I fondi d’investimento e una passeggiata casuale

fondi

Decidere cosa fare del proprio denaro è un problema che si presenta continuamente. Meglio rischiare con il mercato azionario oppure puntare sulle obbligazioni, per coprire almeno l’effetto dell’inflazione o, ancora, mantenere un alto livello di liquidità, senza sostenere alcun rischio? Sono domande a cui un piccolo risparmiatore, privo del tempo e delle competenze necessarie, spesso non sa rispondere.

Per questo motivo si rivolge a fondi d’investimento, paragonabili a grandi salvadanai dove confluiscono i risparmi di molteplici soggetti, con lo scopo di ridurre il rischio e aumentare i guadagni rispetto all’acquisto diretto di partecipazioni di una singola azienda. Essi presentano, in teoria, molti vantaggi:

  • Affidamento a professionisti dotati di conoscenze specifiche
  • Maggiori possibilità di investimento, precluse ai singoli risparmiatori
  • Diversificazione del rischio
  • Grande personalizzazione, a seconda degli obiettivi e del margine temporale scelto

La questione ora – ed è l’interrogativo che ci si pone con questo articolo – è se queste società di risparmio gestito garantiscano dei risultati, ossia se siano in grado di battere il mercato. In particolare, risulta interessante confrontare le loro prestazioni rispetto a quelle del benchmark(letteralmente “punto di riferimento”); infatti, secondo il Testo Unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria, è obbligo dei gestori del fondo indicare un indice, appunto, di riferimento sul quale valutare il rischio del mercato in cui si investe e i risultati della strategia scelta.

L’obiettivo di questo strumento è di garantire maggior trasparenza, permettendo di confrontare le performance del proprio portafoglio con l’andamento del mercato; è intuitivo che un certo risultato può essere più o meno positivo a seconda del contesto. In altre parole, se in un certo periodo il mercato è in una fase molto positiva, ci si aspetta che il fondo almeno rifletta questa condizione!

Più nello specifico, per costruire un benchmark, si analizzano panieri rappresentativi di un particolare mercato e viene effettuata la sintesi dei prezzi dei titoli presenti; alcuni fra i più conosciuti sono l’Msci World Index per i fondi azionari internazionali, l’Msci Europe e l’S&P500 per i fondi azionari rispettivamente europei e americani.

Date queste premesse, la conseguenza più ovvia sembrerebbe che, se non tutti i fondi portino a effetti positivi, almeno un certo numero riesca a superare il proprio benchmark e giustificare quanto versato dai sottoscrittori. Tuttavia, i dati mostrano che questo succede raramente e, soprattutto nel lungo periodo, i portafogli costruiti “replicando” gli indici, cioè l’andamento del mercato, ottengono risultati di gran lunga migliori.

Tab. 1 – Confronto fondi azionari – benchmark (percentuale media annua)

2013

2008-2013

2003-2013

1984-2013

Fondi azionari %

11,7

8,5

2,3

4,8

MIB\MB %

20,7

4,2

1,9

7,9

MSCI world %

21,9

15,2

6

9,6

Da questa indagine, svolta dall’ufficio studi Mediobanca sui fondi italiani tra il 1984 e il 2013, si vede chiaramente come, se nel breve periodo i risultati rispetto al MIB, il più importante indice riguardante la Borsa Italiana, sono ancora positivi, nei trent’anni considerati il divario è notevole, senza considerare l’MSCI, importante parametro di riferimento per il mercato mondiale. Lo stesso si può notare anche analizzando i rendimenti dei BOT a 12 mesi nello stesso arco temporale, che rappresentano asset praticamente risk free.

Tab. 2 Confronto fondi – BOT (percentuale media annua)

2013

2008-2013

2013-2013

1984-2013

Tutti i fondi %

3,4

3

2,1

5,4

BOT a 12 mesi %

1,3

2,3

2,4

6,1

Differenza %

2,1

0,7

-0,4

-0,7

Una così grande differenza potrebbe sembrare sorprendente: d’altronde, se quello della Borsa fosse un gioco a somma zero, dovrebbero esserci investitori che perdono rispetto al mercato, bilanciati da altri che ottengono profitti maggiori. Ma, allora, come è possibile che la media dei fondi ottenga risultati così bassi rispetto all’andamento generale? La risposta sta interamente nelle spese. Infatti, tra commissioni di ingresso, di gestione, di performance, di trasferimento, sempre secondo lo studio citato, i costi addebitati nel 2013 sono stati pari a 2,6 miliardi di euro, con un’incidenza massima del 2,9 % sui fondi azionari; in pratica, guardando ai dati assoluti, chi avesse deciso di investire in BOT a partire dal 1984 avrebbe visto il proprio patrimonio crescere di 4,9 volte, invece delle 3,9 garantite dai fondi, senza nemmeno dover pagare le commissioni!

I risultati mostrati non sono frutto di qualche contingenza europea degli ultimi anni, ma, analizzando i dati dei decenni precedenti riguardanti gli Stati Uniti, sembra di poter arrivare alle medesime conclusioni; in particolare l’economista americano Burton G. Malkiel, autore del libro ormai classico nella letteratura finanziaria “A Random Walk Down Wall Street”, ha eseguito numerosi studi sui rendimenti dei fondi statunitensi del secolo scorso. Nel suo articolo “The Efficient Market Hypothesis” del 2003, non solo dimostrò che negli anni ’90 il 79% di essi aveva ottenuto profitti minori rispetto al benchmark, ma anche che quelli più redditizi avevano fatto, nel periodo immediatamente successivo, tre volte peggio dell’indice di riferimento.

La sua analisi, inoltre, è rivolta verso scenari più ampi, nel tentativo di verificare le ipotesi diefficienza dei mercati, ossia se si possano ottenere guadagni sopra la media solo accettando rischi sopra la media; la sua tesi è che non sia possibile trovare dei pattern chiaramente riconoscibili, cioè delle inefficienze, che permettano di arrivare con continuità a risultati positivi.

Gli studi menzionati, dunque, sembrano dimostrare una bassa prevedibilità dei mercati e degli “states of the world” in cui si troveranno, con una conseguente difficoltà a ottenere rendimenti davvero competitivi; l’andamento dei prezzi delle azioni, in questa prospettiva, si configura come una “passeggiata casuale”, in cui è quasi impossibile capire dove si poserà il prossimo passo.

FONTI:

  • Malkiel G. Burton, “The Efficient Market Hypothesis and Its Critics,, The Journal of Economic Perspectives, 2003, pag. 59-82
  • Malkiel G. Burton, “Reflections on the Efficient Market Hypothesis: 30 years later”, The financial review, 2005, pag. 1-9
  • Ufficio Studi Mediobanca, “Indagine su Fondi e Sicav italiani”, 25 luglio 2014
Vota i nostri posts

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.