Campi rom, oltre le ruspe di Salvini

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Nei periodi di crisi, l’economia barcolla, la produzione stenta, la disoccupazione dilaga ed il mal contento popolare serpeggia. Le tensioni sociali nelle fasce più povere della popolazione si fanno intense e soprattutto nelle periferie urbane si generano sentimenti d’odio e di rivolta. Vi sono due modi con i quali la politica può rispondere a questo: cercare di ridare – anche con manovre impopolari – crescita al paese oppure cavalcare l’onda del malcontento e sfruttare la sofferenza altrui per il proprio tornaconto elettorale.

E’ evidente la scelta intrapresa dalla Lega Nord e dal suo segretario Matteo Salvini che, in risposta alle sempre più forti critiche nei confronti dei campi rom, ha dichiarato: “Io li raderei al suolo, che si arrangino”. Una frase semplice e netta, populista direbbe qualcuno, ma sicuramente capace di risvegliare l’orgoglio italico ferito. E’ infatti noto che la maggioranza degli italiani non vede di buon occhio il popolo Rom. Risulta quindi molto conveniente per un politico parlare alla pancia dell’elettorato con proposte radicali, lasciando da parte la reale complessità dell’argomento, la cui sintesi avrebbe comunque un minore impatto mediatico.

Difatti il problema della microcriminalità, ben radicata anche nei campi rom, non si risolve semplicemente dando fuoco a qualche capanna. Vi deve essere un progetto comune di superamento dei campi ed integrazione ben radicato, che vada oltre lo scontro del “muro contro muro”. Altrimenti il rischio è solo quello di peggiorare la situazione generando l’ennesima guerra tra poveri. Il vero tema non è solo la cultura rom, con la sua forte indole autoconservatrice, ma la criminalità diffusa che c’è in questo paese. Per combattere la criminalità un fattore fondamentale è la certezza del diritto, ovverosia quelle condizioni che permettono alla magistratura e alle forze dell’ordine di scoprire, condannare ed incarcerare coloro che infrangono la legge. Senza questo prerequisito ogni legge rischia di diventare vana, finendo solo per abbellire quello scaffale della giustizia ideale sempre più distante dal mondo reale.

Gherardo Colombo scriveva: “La giustizia non può funzionare se il rapporto tra i cittadini e le regole è malato, sofferto, segnato dall’incomunicabilità. La giustizia non può funzionare se i cittadini non comprendono il perchè delle regole.” Qui entra in gioco il tema della corruzione. Ci si ritrova nel paese immaginario, dove il vigile che doveva controllare la bilancia del salumiere se ne dimentica ed esce con le buste della spesa piene. O il ragazzo che viene promosso con il massimo dei voti proprio qualche giorno dopo la generosa donazione della famiglia per l’ottima formazione svolta dalla scuola. La criminalità si mette in crisi combattendo i fattori che la generano e non spostando i problemi da una periferia all’altra.

Nell’appena trascorso febbraio 2015 il rapporto del consiglio d’Europa ha criticato l’Italia per la mancata integrazione dei rom nonostante i notevoli fondi investiti. Se pensiamo allo scandalo di mafia capitale ed al modo con il quale tali fondi venivano gestiti, capiamo facilmente le ragioni dello stato di molti campi rom e profughi. Quando soldi che dovrebbero servire a portare istruzione e pulizia in quegli ambienti degradati diventano rimborsi spese per qualche politico corrotto, non c’è da stupirsi se poi si vedono bambini rom correre per le periferie a rubare qualsiasi oggetto sia a loro portata di mano.

Il malaffare è portato dal degrado, dall’ignoranza e dall’isolazione, non dall’integrazione e dalla cultura. L’Europa stessa è fondata sull’integrazione di diversi popoli, mettere in dubbio la sua forza è come mettere in dubbio noi stessi. Nel bene e nel male è stata l’integrazione a renderci ciò che siamo oggi. Per questo sminuirla ad inconcludente mito di una certa sinistra è quanto di più irrispettoso potremmo fare – non solo nei confronti della parola che merita rispetto – ma nei confronti della nostra storia.

Nei luoghi dove la microcriminalità si è combattuta con la certezza delle regole e dove l’amministrazione non ha sofferto di corruzione, l’integrazione ha funzionato. Attecchito come un fiore, che in tutta la sua apparente debolezza fora il duro asfalto per venire alla luce. Ne è un esempio il condominio di Settimo Torinese messo a disposizione dal sindaco alle famiglie rom che avrebbero rispettato una rigida e ben precisa linea di comportamento: documenti in regola, figli a scuola, nessun reato e impegno quotidiano per cercare lavoro. Vietato sgarrare. Il progetto va avanti da 7 anni, i vicini si sentono più sicuri e dichiarano di aver notato un miglioramento nel comportamento dei rom. Alcune famiglie se ne sono dovute andare, dichiarano i responsabili del progetto, non rispettavano le regole. Ma quelle rimaste pagano l’affitto e una parte delle spese.

Se il problema è la corruzione bisogna partire da quello, delle riforme che impediscano che casi come quello di mafia capitale si ripetano. Operazioni che permettano ai figli della periferia di crescere con eguali opportunità rispetto ai loro compagni del centro. Perchè se vieni educato all’odio non potrai che crescere con l’odio dentro. Se fin da piccolo vedi la tua casa data alle fiamme, da grande odierai e deruberai quelle persone che te l’hanno incendiata.

Certezza del diritto ed uguali oppurtunità affinchè chiunque infranga la legge abbia la garanzia di venir processato e condannato come tutti gli altri, ma chiunque non voglia infrangerla abbia la possibilità di perseguire tale strada.

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