Fra Corte e realtà

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“Deve osservarsi che, nella specie, l’applicazione retroattiva della presente declaratoria di illegittimità costituzionale determinerebbe anzitutto una grave violazione dell’equilibro di bilancio ai sensi dell’art. 81 Cost. Come questa Corte ha affermato già con la sentenza n. 260 del 1990, tale principio esige una gradualità nell’attuazione dei valori costituzionali che imponga rilevanti oneri a carico del bilancio statale”
Così parlò la Corte Costituzionale, il 9 febbraio 2015.

In quel caso – si trattava di tasse a carico di imprese – i giudici, tenendo in debita considerazione l’articolo 81 della Costituzione che impone il pareggio di bilancio, evitarono accuratamente che la loro sentenza potesse produrre (onerosi) effetti retroattivi.

Passano appena tre mesi e una sentenza della stessa Corte rischia di creare un buco di bilancio da circa 18 miliardi di euro nei conti dello Stato.

La Corte ha infatti dichiarato incostituzionale il blocco integrale dell’indicizzazione – adeguamento al costo della vita – delle pensioni che superano tre volte la soglia minima (circa 500 euro), introdotto nel 2011 dal Governo Monti.

Secondo i giudici, i pensionati hanno diritto al rimborso di tutte le somme di cui sono stati privati in questi quattro anni. Per avere un’idea della rilevanza economica della sentenza bastano due esempi: ad un pensionato che percepisce una pensione di 1500€ spetterebbe un rimborso per gli arretrati di 2177€; per un pensionato più benestante, con una pensione di 3000€, il rimborso sarebbe di 3333€. Considerando un numero di pensionati da risarcire intorno ai 5 milioni, si comprende subito come la tenuta dei conti pubblici venga seriamente messa a rischio.

Ma veniamo alla sentenza.

“L’interesse dei pensionati – sostiene la Corte -, in particolar modo di quelli titolari di trattamenti previdenziali modesti, è teso alla conservazione del potere di acquisto delle somme percepite, da cui deriva in modo consequenziale il diritto a una prestazione previdenziale adeguata. Tale diritto, costituzionalmente fondato, risulta irragionevolmente sacrificato nel nome di esigenze finanziarie non illustrate in dettaglio. Risultano, dunque, intaccati i diritti fondamentali connessi al rapporto previdenziale, fondati su inequivocabili parametri costituzionali: la proporzionalità del trattamento di quiescenza, inteso quale retribuzione differita e l’adeguatezza”.

Diversi costituzionalisti hanno fortemente criticato questa sentenza. Sabino Cassese – giudice della Corte dal 2005 al 2014 -, dalle pagine del Corriere della Sera, l’ha definita uno “scivolone”.

Quali sono quindi i punti critici e potenzialmente contraddittori di tale sentenza?

  • Dall’aprile del 2012, in Costituzione – come anticipato – è stato inserito il vincolo al pareggio di bilancio (art. 81). Può la Corte emettere sentenze che minano fortemente la tenuta dei conti pubblici?
    Il diritto, si dirà, deve essere applicato in quanto tale e non deve tenere in considerazione gli effetti che esso produce. Questa visione assolutista del diritto vuole separati l’ambito giuridico e quello economico.
    Ora, sostenere questa tesi diventa estremamente complicato per almeno due motivi. Il primo: la sentenza della corte riguarda espressamente un diritto economico, la pensione. Il secondo: l’ambito economico è stato inserito in quello giuridico attraverso l’articolo 81 della Costituzione.
    Separare i due aspetti non più è possibile: la Corte avrebbe dovuto valutare gli effetti economici della sentenza – cosa non fatta, come sottolineato dallo stesso Cassese – e agire di conseguenza.
  • I giudici, con questa sentenza, intendono espressamente difendere “l’interesse dei pensionati”. Creando un buco di bilancio da 18 miliardi, si vanno, però, a ledere, indirettamente, i diritti di altre classi sociali.
    Si tratta, ancora una volta, di diritti acquisiti e scontro generazionale. Qual è il confine dei diritti acquisiti oltre il quale si entra nel campo del diritto di acquisire effettivamente i diritti stessi?
    Il concetto è stato ribadito dall’ex ministro Elsa Fornero: “questa sentenza rimette di nuovo al centro i cosiddetti diritti acquisiti, che vanno discussi con molta pacatezza e molta serietà. Bisogna domandarsi chi paga il conto della tutela di chi è già in pensione, e se sono sempre i giovani a farlo vuol dire che nella Costituzione non c’è protezione per i giovani”.
    Doveva la Corte tener conto di questo aspetto, poco traducibile in norme ma dannatamente concreto e urgente?
  • Ampliando il ragionamento rispetto al merito della sentenza, risulta perlomeno singolare che la Corte ricerchi proporzionalità – tra pensione e retribuzione – in un ambito, quello delle pensioni, dove manca un’equità di fondo: tutti coloro andati in pensione con ilsistema retributivo percepiscono pensioni che non rispecchiano i contributi versati. “Una pensione altissima con pochi contributi – non in assoluto – non è un diritto acquisito” ha affermato il Presidente dell’INPS Tito Boeri.
    Ora, se non è equo bloccare l’indicizzazione di tutte le pensioni – e non lo è -, non è altrettanto equo reintrodurre – in un momento di necessità – meccanismi di adeguamento al costo della vita senza distinguere tra coloro che percepiscono la pensione in base ai contributi versati e coloro che la percepiscono in base agli stipendi degli ultimi anni lavorativi.
    Detto questo, è o no compito della corte occuparsi di equità? Molti sostengono che l’equità sia da richiedere ai politici e non ai giuristi.
    Questi molti devono ricredersi. Come sottolineato da Romano Prodi, la Corte si è arrogata il diritto di stabilire cosa sia equo e cosa no: tre volte la pensione minima è stato ritenuto un livello troppo basso per garantire “il rispetto della giustizia distributiva”.
    Con questa sentenza, continua Prodi, la Corte è di fatto intervenuta nella discrezionalità della politica.

Leggendo quindi la sentenza come una decisione politica volta alla ricerca di maggiore equità, rimane solo più da capire se utilizzare questi soldi per compensare i pensionati piuttosto che per portare avanti politiche giovanili sia, considerato il momento storico, davvero equo e ragionevole.

Ma, dopotutto, non è compito della Corte considerare il contesto. O forse sì?

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