aggiustamento strutturale che porta a voler recuperare maggiore competitività mediante la diminuzione dei prezzi e dei costi, in particolare proprio del lavoro. È una strategia giusta in un contesto già di deflazione? 

Diciamo che non potendo aggiustare il tasso di cambio, la competitività si riguadagna in due modi: uno, che è il modo virtuoso, è quello di aumentare la produttività, l’altro è quello di ridurre i prezzi. Purtroppo si è lavorato solo variante prezzi e non sufficientemente sulla variabile produttività.

Restando su questo tema, lei, sempre nel suo ultimo libro, sottolineava proprio la tragica condizione in cui versa il livello della nostra produttività.
Il jobs act appena varato dal Governo sembra però intervenire veramente poco su questo aspetto. Lei che giudizio ha della riforma?

Secondo me è una riforma che può aiutare ma che ha un significato molto più politico che pratico. Il significato politico nel senso che si è cercata di combattere una certa resistenza del sindacato alla flessibilità, oggi necessaria. Però, secondo me, la flessibilità maggiore di cui abbiamo bisogno in Italia è quella che io ho chiamato, in un articolo sul Sole, la flessibilità del capitale. Cioè, di fronte a shock molto forti come quello della Cina che diventa un protagonista a livello mondiale, noi abbiamo bisogno di poter riallocare sia il fattore lavoro che il capitale. Purtroppo, tutta l’attenzione è stata concentrata sulla flessibilità del fattore lavoro quando noi abbiamo, invece, una forte problematicità del fattore del capitale. Avendo imprese padronali, non è così facile per l’imprenditore che ha del capitale ma non ha un futuro in quell’impresa, prendere quei soldi e metterli da un’altra parte. Questo secondo me è in parte il risultato di fattori istituzionali e culturali e in parte il risultato della mancanza di un mercato serio dei capitali. Quindi, secondo me, bisognerebbe lavorare molto di più su questo fronte.

Per concludere, le vorrei proporre una domanda più generale.
Le basi teoriche del liberalismo e del liberismo vennero gettate a partire dal XVIII secolo, in un contesto completamente diverso da quello attuale. Una forte presenza dello Stato nell’economia è ormai un dato di fatto con cui si deve convivere. La libertà di iniziativa economica trova sempre più limiti – basti pensare ai piani regolatori urbanistici o all’elevatissimo carico fiscale. Le chiedo, quindi, cosa significa, per lei, oggi, essere liberale?

È una domanda grossa. Ci sono tanti aspetti: il primo aspetto fondamentale è credere nell’importanza della libertà nelle scelte individuali, quindi non avere una visione paternalistica dello Stato. Lo Stato non deve sostituirsi al cittadino, il quale deve essere lasciato libero. Il secondo aspetto, secondo me, è la libertà di iniziativa economica. Lo Stato deve intervenire solo per creare le condizioni di competizione nel mercato. Non è uno Stato assente ma uno Stato che non interviene se non per fare l’arbitro.

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