“La Buona Scuola”: la riforma che non vuole cambiare la scuola

Foto Roberto Monaldo / LaPresse 03-09-2014 Roma (Italia) Politica Palazzo Chigi - Il ministro Giannini illustra le linee guida sulla scuola Nella foto Stefania Giannini Photo Roberto Monaldo / LaPresse 03-09-2014 Rome (Italy) Chamber of Deputies - Press Conference of the Education minister on school reform In the photo Stefania Giannini

“L’Italia di domani non potrà essere migliore della scuola di oggi” ha affermato il premier Renzi in un videomessaggio finalizzato a promuovere “La Buona Scuola”, il DDL di riforma del sistema scolastico presentato dal Governo. Data la pochezza dei contenuti del DDL, l’impostazione di fondo della scuola è destinata a rimanere quella gentiliana, probabilmente adeguata per la società degli anni ‘30 e ’40, ma non più per quella del XXI secolo. Forse, però, a ben vedere è proprio questo lo scopo del Governo: nel pdf che illustra i vari capitoli del DDL si legge infatti che “il sistema di istruzione italiano non va assolutamente stravolto”. Se l’obiettivo a cui si mira è la qualità dell’offerta formativa, il dato che suscita preoccupazione non deriva da ciò che troviamo scritto nel DDL, ma da quello che non v’è scritto. Paradossalmente, la reazione di forte sdegno e indignazione manifestata dai sindacati del mondo dell’istruzione è una reazione che appare assolutamente ingiustificata se confrontata con l’effettivo peso delle proposte del Governo.

A ben vedere, sono più le cose che i rappresentanti del mondo della scuola non vogliono di quelle che vogliono: (i) non vogliono la competizione aperta tra scuole e insegnanti perché l’istruzione non è un mercato; (ii) non accettano sistemi di valutazione delle performance dei docenti in quanto qualunque criterio non sarebbe in grado di tenere conto delle specificità della realtà in cui ciascuna scuola si colloca; (iii) non vedono di buon occhio né l’introduzione di incentivi per l’afflusso di risorse private alle scuole statali, né un maggiore grado di autonomia e differenziazione delle scuole poiché ciò produrrebbe gravi conseguenze per la parità delle opportunità formative; (iv) non sono disposti a riconoscere un peso relativo maggiore a materie quali matematica, diritto, economia, inglese e informatica rispetto a letteratura latina, filosofia, storia dell’arte, musica. Mi fermo qua, ma l’elenco sarebbe ancora piuttosto lungo.

Una richiesta precisa dal mondo dell’istruzione, tuttavia, c’è ed è davvero facile da immaginare: non chiedono un sistema educativo di qualità, ma più risorse pubbliche a disposizione, ritenendo che il primo aspetto sia una diretta conseguenza del secondo.

Leggendo i dati elaborati dall’OCSE contenuti nel documento “Education at a Glance 2014” emerge però chiaramente che, se si esclude l’università, l’Italia spende per la scuola dell’obbligo, dalla materna alle superiori, una cifra non molto distante dalla media OCSE (8585$ contro 9280$), o almeno una somma non così inferiore da giustificare i risultati degli studenti nei test PISA in media così bassi rispetto a quelli registrati negli altri paesi OCSE. Perciò, più fondi per l’istruzione non si traducono necessariamente in maggiore qualità.

Per un’istruzione di qualità occorrerebbe puntare proprio su quei quattro punti sopra menzionati che il mondo della scuola tende invece ad osteggiare. In particolare, di fondamentale importanza è il primo punto: creare un contesto nel quale la competizione tra scuole e insegnanti diventi possibile.

Quello che davvero conta nel settore dell’istruzione sono sostanzialmente tre aspetti: che l’offerta formativa sia di qualità, che sia accessibile a tutti e che abbia costi ragionevoli considerato il reddito nazionale.

L’intervento pubblico è legato innanzitutto al finanziamento della scuola attraverso la tassazione, mentre non esiste alcuna ragione di equità o efficienza sociale per cui la fornitura del servizio formativo debba essere effettuata direttamente dallo Stato. L’erogazione del servizio può essere affidata ad operatori privati in concorrenza fra loro, lasciando allo Stato, come detto prima, il ruolo di dare a famiglie e studenti i mezzi adeguati per compiere una scelta consona alle proprie necessità.

In secondo luogo, il fatto che l’educazione sia un bene pubblico non implica che chi la impartisce debba essere un funzionario pubblico: il lavoro di docente può essere svolto allo stesso modo anche in qualità di dipendente di una cooperativa, di una fondazione senza scopo di lucro o di un istituto privato. La qualità dell’istruzione non trae alcun vantaggio dallo stato giuridico del docente. Perciò, se gli insegnanti, anziché essere dipendenti statali, fossero dipendenti di associazioni (finanziate dello Stato) come quelle sopra menzionate, sarebbero posti in un contesto nel quale la competizione sarebbe possibile e, di conseguenza, i meritevoli riuscirebbero ad emergere e ad essere premiati.

In tale contesto, infatti, il criterio di valutazione del merito deriverebbe implicitamente da due elementi: dalle scelte dagli studenti e dalle loro famiglie tra i diversi istituti e dal livello dei risultati scolastici e professionali raggiunti dagli studenti. All’operatore pubblico spetterebbe solamente il compito di verificare periodicamente che l’offerta formativa risulti conforme a standard minimi indispensabili e validi per tutti gli istituti.

La competizione, inoltre, costituirebbe un forte incentivo per le scuole ad impiegare le proprie risorse in maniera accorta per attrarre gli insegnanti migliori e gli studenti più dotati. Quello della selezione è un aspetto estremamente importante poiché grazie ad essa è possibile decidere a quali soggetti destinare la quantità maggiore di risorse, riducendo il rischio di sprecarle. Occorrono in sostanza fondi distribuiti in funzione della qualità. Per rendere questo possibile è necessario introdurre un sistema di valutazione di scuole e insegnanti e meccanismi efficienti d’incentivazione basati su queste valutazioni. Nei paesi sviluppati, la qualità del sistema educativo dipende in primis dal modo in cui il sistema educativo è organizzato e non da quante risorse vengono ad esso destinate.

Tornando al DDL, il tasto più dolente è quello che prevede di “ripensare ciò che si impara a scuola” perché riflette il fatto che chi ci rappresenta non sia consapevole che la scuola innanzituttoha il compito di formare dei cittadini e solo dopo offrire l’opportunità e gli strumenti per apprezzare l’arte, la musica, la filosofia e la letteratura latina. Uno studente che conclude il proprio ciclo di studi previsto dalla scuola dell’obbligo deve conoscere i fondamentali di matematica, inglese, informatica, ingegneria, diritto ed economia (oltre che la propria lingua ovviamente), mentre le altre discipline di cui sopra dipendono dalle passioni e inclinazioni personali di ognuno. Malgrado ciò, tra le iniziative presentate compare “Cultara in corpore sano”: portare Musica e Sport nella scuola primaria e più Storia dell’Arte nelle secondarie, per scommettere sui punti di forza dell’Italia.

Ammesso e non concesso che l’Italia goda di un vantaggio comparato in questi ambiti, resta il fatto che per un cittadino che desidera vivere attivamente nella società moderna vi siano alcuni requisiti indispensabili i quali dovrebbero costituire una priorità della scuola dell’obbligo. Si tratta in sostanza di avere il buon senso di ammettere che per uno studente della scuola dell’obbligo un brano di Orazio o una novella di Boccaccio, per esempio, non possono essere considerati indispensabili quando i fondamentali di informatica e diritto non lo sono. Una volta che la scuola è riuscita a garantire che ogni cittadino possieda quei requisiti essenziali, essa ha assolto al suo compito fondamentale. Non deve formare dei tuttologi. L’istruzione deve essere di massa, deve servire alla maggioranza dei cittadini, non a quella minoranza che nella propria vita, per passione o per condizione sociale, potrà beneficiare della cultura “alta”. Primum vivere, deinde philosophari.

La situazione della scuola italiana appare, pertanto, doppiamente drammatica: la mancata consapevolezza di quello che veramente occorre per avere una scuola dell’obbligo di qualità appartiene tanto a chi la scuola la rappresenta, quanto a chi ha il compito di gestirla e riformarla. Se l’affermazione di Renzi è vera – e lo è, l’Italia di domani, ceteribus paribus, non sarà così dissimile da quella odierna. La scuola dell’obbligo necessiterebbe di una riforma radicale tanto nella sua organizzazione quanto nei suoi contenuti perché è una delle  cause più profonde del nostro declino. Se non si avrà la forza di cambiarla, in futuro sentiremo alcuni spiegare che la crisi dell’Italia è colpa dell’Euro, della globalizzazione e degli immigrati ed altri sostenere che per uscire della crisi dovremmo puntare sul turismo. Forse quel futuro è già arrivato.

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