Sui limiti e sul valore dei sondaggi

Individuare un campione rappresentativo, creare dei sistemi per interpellare con chiarezza gli individui selezionati e infine l’interpretazione del dato puramente numerico è il succo del mestiere del sondaggista. Ma, nonostante i sondaggi “moderni” inizino ad essere elaborati prima dell’inizio del ‘900 e sebbene si siano cercati strumenti sempre più diversificati per rispondere alle attuali esigenze (Cati, Capi, Cawi ecc…), questi continuano imperterriti a inanellare un errore dietro l’altro.

Errori talvolta abnormi, che minano anche quel minimo di fiducia rimasta nei loro confronti.

Si potrebbero prendere decine di esempi, come le elezioni americane di mid-term del novembre 2014 o le elezioni amministrative in Francia nel marzo di quest’anno, per comprendere le imprecisioni dei sondaggi ma credo sia meglio sfruttare un esempio plastico ben conosciuto.

24 maggio 2014.

Siamo alla vigilia delle elezioni Europee.

Una parte dei sondaggi assegnano al Partito Democratico guidato da Matteo Renzi un leggero vantaggio sul Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo mentre altri ritengono che il centrosinistra sarà “sorpassato” da quest’ultimi.

Tutti sappiamo come andò a finire, con un M5S bloccato al 21% e il PD sopra il 40%.

Roberto Biorcio, esperto sondaggista di Demos, ha sottolineato come non siano riusciti a carpire il sentiment dell’elettorato in quanto moltissimi indecisi abbiano scelto di dare il proprio voto ai democratici all’ultimo secondo, a volte addirittura durante il tragitto da casa al seggio elettorale.

Una tendenza, assicurarono suoi colleghi, che aveva da sempre caratterizzato un frammento dell’elettorato italiano (nell’ordine del 2-3%) ma che avrebbe avuto sempre più importanza con il passare del tempo, andando a coinvolgere milioni e milioni dei recanti alle urne.

Ma, se nelle migliori delle ipotesi i sondaggi sono in grado di darci solo indicazioni di una tendenza e nelle peggiori non sono poi così diversi dagli oracoli della Grecia antica o dagli aruspicini di epoca romana, perché continuare a farne?

Hic stantibus rebus sarebbe meglio evitarli, sarebbe la risposta se servissero solo ed esclusivamente per capire chi sarà il vincitore delle elezioni.

Ma i sondaggi politici non servono a quello.

Luca Comodo, direttore della divisione politico-sociale di Ipsos Public Affairs, lo dice fuori dai denti: “Le indagini sono sempre meno uno strumento di conoscenza della realtà e sempre più uno strumento accessorio alla comunicazione.” E aggiunge che “serve anche per spingere e orientare l’opinione. E uno degli effetti è la riduzione del campo d’azione delle indagini.”

Ecco, ci siamo.

Qui sta la nuova direzione presa dai sondaggi.

Da mezzo per comprendere il pensiero e l’opinione del pubblico a dispositivo utile a politici e media -ogni media, dalla televisione ad internet, dove regnano incontrastati i sondaggi falsi- per esercitare pressioni sull’opinione pubblica in un verso piuttosto che in un’altra.

Su questo punto è illuminante Ilvo Diamanti: dopo aver rilevato che l’Italiano medio non crede ai sondaggi, il politologo sottolinea come “però li guarda. E ne tiene conto. Perché i sondaggi sono la realtà a cui si riferiscono i media. E fra la realtà mediale e quella reale, in fondo, che differenza c’è?”

Costruire uno stato d’animo, non rilevarlo.

Alimentare e dare fondatezza a paura e speranze, non conoscerne e indagarne le ragioni.

Fornire elementi di supporto alle posizioni di un orientamento, non capire le motivazione dell’orientamento.

Questo è il destino inevitabile dei sondaggi?

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