Partiti di lotta, non di governo

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Parallelamente all’avvento della crisi, in Europa si è assistito ad un forte aumento dei consensi a favore dei partiti populisti, culminato con i sorprendenti risultati da essi ottenuti alle elezioni europee del 2014: in Francia, Italia, Grecia, Inghilterra e Spagna sono diventati un vera e propria spina nel fianco per i partiti tradizionali. Le probabilità che ottengano il governo dei loro Paesi appaiono ogni giorno più consistenti. Tuttavia, sorge un dubbio: sarebbero all’altezza del compito? I loro programmi economici sarebbero efficaci o, al contrario, aggraverebbero la situazione?

 

Francia

Il programma del Front National è qualcosa di molto confuso e dal sapore vagamente propagandistico: non viene spiegato come far coesistere la diminuzione del debito pubblico con la nazionalizzazione delle banche, la riduzione dell’età pensionistica a sessant’anni anni ed il taglio delle accise sul carburante, o come garantire la competitività degli esportatori, applicando dazi che aumenterebbero il costo delle loro importazioni e comporterebbero il rischio di ritorsioni da parte di altri paesi. Tutto questo senza contare il disastroso impatto che l’uscita della Francia dall’euro avrebbe su finanze pubbliche, imprese e famiglie.

Italia

In Italia la Lega Nord, attualmente il primo partito della destra italiana, si è prefisso come obiettivo l’adozione di un’aliquota unica al quindici per cento: la flat tax. Al di là dei problemi di costituzionalità, che sorgerebbero per via della non progressività della tassa, un’aliquota così bassa, unitamente all’abolizione dell’Irap da loro proposta, provocherebbe un ammanco nelle casse dello Stato di circa settantacinque miliardi di euro: insostenibile, se non accompagnato da forti tagli, che avrebbero serie conseguenze sul welfare.

L’altro grande partito populista italiano, il Movimento 5 stelle, ha fatto del reddito di cittadinanza la madre di tutte le battaglie: assicurare un reddito a chi è disoccupato o, pur lavorando, si trova sotto la soglia minima di povertà, sarebbe, secondo loro, un passo importante per l’uscita dalla crisi. Tuttavia, il modo in cui intendono finanziare questa loro misura, una pesante patrimoniale, avrebbe il solo effetto di mettere in fuga gli investimenti nel nostro Paese, indispensabili per il raggiungimento di una ripresa duratura.

Questi due partiti hanno un obiettivo comune: l’uscita dell’Italia dall’Euro. Non sembrano, però, preoccuparsi delle conseguenze che questa mossa avrebbe sulla nostra economia. Infatti, il ritorno ad una moneta debole come la lira, renderebbe molto più costoso l’acquisto di materie prime per noi indispensabili, come il gas naturale, e ci porterebbe in una burrasca finanziaria dalla quale saremmo seriamente danneggiati.

Regno Unito

Anche l’Inghilterra ha visto un rafforzamento degli ultraconservatori: l’Ukip, guidato da Nigel Farage, è diventato il partito in grado di poter competere con Tories e Laburisti. Tuttavia, anche in questo caso, è più che lecito interrogarsi sulle reali capacità di governo degli esponenti di questa rampante forza politica. Essere parte della UE ha portato – secondo un rapporto della Confindustria britannica – un aumento del cinquantacinque per cento degli scambi con gli altri Stati membri, un forte incremento degli investimenti esteri e la possibilità, per la City, di diventare uno dei maggiori centri finanziari del mondo. Guardando questi dati, uscire dall’Europa non sembra quindi una scelta ottimale.  Inoltre, nell’ultima campagna elettorale, The Times ha calcolato che l’applicazione del programma economico dell’Ukip causerebbe un buco nero di centoventi miliardi di sterline nelle finanze statali: non proprio un buon risultato.

Grecia e Spagna

Per la gioia dei nostalgici della sinistra radicale, in Grecia e Spagna si stanno invece affermando partiti d’ispirazione marxista: Podemos e Syriza. Il primo per ora deve accontentarsi delle piazze, il secondo, invece, conquistato il palazzo con una schiacciante vittoria elettorale, può già puntare alla creazione della fantomatica Europa sociale, sostanzialmente un modello ultra-statalista ed assistenzialista. Questo progetto, però, malgrado il toccante entusiasmo con il quale viene presentato, pare già destinato a fallire. Non per colpa dei famigerati poteri forti, ma della realtà. Infatti, l’idea di Tsipras, il carismatico leader di Syriza, di assicurare benessere tramite massicci investimenti pubblici, fornendo luce e acqua gratis, riducendo l’età pensionistica e aumentando gli stipendi statali è semplicemente insostenibile per un Paese con un’economia disastrata come quella greca. Anche gli esponenti di Podemos, sulla stessa lunghezza d’onda della sinistra greca, nel caso arrivassero al potere, scoprirebbero quanto assurde siano le loro proposte.

In conclusione, i populisti che oggi sfidano i partiti tradizionali sono molto lontani dall’essere in grado di governare. Tuttavia, il fatto che abbiano ottenuto milioni di voti, dovrebbe farci riflettere sulla gravità degli errori commessi dai nostri ceti dirigenti, che hanno permesso loro di dilagare e di rafforzarsi, tanto da minacciare le fondamenta stesse dell’Europa.

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