Pirelli diventa Pilelli: un’altra impresa italiana in mano straniera

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Una tra le icone più conosciute del Made in Italy nel mondo, storico e affermato gruppo industriale specializzato nel settore degli pneumatici, operante in ben 19 paesi, è ormai cinese. Il colosso di proprietà statale China National Chemical Corporation, conosciuta anche come Chem China, ha intrapreso una partnership industriale di lungo termine che la porterà a detenere la quota di maggioranza di Camfin, azionista di maggioranza di Pirelli. Al di là dei complessi dettagli tecnici dell’operazione, quello che conta è che, a meno di clamorose retromarce, Pirelli passerà sotto il controllo di Pechino entro la fine della prossima estate.Il quinto operatore mondiale nel settore degli pneumatici per fatturato (Pirelli) verrà acquisito dal ventesimo (Chem China).

Chem China è nata nel 2004 e, dopo solo in undici anni di vita, può già annoverare centinaia di stabilimenti di produzione, decine di società controllate e istituti di ricerca sparsi per il globo. Dietro tale acquisizione esiste una strategia ben definita del Governo cinese: consapevole da una parte del fatto che la forza industriale di un paese dipende della capacità innovativa del suo tessuto imprenditoriale e, dall’altra, degli attuali limiti delle imprese cinesi nell’attività di ricerca e sviluppo, il premier cinese Ren Jianxin non ha fatto mancare a Chem China i mezzi finanziari per ottenere il controllo di quelle aziende che potrebbero contribuire a colmare questa lacuna, Pirelli tra queste.

Per Pechino, i vantaggi derivanti dall’accordo sono innegabili. Nel nostro Paese, invece, i più temono che da questo genere di accordi l’Italia abbia solo da rimetterci e preannunciano che, di questo passo, l’Italia si trasformerà presto in una colonia cinese. Certo è che il passaggio in mano straniera di aziende chiave per il sistema Italia non è una  recente novità ma una tendenza consolidata da diversi anni ed accentuatasi con la crisi in corso. Dal 2008 a oggi, infatti, le imprese italiane passate in mani straniere sono state ben 830, per un valore complessivo di poco superiore ai 101 miliardi di euro. Le acquisizioni italiane all’estero si sono fermate a circa 340 unità, per un capitale di circa 65 miliardi. Questo saldo – per noi negativo – è riconducibile al fatto che, mentre le risorse liquide per noi sono limitate, in altri paesi, specie quelli emergenti, tali risorse sono ingenti e vengono messe a disposizione da imprese pubbliche, campioni nazionali che godono del sostegno pubblico e fondi sovrani che hanno desiderio di conquistare nuovi mercati e rilevare quote strategiche di imprese straniere.

I paesi che più stanno investendo sull’Italia sono Francia, Usa, Germania, Russia, Corea del Sud, Emirati arabi e, per ultimo, la Cina.

Tuttavia, i vantaggi per l’Italia e gli italiani esistono e sono tutt’altro che irrilevanti:

  1. proviamo a immaginare, per esempio, una situazione analoga a quella presente con la sola variante che non vi siano investitori internazionali – cinesi e non – disposti a sfruttare le difficoltà italiane per fare shopping delle nostre aziende più pregiate. La situazione sarebbe indubbiamente più dura da affrontare in quanto le nostre imprese sarebbero costrette ad abbandonare i mercati in cui non sono competitive o, ancora peggio, a portare i libri in tribunale. L’attrazione dei capitali esteri, specie in un contesto piegato dalla crisi e dalla limitatezza delle risorse pubbliche – quale quello italiano – è indispensabile al fine di porre le condizioni adatte per la ripresa.
  2. i timori che il successo nel Mondo del Made in Italy, sinonimo di grande qualità, possa essere messo oscurato dal fatto che i simboli dello stile italiano non siano più in mano italiana non sono, dopotutto, così fondati: secondo il rapporto realizzato da Prometeia per conto di Ice (Agenzia per la promozione all’estero delle imprese italiane) le grandi aziende italiane continuano ad essere percepite come Made in Italy, sebbene siano state vendute a proprietà straniere.
  3. sempre facendo riferimento allo studio di Prometeia, è dimostrato che l’acquisizione straniera di imprese italiane è spesso associata a performance migliori: l’occupazione, il fatturato, la produttività e gli investimenti in ricerca e sviluppo aumentano. In particolar modo in quei settori aziendali che in Italia vengono spesso abbandonati.
  4. se così tante imprese passano di proprietà, non è corretto addurre come unica causa la crisi economica. Sicuramente, tra le ragioni vi sono anche limitate capacità manageriali ed un contesto nazionale caratterizzato da commistioni tra p.a. ed imprese, troppi sussidi e rendite di posizione, scarsa concorrenza e infrastrutture inadeguate. Le responsabilità per tutto ciò sono solamente nostre e non degli stranieri cattivi che cercano di invaderci economicamente.
  5. infine, occorre ricordare che i grandi marchi italiani suscitano interesse tra le imprese estere per via del loro elevato valore di mercato e non semplicemente perché sono in dismissione. Perciò, in seguito ad un’acquisizione, il know-how italiano non va affatto perso: al contrario, l’impresa acquirente ha tutto l’interesse a conservarlo – se non addirittura potenziarlo – per ottenere maggiore successo. In sostanza, l’impresa italiana mette la conoscenza e quella straniera la propria capacità di commercializzazione e distribuzione sul mercato globale.

Quindi, chiedersi perché l’Italia necessiti di capitali stranieri è come chiedersi perché uno zoppo abbia bisogno di un bastone per sorreggersi. Di fronte allo straniero che, consapevole delle nostre attuali difficoltà, è disposto a scommettere su di noi, la reazione giusta non è la diffidenza ma quella che porta a dire ai potenziali investitori “venite, siete i benvenuti”.

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